A Vicenza sta emergendo lentamente ciò che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università cerca ormai da due anni di smascherare, cioè la logica che lega a doppia mandata l’industria militare con la retorica bellicista che sta dilagando nella società civile, cercando di coinvolgere anche la scuola e le università.
Dopo la protesta dei/delle docenti vicentin*, che hanno raccolto e consegnato le firme di una petizione all’Ufficio Scolastico Territoriale per opporsi alla retorica bellicista in occasione dell’adunata degli Alpini, anche la Rete degli Studenti medi di Vicenza ha sollevato perplessità sulla «spettacolarizzazione della guerra, presentandola come un’occasione educativa», infatti hanno pubblicato un post su Instagram (clicca qui per leggere il post) con il quale contestano il modo paradossale in cui le istituzioni intendono promuovere il pacifismo: «Alpini nelle scuole e mostre di armi non sembrano essere il modo appropriato per insegnare che l’Italia è un Paese che ripudia la guerra, come sancito dall’articolo 11 della nostra Costituzione».
Quella degli studenti e delle studentesse è una netta presa di posizione, che si spinge anche oltre, giungendo a contestare il clima di molestie e violenza verbale di genere vissuto in quei giorni a Vicenza, come accaduto anche in passato, con la complicità, dicono, delle forze dell’ordine.
Vi è, tuttavia, anche un altro aspetto imbarazzante in questa vicenda. Infatti, oltre alla complicità di una società civile perlopiù inconsapevole del destino incontro al quale sta andando, proprio come poco più di un secolo fa, quando innanzitutto preparammo la guerra sul piano retorico, in questa storia vicentina vi è la complicità dei mezzi d’informazione, alcuni coinvolti pienamente nell’indotto militar-industriale.
È successo, dunque, che in risposta alla protesta dei/delle docenti di Vicenza, il Direttore del Giornale di Vicenza, Marino Smiderle, abbia dedicato un intero editoriale alla questione, accusando i/le docenti e persino l’ANPI di avere scarsa considerazione e onore per il lavoro degli Alpini. I/le docenti hanno risposto al Direttore con una lettera, che però il Giornale di Vicenza non ha pubblicato, in cui si ricorda a più di uno smemorato che la storia degli Alpini è anche la storia dell’aggressione fascista alla Russia nel 1941 e dell’aggressione all’Austria-Ungheria, infatti «fu l’Italia a dichiarare la guerra all’Austria-Ungheria nel 1915, non viceversa; e furono i generali italiani, nonostante l’esperienza di un anno sul fronte occidentale, a impostare quella guerra su offensive alla baionetta senza alcun guadagno strategico. Lo facevano perché consideravano la truppa al loro comando carne da cannone. Erano loro a disprezzare i soldati, non chi si era opposto ad una guerra che portò alla distruzione del regime liberale e al fascismo».
Alla fine, tuttavia, si scoprono gli altarini e Marco Veruggio con un lungo articolo pubblicato su http://www.glistatigenerali.com (clicca qui per l’articolo) mette in evidenza gli interessi strategici che Il Giornale di Vicenza, che rimane pur sempre il giornale della Confindustria locale, difende insieme agli Alpini. Veruggio svela, infatti, che Il Giornale di Vicenza «è uno dei quattro quotidiani di proprietà del Gruppo Athesis» e che tale gruppo è in affari con «importanti aziende legate al settore militare e ben rappresentate in Confindustria. Dalla ICM (Gruppo Maltauro), azienda di costruzioni con un ramo specializzato nella costruzione e manutenzione di basi militari, con contratti NATO in tutto il mondo, proviene il vicepresidente di Confindustria Vicenza con delega all’internazionalizzazione, Giovanni Dolcetta Capuzzo, vicepresidente anche di Fondazione Cariverona. ICM ha all’attivo numerosi contratti per la realizzazione di lavori presso le basi militari americane in tutto il mondo. In Italia attualmente una commessa in corso per lavori nelle basi NATO a Vicenza (8,8 milioni di euro) e a Napoli (16,5), una completata nell’aeroporto di Aviano (12,5), ma soprattutto un quota dell’80% del contratto da 213 milioni di euro».
Come volevasi dimostrare, e come accaduto in passato, le operazioni belliche portano benefici e introiti solo a industriali e gruppi capitalistici, che però in guerra non vanno concretamente e non mandano i propri figli e le proprie figlie. Tuttavia, per le loro guerre, essi hanno bisogno di carne da macello da reclutare nella scuola pubblica, giacché proprio i loro figli e le loro figlie, forse, la scuola pubblica non la frequentano e, sicuramente, per la loro brillante carriera non avranno certo bisogno di rivolgere lo sguardo alle opportunità dall’arruolamento nelle Forze Armate.
Si spiega anche in questi termini l’invadenza della stessa industria bellica nella scuola pubblica con progetti affascinanti su cybersecurity, spazio, digitale, proprio come nel caso della collaborazione di Leonardo SpA, colosso italiano di rilevanza mondiale nella costruzione di armi, con una scuola marchigiana, il Liceo “Enrico Medi” di Montegiorgio, in provincia di Fermo, nel progetto Infinity2 (clicca qui per la notizia).
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
