La strategia delle Forze Armate per la parità di genere

Una delle tecniche di comunicazione, ma anche di cooptazione di giovani risorse femminile in ambito militare, per avviarle ad una carriera con stipendio garantito a vita (salvo i possibili danni collaterali in un eventuale conflitto) punta su un modello un po’ semplicistico di parità di genere, ma che in un periodo politico e culturale come quello attuale possono funzionare: questo modello si può sintetizzare nella formula “la donna può ambire a fare tutto ciò che fa l’uomo”.

Come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha potuto constatare personalmente durante la visita in incognito del Villaggio Difesa del 4 novembre, le donne in divisa erano sicuramente sovrarappresentate rispetto alla loro reale presenza nelle forze armate, ma soprattutto lo erano nei posti chiave ovvero nelle attività di pubbliche relazioni e in modo particolare nella gestione delle scolaresche più giovani.

Abbiamo quindi potuto osservare le donne bersagliere fare indossare caschi sovrabbondanti con le tradizionali piume nere a bambine e bambine di 7-8 anni, introdotte subito dopo negli autoblindi, oppure gestire sempre questa fascia di età in altri strumenti addestrativi militari come i simulatori di volo o direttamente i velivoli da guerra.

L’immagine quindi che si vuole trasmettere è quella di una donna innanzitutto presente anche nelle forze armate, andando a fare leva proprio sugli aspetti più tipici della loro femminilità biologica, come ad esempio la squadra costituita ad hoc per partecipare alle gare podistiche finalizzate alla raccolta fondi della lotta ai tumori al seno.

Al Villaggio Difesa, invece, si è fatto largo uso anche dello stereotipo della donna accudente, che quindi a coadiuva le maestre di scuola dell’infanzia a introdurre appunto i bambini e le bambine dentro i carri armati per consentire anche la foto ricordo di rito da inviare ai genitori.

Sempre al Villaggio Difesa, la soldatessa, in divisa mimetica, messa in mostra nella palestra volante per dimostrazioni di autodifesa contro un commilitone con il doppio del suo peso e 50 cm in più di altezza, dopo la prova di atterramento plateale scenografico del “nemico”, passava strategicamente al banco delle armi bianche e dei fucili mitragliatori d’assalto, per mostrarle con disinvoltura a ragazzi e ragazze incuriositi.

Il messaggio, chiaro e forte di questo paradigma funzionale e per nulla “disturbante” del modello patriarcale sottostante, è stato poi suggellato dalla battuta della presidentessa del Consiglio Meloni che non si è lasciato sfuggire l’occasione per sottolineare quella parità “muscolare”.

Il modello di parità di genere che viene proposto è basato quindi su un mix di parità prestazionale fisica, peraltro consentita ormai in ogni campo grazie alle nuove tecnologie e all’irruzione preponderante dell’intelligenza artificiale e del digitale in genere e di ruolo accudente e materno.

Sempre al Circo Massimo, il 4 novembre, un militare, questa volta uomo, sempre in mimetica, giammai in tuta da ginnastica proprio perché non ci fossero dubbi sul futuro utilizzo di quelle tecniche, si sofferma diversi minuti con una giovane aspirante militaressa, che si è esibita in tecniche molto avanzate di kung-fu.

La strategia comunicativa utilizzata dal Ministero della Difesa su questo piano non si limita a queste kermesse molto plateali come il Villaggio Difesa, gli “Open Day” e le attività nelle scuole per le giornate di orientamento, ma si inserisce in un quadro più vasto che quest’anno ha visto la Marina Militare protagonista non solo con l’Ammiraglia Amerigo Vespucci che sta girando il mondo anche in zone ostentatamente vicine ai conflitti attualmente in corso ma anche attraverso convenzioni e bandi di concorso per esempio con l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia che l’estate scorsa ha dato ampio risalto all’esperienza vissuta da due ragazze che hanno potuto partecipare ad un periodo a bordo della nave Palinuro vivendo in prima persona la disciplina militare. Il mondo della nautica in generale è appannaggio del genere maschile ed è forse proprio per questo che in un momento di grande crisi delle “vocazioni” militari in tutto il mondo occidentale dove si è visto diminuire costantemente il numero dei volontari, la Marina Militare cerca di coprire questo buco.

D’altra parte sono molti gli stereotipi, i modi di dire e l’immagine stessa del mondo della nautica che sottolineano questa disparità, dalle ben note “promesse da marinaio” al “una donna in ogni porto”. Anche, l’ILO (International Labour Office) l’istituto più autorevole al per gli studi sul mondo del lavoro, sottolinea nel suo recente “Women seafarers. Global employment policies and practices” che le donne costituiscono tra l’1 e il 2% dei 1,25 milioni di marinai imbarcati su 87.000 navi nel mondo.

Venendo alla particolarità italiana sempre lo stesso studio, rimarca come in alcuni paesi scandinavi le donne rappresentino più del 10% dei marinai mentre la proporzione scende all’1,2% in Italia, 4,2% in Germania e solo all’ 8,3% nell’ex flotta più potente al mondo, quella del Regno Unito.

Il genere femminile poi è accoppiato ad un altro elemento che fa breccia nei cuori della popolazione sulla base di un dual-use culturale di tipo sistemico che abbiamo già sottolineato in precedenti articoli e che potenzia il messaggio: la malattia e la disabilità.

Durante l’American Cup, nella prima settimana di settembre a Barcellona, un gruppo di giovani donne con sclerosi multipla sono salite a bordo sempre della nave scuola “Palinuro”. L’iniziativa fa parte del progetto ”Testimoni di Resilienza” nato dalla collaborazione della Fondazione “Tender to Nave Italia”, il programma “Esprimo” dell’Università di Verona, l’AISM, la Fondazione FISM e la Marina Militare. Nave Italia è il nome di una nave, ma è anche è un progetto articolato in attività educative e di promozione con finalità sociali sempre sotto l’egida della Marina Militare, che gestisce un’altra barca a vela di grandi dimensioni, un cosiddetto “brigantino”.

Il progetto “Esprimo” va avanti dal 2018, ma solo recentemente è stato avvicinato dal mondo militare: nel biennio 2023-24 sempre con pazienti con la stessa patologia, di età compresa tra i 18 e i 45 anni, sono state fatte esperienze simili i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Journal of Contextual Behaviour Science”.

Attività scientifiche benemerite come questa non sono stigmatizzate in quanto tali, ma solo per la parte riguardante i soggetti protagonisti che vede sempre in prima linea lo Stato, ma nella sua versione militare. Grazie ai mezzi e a finanziamenti sempre crescenti e a dotazioni già esistenti sfruttate in maniera sempre più efficiente in tempo di relativa pace, intervengono al posto di strutture e dotazioni civili, come centri di ricerca e policlinici colpiti, al contrario del mondo militare, da continui tagli finanziari.

Che la parità di genere in Italia, sia una realtà di là da venire, è stato recentemente denunciato proprio nel mondo della nautica, in questo caso a vela, anche dalla campionessa olimpica nel Nacra17 misto, Caterina Banti. Dopo essere stata esclusa ingiustamente dal premio della World Sailing, assegnato invece al suo compagno di barca Ruggero Tita del gruppo sportivo della Guardia di Finanza ed esclusa da un avanzamento di carriera nella “formula uno” della vela, Luna Rossa, proposto invece sempre a Ruggero Tita, ha annunciato con una certa amarezza l’abbandono delle competizioni affermando “ho un compagno e vorrei un figlio. Ora devo costruirmi un pezzo di vita lontano dalle onde, anche perché non appartengo ai corpi militari”. Caterina Banti, infatti, per facendo parte del prestigioso gruppo sportivo del Circolo Canottieri Aniene di Roma, non ha un futuro così certo dopo la carriera agonistica nel mondo del lavoro contrariamente a tutti i colleghi con le stellette.

Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Donne militari
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