Un segreto di Pulcinella: il 2% delle spese militari per la NATO è un obiettivo troppo basso
La NATO starebbe per alzare la base di spese militari concordata per gli Stati membri: dal 2 al 3% del PIL. Per formalizzare questa decisione si starebbe aspettando il vertice dell’Aia del giugno 2025.
La notizia non è nello stadio ufficiale, la fonte è il Financial Times (clicca qui), ma con l’aria che tira però è tutt’altro che una fake, non fosse altro perché la proposta è stata uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Donald Trump. Il dibattito interno alla NATO, che non può non tenere conto ed adeguarsi alla volontà dello Stato palesemente egemone, fa riferimento ad esigenze come: deterrenza da rafforzare in considerazione di sfide geopolitiche e rischi bellici più duri, forze armate da modernizzare, spese per la difesa da condividere meglio tra le due sponde dell’Atlantico. Ma il Financial Times, tutto sommato, sembra rivelare il segreto di Pulcinella.
Più formale e pubblica è, infatti, la notizia che si terrà mercoledì 18 dicembre, organizzato dal segretario generale della NATO, Mark Rutte, un vertice a Bruxelles con i leader di Germania, Francia, Polonia, Italia e Gran Bretagna. Il motivo di questa riunione? Prepararsi a quello che, dal 20 gennaio 2025, data del suo insediamento, può decidere il nuovo, “imprevedibile” presidente americano, Donald Trump. Il timore è che il nuovo inquilino della Casa Bianca voglia porre termine alla guerra in Ucraina cedendo troppo a Putin; ed in seguito a ciò scaricare sugli europei le incombenze militari e i costi economici della tregua che impropriamente verrà chiamata pace.
Tutta l’élite transnazionale costruita intorno alla NATO, perno di un certo assetto oramai “storico” dei complessi militari industriali (in via però di rivoluzionamento con il posizionamento del nuovo capitalismo digitale), è preoccupata. Non è un caso che il presidente francese, Emmanuel Macron, e quello polacco, Donald Tusk, abbiano già discusso dell’opzione che porterebbe di fatto i soldati UE in Ucraina: la formazione di una forza di interposizione, di peacekeeping, volta a garantire militarmente la tregua tra Russia e Ucraina. Nel caso si stima un fabbisogno di 40.000 soldati europei per affiancare l’esercito ucraino.
E qui Rutte si è chiaramente esposto per uno sforzo finanziario maggiore. «Per la spesa in difesa serve molto più del 2%». Sono le parole che riporta un dispaccio ANSA del 12 dicembre 2024. «La mentalità con la quale durante la Guerra Fredda abbiamo tenuto un livello di spesa militare elevata ce la ha fatta vincere. Ma la spesa è scesa con la caduta della cortina di ferro. Nel 2023 abbiamo deciso di spendere almeno il 2%. Ora serve molto di più. I paesi europei spendono il 25% in media in welfare ma abbiamo bisogno di una parte per la difesa: può essere difficile nel medio periodo ma essenziale nel lungo». Il nostro portavoce atlantico non è stato abbastanza chiaro? (Clicca qui)
Al di là delle dichiarazioni propagandistiche del governo di Putin, sembra che i fatti indirizzino verso la tregua bellica a causa dell’indebolimento russo dopo il crollo del regime alawita di Assad in Siria. I vari attori geopolitici è logico che in questo momento cerchino la migliore posizione verso la trattativa che si profila. Ad esempio, il G7 presieduto dall’Italia lo sta facendo trasferendo più fondi a Kiev utilizzando i beni congelati di Mosca: ha infatti confermato il prestito da 50 miliardi di dollari ripagato proprio con i beni sovrani russi congelati. Sono prestiti che si inquadrano nella formula ERA: “Extraordinary Revenue Acceleration”. (Dispaccio ANSA qui)
Il Military New Deal per l’Europa: nuove regole grigioverdi per la stabilità monetaria e finanziaria
Oggi su 32 Stati membri solo 8 Paesi – tra cui l’Italia – sono sotto l’obiettivo del 2%. L’Italia è dall’1,5% e destina il 60% del suo bilancio militare al personale mentre almeno il 20%, secondo gli standard NATO, dovrebbe essere destinato a ricerca e sviluppo per nuovi armamenti. Il governo Meloni ha annunciato che toccare il 2% del PIL avverrà non subito, ma con un percorso graduale e che, in funzione dell’obiettivo, proverà a coinvolgere l’Unione europea in nuove regole di bilancio che supportino gli investimenti militari, chiedendo che questi siano considerati come investimenti strategici e non come semplice spesa pubblica.
La riforma delle regole di bilancio dell’Europa data da pochi mesi, da aprile, ma già è considerata inapplicabile e quindi da superare. La logica è quella di favorire i creditori rispetto ai debitori con i tassi di interesse situati al di sopra della crescita. Le procedure per deficit eccessivo fioccano e il livello medio europeo del debito pubblico in rapporto al PIL ha ricominciato a salire: nel 2036, stando agli attuali trend, potrebbe raggiungere quasi l’85%. L’unico rimedio espansivo viene individuato nel settore dell’industria bellica perché non incide sulla gerarchia dei poteri sociali, come invece potrebbe succedere con redistribuzioni in favore dei ceti popolari attuate attraverso riforme sociali e beni comuni e pubblici.
Questa proposta meloniana di scorporare le spese militari dal calcolo di deficit e debito si inserisce nella tendenza che sta emergendo in Europa verso la militarizzazione dell’economia, in sintonia con i venti di guerra che spirano sempre più forti. Da una parte, crescono, anche da sinistra, le critiche al Green New Deal, facilitate dallo sganciamento dalla “giusta transizione”: le misure, secondo questo approccio integrativo della conversione ecologica, non dovrebbero pesare subito e innanzitutto sui già disagiati, che fanno fatica ad arrivare a fine mese! Si propone, in alternativa, con orecchie sempre più attente da parte della “maggioranza Ursula”, di fatto includente anche i Conservatori con Fratelli d’Italia, di sostituire gli investimenti “verdi” con gli investimenti “grigio-verdi” quali volano per la crescita, in un contesto di crisi economica aggravata proprio dalla guerra e dalla rottura dell’asse energetico Germania-Russia.
Il rapporto sulla competitività dell’ex presidente della BCE, Mario Draghi, viene strumentalizzato in questa direzione della “economia di guerra”, perché in questa logica l’unico keynesismo che può funzionare è quello degli investimenti militari. L’idea che viene accarezzata è, come già accennato, proprio quella suggerita da Giorgia Meloni: scorporare la spese per la difesa dal calcolo dei parametri per le regole europee della stabilità di bilancio e finanziaria (il rapporto Draghi “Il futuro della competitività europea” può essere letto a questo link nella prima parte; e a questo link nella seconda parte).
Il rapporto di Draghi è stato presentato il 9 settembre 2024, suggerisce investimenti di amplissima portata in diversi settori, ma la proposta, che sembra verrà recepita (von der Leyen ha assicurato il suo sostegno), sarà quella di emettere un titolo comunitario privo di rischio sul modello americano del Treasury Bond e di quello europeo del Next Generation EU sperimentato durante la pandemia. Questa proposta più circoscritta è anche la più semplice da realizzare nel quadro regolatorio attuale, anche se occorrerebbe ben altro per rilanciare in termini complessivi l’economia europea, che rischia di fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro.
Quantifichiamo il riarmo europeo e italiano da fermare. Per l’Italia il 3% del PIL significa 60 miliardi di euro
Secondo le stime SIPRI, negli ultimi dieci anni – quindi abbastanza prima che scoppiasse nel 2022 la guerra in Ucraina – le spese militari dei paesi NATO membri dell’Unione Europea sono cresciute di quasi il 50%, transitando da 145 miliardi di euro nel 2014 a 215 miliardi nel 2023 come previsione di bilancio.
L’ottenimento di armi ed equipaggiamenti, in tutti i Paesi, sarebbe la causa decisiva dell’aumento; nel 2023 la spesa per gli armamenti nei paesi UE della NATO ha raggiunto i 64,6 miliardi di euro (+168% nel decennio); la Germania ha triplicato la spesa, raggiungendo i 13 miliardi di euro; l’Italia ha raggiunto i 5,9 miliardi; la Spagna i 4,3 miliardi.
Secondo i dati del SIPRI, un forte rialzo hanno fatto registrare le importazioni di armi dell’UE: sono triplicate tra il 2018 e il 2022; la metà di tutte le importazioni hanno provenienza dagli Stati Uniti. Quando si parla di aumento delle spese militari allora questo è il retropensiero da tenere sempre presente: almeno la metà delle nuove armi da acquistare saranno vendute dagli USA, con il loro military industrial complex che incasserà! (Per inciso: dobbiamo cominciare a ragionare su una grande trasformazione strutturale che si sta avviando e proprio l’accoppiata Trump-Musk può esserne il volano: il complesso militare industriale che evolve verso il complesso militare digitale, le nuove Big tech che si sostituiscono alle vecchie multinazionali “storiche” nell’assegnazione degli appalti di Stato).
L’UE si è adeguata a questa spinta verso la militarizzazione: ha impiantato il Fondo europeo per la difesa, dotato di 7,9 miliardi di euro per la ricerca e la produzione di nuovi armamenti per il periodo 2021-2027, e il Fondo europeo per la pace (sic!), con 12 miliardi di euro nello stesso arco temporale per aiuti e forniture militari per paesi non appartenenti all’Unione. Da qui passa una parte consistente del supporto militare all’esercito di Zelensky.
L’iniziativa “FERMA IL RIARMO”, promossa da RIPD, Greenpeace, Sbilanciamoci, ha denunciato che la legge di bilancio in via di approvazione per questa fine 2024 aumenta in modo clamoroso le spese militari. Tali spese, allocate nel Ministero della Difesa, nel Ministero dell’Economia e delle Finanze e nel Ministero delle Imprese e del Made in Italy) cresceranno di oltre il 12% nel 2025, con ben 40 miliardi di euro per acquisto e costruzione di sistemi d’arma in tre anni, dal 2025 al 2027. Nel 2025 la spesa militare italiana sarà di 32 miliardi, di cui 13 solo per le armi. (La parte costruttiva di questa campagna, a parere dello scrivente, è deficitaria su due punti: 1) la conversione delle spese militari in spese sociale deve focalizzare il parametro della piena occupazione; 2) i tagli devono rimandare all’alternativa di un modello “costituzionale” di difesa difensiva che viaggi su due gambe, il militare territorializzato e il civile della resistenza nonviolenta pianificata).
L’economia militarizzata trascina con sé la società militarizzata
L’economia militarizzata, sempre più orientata al “se vuoi la pace prepara la guerra”, vale a dire a preparare e a fare la guerra, si porta appresso come conseguenza logica la militarizzazione della formazione e della ricerca scientifica. Un lavoro meritorio, anche se solo iniziale, di monitoraggio, di analisi e di contrasto contro questa predisposizione (e questa deriva in atto, contraria alla conoscenza quale bene comune) è meritoriamente portato avanti dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
La denuncia dell’Osservatorio è relativa all’ideologia bellicista e di controllo securitario lanciata alla conquista degli istituti formativi di cui è promotrice l’intervento diretto delle forze armate nelle scuole e nelle università. È in atto da parte di questa una offensiva di iniziative tese a promuovere la carriera militare in Italia e all’estero, e a presentare le forze armate e le forze di sicurezza come risolutive di problematiche che sono invece di competenza della società civile.
Secondo questa documentata denuncia, il fenomeno militarizzazione interessa tutta la scuola, da quella dell’infanzia a quella secondaria di secondo grado, fino ormai all’università dove il settore della ricerca, anche su indicazioni UE, si sta muovendo nella ricerca di tecnologie duali o equiparando ad antisemitismo le iniziative di boicottaggio di Israele e di contrasto ai massacri dei gazawi, indagati per genocidio dalla corte di giustizia internazionale dell’Aja. Sono stati firmati protocolli a livello nazionale, il primo è del 2014 e locale, accordi quadro tra i ministeri dell’Istruzione e della Difesa. In taluni casi hanno coinvolto anche il ministero del Lavoro attraverso i percorsi di alternanza scuola-lavoro, oggi PCTO, con la presenza degli studenti in basi e infrastrutture militari o all’interno delle principali aziende del comparto militare-industriale.
Un altro aspetto è della militarizzazione sociale è l’approccio militare alla governance dei territori (videosorveglianza, presenza diffusa della polizia e dell’esercito in funzioni di polizia, uso di armi non letali per l’ordine pubblico) anche con l’estensione delle “zone rosse” intorno ai centri istituzionali e finanziari. Il cerchio viene chiuso dall’introduzione di leggi, come il Ddl 1660, per restringere le libertà politiche e di manifestazione.
Un ultimo aspetto da non trascurare è la devastazione ambientale prodotta dalle attività militari, intuibile – al di là dei dati scientifici, dal buon senso comune che coglie spontaneamente l’equazione: uccisioni eguale distruzione eguale inquinamento. La situazione della Sardegna, riempita di servitù militari, e di poligoni di tiro in funzione, attesta paradigmaticamente che i bombardamenti, anche solo per esercitazioni “convenzionali”, provocano danni notevoli alla salute umana e all’ambiente: i metalli pesanti dopo le esplosioni restano nel terreno, nell’aria e nelle falde acquifere per diversi decenni, ma addirittura, a volte, centinaia di anni. Attendiamo fiduciosi – spunteranno fuori sicuramente – che qualche ecologista buontempone inventi le bombe riciclabili e “sostenibili”!
Torna la mini-leva in funzione complementare agli eserciti professionali
Tornando al livello internazionale, secondo il solito Mark Rutte, uno dei problemi principali dell’Alleanza atlantica, dal punto di vista dell’orizzonte bellico che brutalmente si va ripresentando, è la mancanza numerica di soldati. Bisogna attrezzarsi per combattere guerre ad alta intensità visto che la prospettiva è una nuova guerra fredda. La Russia è una minaccia, la Cina una sfida. Si discute sull’invio di truppe europee sul terreno ucraino (ed il nostro ministro della difesa, Guido Crosetto, è il primo a candidare i soldati italiani a svolgervi un ruolo di peacekeeping).
Aumentare il personale militare e integrare numericamente gli eserciti è considerato necessario per affrontare quelle che, nell’asettico linguaggio tecnico dei geopolitici e degli strateghi militari, vengono definite le nuove “sfide della sicurezza globale” che, in certi casi, Ucraina docet, esigono gli “stivali – e tanti – sul terreno”. In sintesi, per rafforzare la “deterrenza” (è la parola magica di questi signori) bisogna adattarsi alla natura cambiata dei conflitti, sfruttare le nuove tecnologie e aumentare le flessibilità e i formati delle operazioni militari moderne, esigenti il ruolo di truppe massicce bene preparate, dispiegate, “turnate” e convenientemente rifornite.
La Germania, con la proposta del ministro della difesa Pistorius, fa da battistrada a tutta l’Europa per questa riorganizzazione dello strumento forze armate a combattere sul serio, implicante la reintroduzione di modalità di mini-naja. Nel contesto di un servizio civile distorto, e dell’imitazione del “modello danese”, le giovani e i giovani tedeschi sono chiamati dal governo di Berlino (a dire il vero ex governo, dato che la maggioranza “semaforo” – e la stanchezza dell’opinione rispetto alla guerra ha pesato – è appena saltata e si va in febbraio ad elezioni politiche anticipate) ad una visita di leva obbligatoria. Il servizio non sarebbe incentrato solo sull’addestramento militare, ma anche sullo sviluppo di competenze utili per la società civile, come ad esempio quelle nel campo della protezione civile o dell’assistenza sanitaria. Verrebbero selezionati i candidati più idonei e motivati dalla disponibilità manifestata in un questionario e alla visita, con l’obiettivo di creare una forza di riserva preparata e pronta a intervenire in caso di necessità.
In Italia, dovremmo essere edotti del fatto che sono già sul tappeto proposte che sono state avanzate da diversi partiti politici (la Lega, Fratelli d’Italia…) e figure istituzionali (il presidente del Senato La Russa) per la reintroduzione di forme di mini-naja, retroterra e riserva dei professionisti di prima linea. Le proposte presentano diverse caratteristiche riguardo la durata (variano da un minimo di 40 giorni a periodi più lunghi, fino a sei mesi); il mix militare-civile (alcune proposte prevedono un servizio esclusivamente militare, mentre altre includono anche attività di volontariato e di protezione civile); la molteplicità degli obiettivi, oltre il rafforzamento delle Forze Armate (favorire la coesione sociale, trasmettere valori civici, aumentare il senso di appartenenza alla comunità, fornire competenze utili per il mondo del lavoro); il tasso di volontarietà e obbligatorietà, con ambigue miscele, che prevedono incentivi per i giovani che decidono di parteciparvi (ad esempio punteggi aggiuntivi per i concorsi pubblici).
La zia Giorgia chiama? Rispondiamo “Signora NO!”
Ecco che, di fronte a questi fatti e ai loro sviluppi incombenti in Europa e anche in Italia, per non subire passivamente la tendenza bellicista, diventa necessaria, al di là delle istanze etiche, una campagna politica per l’obiezione di coscienza di massa. Esistono varie iniziative in proposito, tra le quali quella segnalo quella dei “Disarmisti esigenti” e della Lega Obiettori di Coscienza (ne sono il coordinatore: conflitto di interesse?), redatta con la collaborazione di Tonino Drago, che esige la pubblicizzazione dell’albo degli obiettori in cui chiunque, a richiesta, deve poter essere inserito, in attuazione del dettato costituzionale e delle interpretazioni della Corte costituzionale sulla difesa popolare nonviolenta.
Si tratta di obiettare alla tendenza alla guerra, sempre più spinta, manifesta e diretta, con l’obiezione (anche preventiva) al servizio militare che la prepara. Per una dichiarazione di impegno, cui ha già aderito, tra gli altri, anche Michele Santoro, clicca su questo link.
Concludo riassumendo i termini essenziali della proposta Disarmisti Esigenti+LOC. L’ingabbiamento delle nostre forze armate nelle attuali strategie NATO non consente di attuare il “ripudio della guerra” stabilito nell’articolo 11 della nostra Costituzione. Tanto più per coloro che condividono pienamente l’opinione dell’antimilitarismo nonviolento, ribadita autorevolmente anche da Papa Francesco: “Oggi non esistono guerre giuste”. L’aria che tira, lo ripeto, non solo in Italia ma in tutta Europa è quella di un ripristino di forme di mini-naja. In relazione a questa eventualità è bene che si comunichi subito, in via preventiva, da parte dei soggetti in età anagrafica che dovessero ricevere la chiamata a presentarsi presso un ufficio militare preposto all’arruolamento, che la risposta sarà, a momento debito, un bel “Signornò!” antimilitarista. Non ci si presenterà alla visita militare che dovrà verificare l’idoneità. Non si risponderà a questionari propedeutici che testassero le propensioni verso il servizio militare. Si riterrà da parte loro, delle giovani e dei giovani, doveroso da parte dello Stato organizzare, applicando normative già in vigore conquistate dalla lotta nonviolenta, la formazione dentro un Corpo civile di pace, possibilmente europeo, per attuare l’impegno istituzionale dell’ONU alla sicurezza comune dell’Umanità. Sarà altrettanto doveroso, per questi giovani (aggiungiamo: anche per i “diversamente giovani”!), solidarizzare, attivando i mezzi concreti di cui dispongono, con gli obiettori di coscienza, renitenti alla leva, disertori, russi, bielorussi, ucraini, israeliani e palestinesi, e con chiunque, giovane o meno giovane, rifiuti di partecipare alle guerre che si stanno combattendo in questo momento, in varie parti del mondo. Tenendo presente che presso l’Ufficio Nazionale Servizio Civile esiste per legge un elenco degli obiettori italiani alla Guerra per motivi di coscienza, bisogna rammentare al Ministro Crosetto che deve aggiornare tale elenco con i nomi degli aderenti alla Campagna e che deve rendere consultabile tale elenco generale, essendo l’obiezione alla guerra un atto pubblico. Poiché – con spirito non individualistico ma collettivo, di solidarietà che costruisce il “potere con” – si è pronti a contribuire ad un modello di “difesa della Patria” (art. 52 della Costituzione) fondato sulla forza della unione popolare di tutte/i.
Alfonso Navarra , “antigiornalista”, antimilitarista nonviolento “storico”
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
