L’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università ha chiesto al Comitato No Camp Darby di fare il punto sulla situazione pisana
Come comitato No Camp Darby non possiamo che sentirci parte integrante delle iniziative intraprese dal Movimento No Base e per questo abbiamo partecipato all’assemblea del 21 Luglio, così come accoglieremo con favore tutte le iniziative e le proposte concrete per mobilitare i territori e i loro abitanti/cittadini contro la militarizzazione del territorio pisano e livornese a partire dalla costruzione della nuova base del Tuscania e il potenziamento, ormai in fase conclusiva, della base USA di Camp Darby.
È ormai acclarato che le istituzioni locali, senza distinzione tra centrodestra e centrosinistra sono parte attiva delle servitù militari, lo dimostra la disattenzione cronica verso le conseguenze della militarizzazione dimenticando anche l’elevato impatto ambientale, i processi di inquinamento e le malattie che in certi casi si sono sviluppate. È il caso del poligono di tiro in Sardegna, dell’inquinamento dei corsi d’acqua, dei terreni e la minaccia alla nostra salute compromettendo la intera filiera alimentare con l’inquinamento delle materie prime coltivate in siti per i quali non è mai avvenuta la auspicata bonifica. In questi giorni inizia un processo in terra sarda dopo le denunce dei comitati e bisogna attenzionare quanto accadrà nei prossimi mesi.
Scopriamo con decenni di ritardo realtà e situazioni che invece avremmo dovuto conoscere e documentare in largo anticipo, è il caso dell’uranio impoverito, delle decine di militari (e civili) morti le conseguenze dell’uranio impoverito. La guerra crea morte, distruzione, ma anche devastazione ambientale.
Vogliamo attirare l’attenzione sulle mancate bonifiche dei siti inquinati per produzione nel tempo dimostratesi nocive, l’argomento è scollegato dal militare ma è un dato eloquente di come sia stato sottovalutato il problema dai vari Governi nazionali, regionali e locali. Da lustri anche la Corte dei Conti chiede la bonifica dell’area Cresam di San Piero (una delle aree interessate alla base del Tuscania) dove sorgeva il reattore nucleare della Marina, eppure tutto è rimasto senza soluzione come del resto sono ancora al loro posto decine di siti inquinati che rappresentano una costante minaccia alla salute della popolazione.
Quanto accade al Fosso dei Navicelli dimostra che proprio le amministrazioni locali sono parte attiva dei processi di militarizzazione, perfino la richiesta di informazione su un capannone chiuso per ragioni di sicurezza resta senza risposta e non ci pare che anche le autorità pubbliche preposte al controllo abbiano mostrato la auspicata attenzione specie dopo la pubblicazione di tanti articoli sulla stampa. Una montagna di burocrazia che alla fine scoraggia anche il senso civico della cittadinanza.
Che dire invece di quanto accaduto in Consiglio Comunale a Pontedera con un ordine del giorno del centro sinistra che in sostanza non prende alcuna posizione rispetto alla costruzione del Poligono e della Pista di guida (a detta loro ne era comunque prevista la edificazione…) previste dentro il Progetto della nuova base del Tuscania?
Un convitato di pietra, un silenzio assenso se non partecipazione attiva ai processi di militarizzazione. Il raddoppio della base del Tuscania, per costi e dimensioni, è una sconfitta di tutto il movimento contro la guerra, ma anche il frutto di opere di compensazione che alla fine scambiano i processi e le politiche di guerra, la militarizzazione dei territori con qualche restauro di immobili abbandonati e qualche rifacimento stradale. Eppure recupero delle aree dismesse, bonifiche, recupero e valorizzazione degli immobili storici dovrebbero rappresentare scelte dirimenti per i Governi locali e non finire dentro le opere di compensazione per le servitù militari.
Le opere di compensazione promesse sono state sufficienti per conquistare il silenzio assenso di alcuni inizialmente mostratisi contrari alla base del Tuscania, sono gli interessi materiali a generare le posizioni pubbliche, attorno alla costruzione di nuove basi si celano del resto interessi economici e non solo prettamente militari. E dietro alla ampliamento della base del Tuscania che si allarga nei comuni di Pisa e di Pontedera ci sono considerazioni ben note, da una parte non scontentare le attività agroalimentari della zona, dall’altra far passare l’idea che la militarizzazione del territorio presenterebbe dei vantaggi per la cittadinanza tutta come il rifacimento di strade e il sorgere di nuove infrastrutture, il restauro di edifici storici abbandonati per anni nell’incuria e non ultima la questione della pista a Pontedera che andrebbe incontro alle esigenze dell’economia locale (la Piaggio ad esempio). Peccato che i cicli produttivi, e il personale, impiegato nello stabilimento di Pontedera siano ai minimi storici dopo anni di delocalizzazioni produttive con la chiusura di tante fabbriche dell’indotto. Un bel modo, a nostro avviso, per travisare la realtà e accomodarsi al tavolo delle compensazioni e delle servitù militari.
Noi pensiamo che si debba affrontare i problemi da tutti i punti di vista, non innamorarsi di una critica solo ambientalista o di natura culturale alla guerra, ma riuscire nello sforzo di mettere tutto insieme, di articolare la nostra opposizione in modo ragionato e complessivo. Ci saranno le istanze di chi analizzerà le questioni ambientali, di quanti criticano l’imperialismo o di chi guarda ai processi di militarizzazione del proprio territorio, alla trasformazione delle scuole in strumento di propaganda di guerra, tutte queste istanze dovranno rientrare in una critica complessiva alla base del Tuscania, alle ragioni di un conflitto che ormai bussa alle nostre porte come si evince dalla prima risoluzione del Parlamento europeo, dal dispiegamento di missili di ampia gittata sul territorio italiano prestato anche per l’addestramento delle truppe ucraine. E anche Camp Darby e il Fosso dei Navicelli sono parte integrante dei nostri comuni ragionamenti.
Sarà di vitale importanza andare nei quartieri e dimostrare che questa base non è un valore aggiunto per la città, dimostrarlo oggi è più difficile di ieri proprio per l’assuefazione diffusa all’idea della guerra, è indispensabile coinvolgere le scuole e le università in questa campagna di resistenza alla guerra e ai processi di militarizzazione dei territori e del sapere. Pisa è una città già ampiamente militarizzata, dagli incursori a Camp Darby, dall’aeroporto militare dove sorge un grande hub dal quale possono partire verso scenari di guerra migliaia di soldati fino alle caserme, dai progetti di ricerca a fini di guerra fino alle lezioni di diritto internazionale per giustificare le guerre di aggressioni.
Serve soprattutto dimostrare quanti tagli ci sono stati alla istruzione, alla sanità e al welfare da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina, i fondi europei postcovid indirizzati a fini di guerra. Una critica all’operato dei Governi locali e nazionali perché chi oggi parla di ampliamento del canale dei Navicelli a fini civili e a favore della cantieristica occulta la richiesta di quasi 20 anni fa che il Pentagono avanzò al Governo italiano per collegare Camp Darby via mare al porto di Livorno. Il dragaggio commissionato da una agenzia Usa legata al Governo americano direttamente alla Navicelli spa, società controllata dal Comune di Pisa, conferma che ogni opera nel canale è legata alle ragioni di guerra e non accordato all’economia del territorio come la cantieristica.
Sarebbero tanti altri i punti da toccare, temi importanti e strettamente collegati e di cui dovremmo tener conto e discutere, come i nostri beni comuni: l’acqua, innanzitutto, in tutte le sue forme, le falde/sorgenti che ancora sono oggetto e preda di mire capitalistiche e privatizzazioni tutto svantaggio e danno dei cittadini e dei nostri territori.
Proviamo quindi, e questa è una reale e non più rinviabile necessità oltreché un auspicio, a lavorare insieme nella consapevolezza che la resistenza ai processi di militarizzazione , urge una visione chiara della realtà che i dominanti stanno costruendo a nostro danno e pericolo. E non possiamo sottovalutare la stretta repressiva in corso contro i movimenti sociali e contro la guerra stanno per licenziare il ddl 1660 con pene inaudite costruite ad arte per criminalizzare e impedire sul nascere ogni forma di opposizione-
Alla base e, quasi come per giocare con le stesse parole, e come filo conduttore che non ci deve trovare assenti e/o confusi, ci deve essere una nuova e rinnovata presa di coscienza e consapevolezza anche di quella ripresa sovranità popolare (da non confondere con sovranismo) che molti finora hanno travisato o non hanno saputo tradurre nella difesa del territorio, degli interessi propri delle classi subalterne minacciati dalle mire speculative e guerrafondaie. E per farlo serve anche rilanciare pratiche diffuse di rifiuto della guerra e dei processi di militarizzazione della società.
Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
