Ragusa, poliziotti tra i banchi di scuola: il contatto con le armi e divise è diseducativo

Ecco la scuola che piace. La vediamo trasparire nel tono soddisfatto dell’articolo di quotidianodiragusa.it Un poliziotto fra i banchi di scuola a Ragusa Modica Vittoria Comiso – e in quante altre scuole italiane? (clicca qui per la notizia).

Il tutto grazie al pronto sostegno dei solerti dirigenti scolastici e con i collegi docenti che – ultima ruota del carro – deliberano (forse) di distribuire questionari della Polstrada.

Ma non a tutti piace una scuola così. Anzi, molti docenti (in scienza e coscienza) provano imbarazzo e irritazione per questa insistente invasione di campo da parte di istituzioni che nulla hanno a che fare con la didattica e l’educazione.

E molti genitori non è detto che gradiscano che figli e figlie abbiano questo tipo di esperienza. A 11 o 14 anni, trovarsi tra i banchi uomini in divisa invece di altri compagni e compagne è più facile che incuta un inibente timore negli introversi, oppure un ambiguo sentimento di emulazione nei più spigliati.

È una sciocchezza definirlo – come fa l’articolista, ma non solo lui – una «comunicazione immediata e diretta con i ragazzi, in grado di fornire loro un approccio confidenziale, aperto e schietto con gli uomini in divisa, senza barriere, con il risultato secondario di raccogliere i dubbi e le curiosità che le giovani generazioni maturano nel loro percorso di crescita».

Il contatto dei minori con divise ed armi è fuori luogo e diseducativo, come costantemente ribadito da tutti i pedagogisti.

Sbagliano quelle scuole (per giunta pubbliche) che permettono “progetti” di questo tipo. Perché, dando così tanto spazio a presenze aliene rispetto alla didattica, sono colpevoli di rinunciare al loro ruolo pedagogico: insegnanti che non sono più gli adulti di riferimento e esempi di pensiero critico per alunni e alunne, ma somministratori di questionari.

Che cosa può e deve fare, allora, una scuola seria? Costruire al proprio interno i percorsi di educazione civica e di educazione stradale adatti ai giovani e alle giovani, raccogliendo materiali anche eventualmente forniti dalle forze dell’ordine, ma avvalendosi di esperti della formazione in tema di educazione stradale, come per esempio gli istruttori delle locali scuole guida, e coinvolgendo le associazioni che si occupano di mortalità sulle strade, per far riflettere sulle vere storie di vita e di morte sempre relegate nei trafiletti di cronaca. Un modo più efficace dei ripetuti ammonimenti al rispetto di leggi e norme, e al timore delle sanzioni.

Dunque, la presenza in classe di poliziotti non può avere nessun intento educativo. Lo sappiamo bene noi adulti, ma non possono saperlo i giovani: l’intento è politico  (inculcare l’inevitabilità delle soluzioni repressive) e promozionale (favorire un futuro reclutamento).

Lorenzo Perrona, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Siracusa

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