Il voto di tanti ambientalisti nel Parlamento Europeo a favore della risoluzione che assegna armi di ultima generazione all’Ucraina dimostra come ormai certe posizioni ecologiste possano essere compatibili con il sostegno alla guerra e alla NATO, ai processi di militarizzazione del sapere e della società. Va quindi sviscerato il nesso tra guerra, devastazione ambientale e riscaldamento climatico. Ma è altrettanto importante ricordare che la guerra colpisce anche i nemici interni, chi si oppone alla cultura bellicista e i processi di militarizzazione dei territori e il ddl 1660 lo dimostra eloquentemente.
Ricordiamo, a distanza di tanti anni, le immagini diffuse scientemente dai media degli uccelli morti per gli sversamenti di petrolio, uccelli che invece, per i fenomeni migratori, non potevano trovarsi in quel luogo come poi dimostrarono alcuni scienziati. Ma queste immagini ebbero l’effetto sperato favorendo il sostegno dell’opinione pubblica all’intervento militare occidentale in Iraq.
La manipolazione delle fonti, il gran circuito mediatico controllato dalle multinazionali e dai centri del potere economico e finanziario proprietari dei mezzi di stampa, è fin troppo risaputa dagli addetti ai lavori, ma del tutto ignorata dalle grandi masse, ricordiamoci del dossier che mostrava immagini satellitari che individuavano i luoghi in cui Saddam avrebbe custodito armi di distruzione di massa, armi mai trovate e mai esistite. Parliamo dei laboratori mobili che gli ispettori ONU non sono poi riusciti ad individuare e sulla esistenza dei quali, ma a guerra finita, l’allora segretario di stato USA Powell fece poi marcia indietro. Se una menzogna ha provocato una guerra, un mare di falsità generano la distruzione dell’ambiente facendo credere che i colpevoli non siano i guerrafondai trasformati invece in benefattori dell’umanità.
Il senso di colpa diffuso ad arte colpisce anche noi attivisti contro la guerra e la militarizzazione dei territori, infatti veniamo presentati come uomini e donne del “no”; le nostre proteste contro i militari nelle scuole vengono ridicolizzate o sono oggetto di provvedimenti disciplinari, di campagne stampa contro insegnanti che rivendicano una scuola portatrice di valori e pratiche contro la guerra.
Sono le guerre a provocare diffusi danni e costi ambientali, ad esempio i 700 giacimenti petroliferi del Kuwait dati alle fiamme nella prima guerra del Golfo, gli 11 milioni di barili di greggio dispersi nel Golfo Persico con colonne di fumo estese per 800 chilometri hanno provocato danni incalcolabili, minando la salute di milioni di persone oltre a devastare per secolo quei territori. E lo stesso discorso potremmo fare per le armi all’uranio impoverito ovunque siano state utilizzate negli ultimi 30 anni.
La contaminazione del territorio derivante dal petrolio, alla quale aggiungere l’inquinamento derivante dai bombardamenti hanno provocato disastri ambientali dei quali l’opinione pubblica occidentale non ha mai ricevuto informazioni di sorta.
Non una parola viene spesa sul rapporto tra guerre e cambiamento climatico, si impone invece all’opinione pubblica una gamma di comportamenti etici e individuali rispettosi per l’ambiente quando i nostri governanti sono causa, con le loro scelte belliche, del problema.
Oggi il genocidio del popolo palestinese e di quello libanese ad opera di Israele, i vasti bombardamenti in corso da un anno sono causa del riscaldamento del pianeta, anche se i governi occidentali fanno finta di ignorare l’impatto della politica estera di guerra sul cambiamento climatico.
Non siamo noi a dirlo, ma una valutazione resa pubblica dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), che denuncia l’inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria in rapida e evidenzia danni irreversibili agli ecosistemi naturali oltre all’aumento delle emissioni di carbonio.
Il quotidiano The Guardian denuncia pubblicamente questa situazione: «Le emissioni di riscaldamento del pianeta generate durante i primi due mesi di guerra a Gaza sono state superiori all’impronta di carbonio annuale di oltre 20 delle nazioni più vulnerabili al clima del mondo, rivela una nuova ricerca. La stragrande maggioranza (oltre il 99%) delle 281.000 tonnellate di anidride carbonica (CO2 che si stima siano stati generati nei primi 60 giorni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre possono essere attribuiti ai bombardamenti aerei e all’invasione di terra di Gaza da parte di Israele, secondo un’analisi unica nel suo genere condotta da ricercatori nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Secondo lo studio, che si basa solo su una manciata di attività ad alta intensità di carbonio ed è quindi probabilmente una sottostima significativa, il costo climatico dei primi 60 giorni di risposta militare di Israele è stato equivalente a bruciare almeno 150.000 tonnellate di carbone. L’analisi, che deve ancora essere sottoposta a revisione paritaria, include CO2 dalle missioni degli aerei, dai carri armati e dal carburante di altri veicoli, nonché dalle emissioni generate dalla fabbricazione e dall’esplosione di bombe, artiglieria e razzi. Non include altri gas che riscaldano il pianeta come il metano. Quasi la metà del CO totale2 le emissioni sono diminuite a causa degli aerei cargo statunitensi che trasportano rifornimenti militari in Israele».
Nell’area africana, dove da decenni le guerre imperversano con la partecipazione attiva anche di potenze occidentali, il cambiamento climatico genera feroci crisi umanitarie, aumentano infatti le malattie endemiche ed epidemiche, siccità e inondazioni hanno messo in ginocchio diversi paesi che devono affrontare una preoccupante carenza di cibo e per sfuggire alla immane miseria si verificano fenomeni immigratori.
Siamo davanti a una devastazione ambientale senza precedenti, determinata non solo dalle emissioni da combustibili fossili, ma anche dalla contaminazione radioattiva da energia nucleare la cui responsabilità cade direttamente sulle Forze armate.
Alla luce di queste considerazioni è di vitale importanza aprire una riflessione in ogni ambito sociale, nel mondo dell’istruzione in primis, per riflettere sulle dichiarazioni diffuse dalla NATO e dagli USA a proposito della necessità di ridurre l’impatto ambientale proponendo l’immagine di forze armate moderne e a zero emissioni e chiedendo ai Governi nazionali fondi aggiuntivi per ammodernare caserme, o costruirne di nuove in una ottica falsamente ecologista. Per fare un solo esempio la base del Tuscania che il Governo vuole costruire tra Pisa e Pontedera dovrebbe essere ecologica con innumerevoli accorgimenti a difesa dell’ambiente e del territorio.
Gli attivisti per il clima sono sotto minaccia, come altri movimenti proprio a causa del ddl 1660, parliamo dei movimenti che si pongono in termini conflittuali rispetto al sistema di guerra e al modo di produzione capitalistico.
Dal canto loro, per addolcire la pillola, le nazioni capitalistiche dominanti dichiarano la volontà di destinare il 5% dei loro bilanci militari verso i finanziamenti per l’ambiente che hanno loro stessi distrutto
L’aumento esponenziale delle spese militari viene quindi fatto passare non solo come vitale per la difesa nazionale e del sistema ma anche come occasione per contrastare il cambiamento climatico.
Eppure sono proprio i 31 Stati membri della NATO a totalizzare il 60 per cento e oltre delle spese militari globali le cui emissioni totali, per la rivista statunitense Montley Review, rappresentano oltre 233 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti di gas serra.
Le guerre, la NATO e il complesso militare industriale sono pertanto le cause dell’emergenza climatica e non serviranno le campagne mediatiche occidentali a nascondere la realtà.
Bibliografia
Il costo ambientale del genocidio di Israele a Gaza | Clima e capitalismo (climateandcapitalism.com)
Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
