Rosa Siciliano, «Mosaico di Pace»: messaggio per incontro con Osservatorio a Gioia del Colle

Pubblichiamo il messaggio inviato da Rosa Siciliano, direttrice editoriale della rivista «Mosaico di Pace», alla comunità di Gioia del Colle per l’incontro, organizzato dal Comitato art. 11 – Ripudia la guerra con Ivana Guagnano, svoltosi lo scorso 4 marzo 2023 insieme all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con Michele Lucivero e il Movimento Nonviolento con Gabriella Falciccio.

«Carissime e carissimi,

vi ringrazio per l’invito e vi chiedo scusa per la mia assenza, dovuta a difficoltà personali sopraggiunte. Vi porto, con questo breve messaggio, il saluto anche del movimento Pax Christi il cui progetto è ben radicato in questa terra di Puglia, perché don Tonino Bello, presidente nazionale di Pax Christi Italia sino alla sua morte, ha reso la nostra regione “arca di pace” e ponte di dialogo teso nel e verso il Mediterraneo. Proprio qui, in questa terra, sono nati tanti progetti di pace – “sogni diurni” li avrebbe definiti don Tonino – trasformati in disegni di legge e in strade concrete di disarmo. Il testimone è passato nelle nostre mani e con esso anche il compito di difendere ciò che si è fatto e di intravvedere nuovi orizzonti possibili.

Sono giorni di grande preoccupazione e abbiamo tutti Gaza nel cuore. Le crescenti tensioni internazionali e le minacce di coinvolgimento della Nato nel conflitto russo-ucraino; il dramma palestinese, le bombe sulla gente in fila per il pane, gli accordi Italia-Albania, l’approvazione al Senato delle modifiche della legge 185 del 1990 che regola le esportazioni di armi…: un nostro lavoro comune, in una direzione opposta, diventa sempre più urgente. E all’orizzonte la pace, quella strana utopia oggi dimenticata, una pace possibile solo se è strettamente legata alla giustizia e alla tutela dell’ambiente.

La pace è possibile solo se il modello di sviluppo che desideriamo per tutta l’umanità prevede e garantisce uguale valore a ogni persona e ogni popolo; solo se si fonda su diritti inviolabili – per tutti e tutte! – e se include la possibilità di risoluzione dei conflitti con metodi e mezzi non violenti.

La guerra non è la soluzione di alcun conflitto: distrugge, annienta, uccide.

David Grossman, in La pace è l’unica strada, scrive a proposito dell’attuale guerra in Palestina e quasi parlando al suo popolo, gli israeliani: «tutto questo può continuare per l’eternità – il meccanismo non è dotato di autospegnimento… È vero, fare la guerra è più facile che fare la pace. Nella realtà in cui viviamo la guerra si tratta solo di continuarla mentre la pace costringe a processi psichici difficili ed elaborati, processi che popoli abituati quasi solo a combattere vivono come una minaccia». Ma anche noi, da questa parte del mondo e dell’Europa, ci siamo assuefatti alla guerra e alla logica della violenza? Come costruire la pace?

Ce lo dice, sempre, a ogni occasione utile, papa Francesco: «Davvero si pensa di costruire un mondo migliore in questo modo, davvero si pensa di raggiungere la pace? Basta, per favore! Diciamo tutti noi: basta, per favore! Fermatevi!».

Basta con la guerra in Palestina, con il genocidio in corso, basta ovunque. Basta guerre, basta armi. Basta produrre, vendere, spedire, liberalizzare il commercio di armi. Basta investire in nuovi armamenti e in nuove tecnologie militari. Gli scenari che abbiamo dinanzi sono veramente preoccupanti: dagli caccia F35 ora passiamo a progettare il GCap, un progetto di un nuovo aereo che vede coinvolta Leonardo, la più grande Spa italiana a partecipazione pubblica attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della difesa. È il “sistema dei sistemi” e sarà capace di operare nei cinque domini: aria, terra, mare, spazio e cyber: una specie di guerre stellari, dunque.

Come costruire la pace? Su due traiettorie: culturale e politica.

Culturale perché dobbiamo destrutturare, decostruire l’idea del nemico oramai introiettata dalla narrazione che ci vien fatta degli eventi. Dobbiamo smilitarizzare le nostre menti e le nostre coscienze, assuefatte alla guerra come unica via di uscita dai conflitti e al nemico, ovunque in nostra antitesi.

La pace si costruisce con la pace e con la nonviolenza. Abbiamo una grande eredità – quella di don Lorenzo Milani e di Danilo Dolci, di Lanza del Vasto e di Gandhi, di Capitini e di Galtung. Pensatori, sognatori, studiosi al servizio della nonviolenza.

Le parole di don Tonino Bello, pronunciate nel 1990 quando, con 500 pacifisti arrivò a Sarajevo, restano di una sorprendente attualità: «A questa Onu che scivola in silenzio, nel cuore della guerra, il cielo vuole affidare un messaggio: che la pace va osata. […] Quanta fatica si fa a far capire che la soluzione dei conflitti non avverrà mai con la guerra ma con il dialogo, abbiamo fatto fatica anche qui con i rappresentanti religiosi, perché è difficile questa idea della soluzione pacifica dei conflitti. Ma noi siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà […] La nonviolenza attiva è diventata un trattato scientifico. Gli eserciti di domani saranno uomini disarmati! Ma occorre un’azione intellettuale, bisogna che le nazioni promuovano le tecniche della strategia nonviolenta».

Ecco cosa dobbiamo ora dire ai giovani. “Un cammino pedagogico verso la nonviolenza deve cominciare tra le mura di casa e di scuola”, scrive Sergio Paronetto, in un articolo per il prossimo numero di Mosaico di pace, nel quale annuncia l’Arena di Verona del 18 maggio. «È fondamentale risvegliare la passione educativa per costruire una scuola adatta a ripudiare la guerra. La scuola, dialogando con la pluralità dei saperi, può dar avvio a un vero salto di civiltà. Quello di abolire la guerra. Per fare questo, è necessario, per un verso, far circolare solidi anticorpi capaci di resistere alla propaganda di guerra o alla giustificazione delle violenze e, per l’altro, coltivare l’immaginazione, cioè la capacità di prefigurare un’altra storia possibile. Si tratta di fare esercizio di ecologia della mente per consentire la visione più ampia possibile della realtà, favorire una comunicazione pubblica orientata al pluralismo e al dialogo, valorizzare tante iniziative».

Perché non invitare ogni città ad attivare un centro, una scuola o un istituto di educazione alla pace, alla giustizia, alla cura della casa comune, alla gestione e trasformazione dei conflitti?

L’altra strada necessaria per costruire la pace è quella politica e oggi ci vede protagonisti resistenti rispetto ai progetti legislativi in corso: dobbiamo difendere la legge 185 del 1990 sul commercio delle armi, già passata al Senato. Scrive Giorgio Beretta, analista di Opal, centro di ricerca sulle armi leggere: “Da anni la lobby dell’industria militare, i centri di ricerca e di pressione ad essa collegati chiedono a gran voce di poter praticamente liberalizzare l’export di armi. A chi fa affari vendendo nel mondo strumenti di armi e sistemi militari non fa piacere che ci sia trasparenza e controllo anche da parte della società civile, oltre che allineamento con principi che non prendono in considerazione solo i fatturati. Ma come è possibile pensare che per un prodotto come le armi non si debbano tenere in considerazione gli impatti devastanti che procurano?”. Dobbiamo monitorare i bilanci pubblici, sempre più sbilanciati sulle armi e sulle spese militari e sempre meno sui diritti base.

La nonviolenza passa per le strade della politica, arte nobile e creativa, l’espressione più alta della carità, ci ricordava Paolo VI. È l’unica strada possibile per un futuro libero da guerre e da stragi di innocenti.

Concludo con le parole di don Tonino Bello: «Poi rimango solo e sento per la prima volta una grande voglia di piangere. Tenerezza, rimorso e percezione del poco che si è potuto seminare e della lunga strada che rimane da compiere. Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? Sarà davvero questa la strategia di domani? È possibile cambiare il mondo col gesto semplice dei disarmati? È davvero possibile che quando le istituzioni non si muovono, il popolo si possa organizzare per conto suo e collocare spine nel fianco a chi gestisce il potere? Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna? [… ]  In questa guerra allucinante chi ha veramente torto e chi ha ragione? E quale è il tasso delle nostre colpe di esportatori di armi in questa delirante barbarie che si consuma sul popolo della Bosnia?
Sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza: 
le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono
».

don Tonino Bello, dal Diario della marcia di Sarajevo, dicembre 1992

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