La recente dichiarazione del Capo di Stato Maggiore Carmine Masiello, seguita da prese di posizione di altri esponenti dell’esercito, conferma la tesi del convegno che stiamo organizzando a Torino il 7 febbraio, che avrà come titolo Non è un mestiere come un altro, in riferimento al “mestiere” del soldato. Nelle nostre scuole, infatti, e sempre più intensamente, attraverso l’orientamento e la presentazione alle/gli studenti delle allettanti opportunità lavorative offerte dalle Forze Armate si cerca di reclutare i giovani nell’esercito, presentato con in modo attraente, come una carriera dinamica e brillante.
Ma, ci dicono i vertici delle Forze Armate, la realtà è un’altra.
“L’Esercito è fatto per prepararsi alla guerra. Punto”, ha detto infatti con netta fermezza Masiello (https://www.youtube.com/watch?v=w8Csk7mRcZs).
Il generale Tricarico ha rafforzato l’argomento deplorando la riconversione dell’esercito “in una costola della Protezione civile” e il suo impiego in funzioni di ordine pubblico o di sicurezza, come è avvenuto ad esempio a Torino nel quartiere di Barriera di Milano (https://www.adnkronos.com/cronaca/lesercito-e-fatto-per-prepararsi-alla-guerra-generali-daccordo-con-capo-sme-masiello_3Etg6pLo6FaMD8sJoNILo5?refresh_ce).
A sua volta il generale Bertolini ribadisce che: “Le forze armate servono a prepararsi per la guerra, senza la prospettiva della quale sarebbe sufficiente una buona forza di polizia o una buona protezione civile; e a tale eventualità si devono preparare”.
Vale la pena leggere il seguito della dichiarazione del generale Bertolini, che denuncia esplicitamente la carenza di giovani uomini addestrati, afferma la necessità di arruolamento e stigmatizza il warwashing linguistico che evita di usare la parola “soldato”, che non è, appunto, un mestiere come un altro: “In altre parole, c’è bisogno di molti uomini addestrati e forti fisicamente, nonché motivati a perseguire gli interessi del proprio paese. Invece, l’Esercito è stato anemizzato dal punto di vista numerico, ridotto a un contenitore di ‘professionisti’, mettendo in sordina dal punto di vista semantico il termine ‘soldato’ per sostituirlo con ‘volontari’ o con i retorici richiami alle ‘donne e uomini delle Forze armate’, come se si trattasse di un’attività lavorativa qualsiasi. Che si sia arrivati all’assurdo dei sindacati per un’attività che si distingue dalle altre proprio per la loro assenza, era quindi prevedibile“. “Se ci fosse bisogno, non potremmo improvvisare il reclutamento di ingenti quantità di uomini – prosegue il gen. Bertolini – ma non abbiamo più riserve a cui attingere, avendo abolito la leva che le produceva e lo strumento è fatto da quelli che definiamo ‘volontari’ o ‘professionisti’, come se il termine ‘soldato’ puzzasse, sempre più vecchi, mentre la guerra è roba per giovani, purtroppo”.
Queste parole hanno il merito di squarciare il velo delle narrazioni che mascherano le Forze armate come forze umanitarie, di protezione civile, di peacekeeping: “Le chiare parole del generale Masiello servono a spiegare che per l’Esercito Italiano e, più in generale, per la Difesa, il tempo della “sosta” post-storica e dell’orientamento al peacekeeping, frutti del “riflusso” geostrategico dell’Italia di inizio anni ’90, è terminato”, scrive Filippo Del Monte su Difesaonline (https://www.difesaonline.it/evidenza/punti-di-vista/il-discorso-del-generale-masiello-rivoluzione-tecnologica-lesercito).
È dunque evidente che la presentazione delle attività delle forze armate nelle scuole come orientamento professionale è una preparazione alla guerra.
Per alcune/i docenti e genitor* convinti, certamente in buona fede, che le attività delle Forze Armate siano prevalentemente di “servizio alla comunità”, nel peacekeeping, nel supporto alla Protezione civile e alla sicurezza pubblica, e che la loro presentazione alle/gli studenti costituisca un momento di crescita civile, questo disvelamento dell’”ipocrisia dominante” attuato dalle stesse Forze Armate dovrebbe far riflettere sul fatto che i loro studenti e i loro figli sono chiamati a prepararsi alla guerra. E quando ci si prepara alla guerra, la guerra arriva. E significa morte, distruzione, sofferenza.
La guerra ci riguarda, dice il generale Bertolini, lamentando una interpretazione ideologica della Costituzione che scambierebbe il “ripudio” (art. 11) per l’”abolizione” della guerra, che è invece una realtà ineludibile. I Costituenti avrebbero davvero voluto “abolire” la guerra, perché l’avevano vissuta, ma ovviamente non potevano scriverlo nella carta costituzionale, perché non era nei poteri della Repubblica italiana “abolire” in toto la guerra.
La guerra ci riguarda, diciamo anche noi, ma non nel senso del generale Bertolini. La guerra ci riguarda perché minaccia le nostre condizioni di vita, il futuro delle giovani generazioni, l’integrità della natura, l’esistenza stessa del pianeta. Finché potremo, ci impegneremo per tenerla lontana dalle nostre scuole, dalle menti e dai corpi delle/i nostre/i studenti, dalle nostre vite.
Per questo vogliamo anche noi contribuire a svelare le ipocrisie, ribadendo che Il soldato non è un mestiere come un altro e che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra. Punto”.
Terry Silvestrini, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, La scuola per la pace Torino e Piemonte

Ben detto!Senza ipocrisie