“Sport, natura e…tricolore”: sulla militarizzazione dello sport olimpico

Molti spettatori avranno notato il fiocco montato sul Nacra 17 di Ruggero Tita e Caterina Banti, equipaggio reduci da un prestigioso oro olimpico nella vela nelle acque marsigliesi per Parigi 2024. Più che una vela, in particolare uno spi asimmetrico, appariva come un enorme tricolore bianco rosso e verde.

Ebbene, di fronte alla nauseante e plateale dimostrazione di potenza di cartapesta dei cugini francesi, esibita in tutte le salse durante la cerimonia di apertura, questi aspetti patriottici possono sembrare poca cosa anche perché tutti gli altri equipaggi avevano anche’essi il loro bandierone, forse per essere facilmente individuabili da lontano, lungo la costa. Ciò che però era più difficile da scorgere e contraddistingueva l’equipaggio italiano è il simbolo tricolore apposto sui caschi di protezione dei due velisti: due strisce, una rossa una verde su sfondo bianco, disegnate graficamente come due grosse fiamme, notevolmente cresciute di dimensioni rispetto a Tokio 2021 ed evocative delle scie tricolori che lasciano in volo i velivoli militari della nostra pattuglia acrobatica che di recente, in occasione del tour negli USA ha sorvolato l’Amerigo Vespucci attraccata a Los Angeles, per una tappa del tour mondiale nella data-simbolo del 4 luglio.

Ruggero Tita, inoltre, è un finanziere, come molti altri appartenenti alla figura degli’”atleti/e militare” plurimedagliati/e anche in queste olimpiadi tanto che un recente articolo dell’agenzia AGI ha in parte risposto all’interrogativo di molti  “Perché gli atleti italiani sono (quasi) tutti nelle forze dell’ordine?”.

In realtà sarebbe stato più corretto dire “appartenenti al settore difesa”, ma forse si tirano in ballo le forze dell’ordine proprio perché è tra questi che il Paese ha avuto in propri atleti più noti, dall’ex carabiniere Alberto Tomba, al finanziere Antonio Rossi, alla poliziotta Valentina Vezzali o più di recente Marcell Jacobs.

Ripercorrendo la storia che si sviluppa a partire dalle semplici e limitate finalità addestrative militari fin dall’Italia post-unitaria, per arrivare alla data-cardine del 2004, con l’ingresso del militare professionista, l’articolo sottolinea come “fino ai primi anni 2000, i gruppi sportivi militari erano un fondamentale sostegno economico per gli atleti nella pratica dell’attività sportiva; ora i centri sportivi militari sono diventati anche centri tecnici di eccellenza dove si allenano squadre nazionali e di club” e tornando nuovamente al ruolo della GdF di cui ricorre quest’anno il 250° dalla fondazione, ci ricorda che “ci sono progetti di attività promozionale nelle scuole: le Fiamme Gialle sono state le prime a entrare nelle scuole e a cercare tra i banchi atleti che poi hanno vinto anche medaglie olimpiche e di attività giovanile strutturata”.

Lo Stato, insomma, invece di promuovere uno sport “per tutti”, finanziando e promuovendo le piccole realtà associative, uno sport diffuso fatto di benessere, condivisione, socialità ed una competitività come mezzo e non come fine ultimo per scovare il campione da medaglia, effettua un doppio cortocircuito de-finanziando da anni lo sport di massa e come tutti sanno anche la scuola, oltre che la sanità. Su quest’ultimo settore giova ricordare brevemente la gestione militare anche in temini semantici della “guerra contro un nemico invisibile, il Covid-19 che ha visto medici e infermieri in trincea” : anche in quell’occasione si preferì la sanità militare per fare fronte all’immancabile emergenza con tre anni di rafferma a stipendio sicuro e con la garanzia di immissione praticamente di diritto nella sanità civile una volta terminato il ciclo (vedi articolo dell’Aeronautica Militare).

Si può dire, quindi, che così come la militarizzazione di scuole e delle università ha tra i propri fattori scatenanti, in termini di marketing (e propaganda mediatica, basti pensare all’escalation di messaggi “positivi” associati alle serie TV con poliziotti “buoni” ma fuori dalle righe e tutto sommato simpatici, come Rocco Schiavone o Coliandro, carabinieri eroi e paterni, carabiniere avvenenti, PM donne e anche anticonformiste, ecc. ecc.) la fine, appunto, del servizio di leva, a partire dai primi anni 2000, anche lo sport, fucina di propaganda nazional-patriottica, si evolve seguendo strategie e connessioni sempre più sofisticate.

Il Ministero della Difesa, per coordinare tutto ciò in chiave di marketing e contenuti valoriali ha istitutio nel 2011, Difesa Servizi SpA il cui slogan è appunto “generiamo valore”. Con il lasciapassare valido per tutte le stagioni, della “valorizzazione economica” dei beni culturali e di una gestione market-oriented, caserme dismesse, piccoli musei locali, sono messi a sistema sempre con l’intento di ampliare le connessioni tra mondo militare e società civile, con in prima linea le scuole, il tutto condito dalla retorica della “difesa” della nazione, anzi della patria, con le proprie radici nel processo risorgimentale culminato nella vittoria alla fine del primo conflitto mondiale.

Dal 2016, in questo circuito militar-educativo, sono entrati in funzione anche i militi del Raggruppamento Carabinieri Biodiversità che ha assorbito in toto il vecchio Corpo Forestale dello Stato. Nel sito web di una delle tante caserme dei CC sparse sul territorio a presidio dei beni forestali demaniali e intitolata alla “vittoria” nella prima guerra mondiale, si legge “(…) compito prioritario del Reparto Carabinieri Biodiversità di Mongiana (Villa Vittoria) è quello dell’educazione ambientale e della promozione della cultura e sensibilità naturalistica. Numerosi, infatti, sono i percorsi didattici che si snodano all’interno di Villa Vittoria i quali, oltre che a fornire informazioni scientifiche, tendono proprio a promuovere la cultura del rispetto dell’ambiente”. Nella sezione “educazione ambientale” del sito web nazionale, una carabiniera con divisa nera e non più quella grigio-verde dei vecchi forestali, attorniata da bambini/e piccoli/e, mostra il volto “materno” e rassicurante, nel suo fondamentale compito educativo e tra i vari eventi in menù, si può notare anche l’intento “orientativo”, verso una futura professione in campo ambientale: a questo punto ci si chiede se sarà con le stellette e quindi con uno stipendio assicurato a vita o se nel circuito privato o pubblico fatto di precarietà e paghe da fame. 

In tutto ciò l’avvicinamento tra le scuole e il circuito militar-educativo avviene appunto, anche attraverso le iniziative sportive ma anche benefiche/umanitarie/sociali, come l’ingresso a gamba tesa nel settore paralimpico, dove alcuni/e atleti/e vittime di pesanti ferite subite in “Patria” o nelle cosiddette missioni di pace, sono cooptate nelle fila degli/delle atleti/e militari, per offuscare le tragiche ripercussioni di ogni conflitto armato “nell’adempimento del proprio dovere”: il motto di questo specifico gruppo sportivo militare è “Per Aspera ad Astra” cioè attraverso le difficoltà, verso le stelle, dove le difficoltà sono appunti gli “effetti collaterali” nei campi di battaglia. In parallelo alla faraonica gita intorno al mondo in promozione del Made in Italy dell’Amerigo Vespucci (tra le prossime tappe Doha, dove attraccherà accanto alle navi da guerra USA impegnate in vari teatri di guerra in medio-oriente, oppure ad Aqaba, dirimpettaia della città israeliana di Eilat a due passi dal genocidio in corso in Palestina anche grazie alle armi Made in Italy), c’è inoltre un’altra impresa sportivo-militaresca, in questo caso platealmente sponsorizzata anche da Leonardo SpA, il progetto “WOW – Wheels on Waves 2023-2025”, il giro del mondo a bordo del catamarano privo di barriere architettoniche “Spirito di Stella” rivolto a tutti i militari con disabilità delle forze armate italiane e straniere.

I centri sportivi militari, godendo di ampi finanziamenti e proponendo alle nuove leve uno stipendio sicuro fondamentale in alcuni sport di nicchia, fuori dai circuiti dei grandi sponsor, in quelle fasi del curriculum dell’atleta in cui gli sponsor ancora non si sono affacciati, alimentano quindi questa fabbrica propagandistica e nazionalista. Nella sezione dedicata allo sport dell’esercito italiano si legge infatti che “da essi (gli/le atleti/e) l’istituzione si attende un significativo contributo al consolidamento del senso di appartenenza nonché di fungere da stimolo per l’attività sportiva diffusa, anche attraverso il potenziamento del numero e della qualità degli istruttori. In tale prospettiva, accanto al tradizionale sport di massa, che mantiene inalterata la sua fondamentale valenza, si è ritenuto opportuno e conveniente rilanciare su nuove basi lo sport d’eccellenza”.

In realtà ci pare che negli anni, visto il dilagare delle gravi formi di dipendenza da strumenti digitali, tra le quali l’Internet Gaming Disorder descritto anche nell’ultima versione del DSM-5  e conseguentmente della sedentarietà e del sovrappeso (tra gli 8-9 anni riguarda quasi 1/5 della popolazione infantile e il 10% è invece in situazione di obesità conclamata vedi dati 2024 dell’ISS) lo sviluppo di uno sport di massa non sia stato adeguatamente promosso, almeno nella sua versione non agonistica e di sviluppo psicofisico armonico ed equilibrata socializzazione.

Stefano Bertoldi – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Un pensiero riguardo ““Sport, natura e…tricolore”: sulla militarizzazione dello sport olimpico

  1. Futili polemiche che hanno origine nelle teste vuote di certi imprenditori incapaci di motivare i propri dipendenti, sportivi o lavoratori. Vogliono solo smantellare in l’Italia gli ultimi esempi di italianità che parte dal basso con stipendi non truccati. Dal secondo dopo guerra non si vede altro che un continuo smantellare di realtà che producono risultati che mettono luce su una Italia spesso in ostaggio di falsi imprenditori senza scrupoli che sanno offrire solo retribuzioni più simili a rimborsi spese.

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