Diserzione e Pace: riflessioni dal Museo della Guerra di Vermiglio (TN)

Abbiamo visitato il museo della guerra (definita “bianca”) di Vermiglio, uno dei tanti presenti nelle Valli trentine che furono attraversate dalle immani e inutili stragi del primo conflitto mondiale. Questo grazioso paesino trentino di circa 1800 anime, posto a 1200 mt s.l.m. in Val di Sole, è balzato agli onori della cronaca per essere stato rappresentato nell’omonimo (e bellissimo) film Leone d’argento a Venezia e candidato agli Oscar nella short list insieme ad altre 14 pellicole.

Il film rappresenta storie di vita reali, sul finire del secondo conflitto, comprese quella del maestro elementare Cesare e di due disertori, nascosti in un maso nei pressi del paese, tra gli slanci solidali di alcuni e l’ostracismo di altri. Il film, come il recente “Campo di battaglia” di Gianni Amelio, mette in scena criticamente la grande guerra, ma senza mai renderla protagonista in modo diretto, evidente, o didascalico; al tempo stesso, “Vermiglio”, attraverso le parole di Cesare, smonta la retorica bellicistica dall’interno, nel suo motore principale, la propaganda e il manicheismo populista di un tempo che è poi lo stesso di oggi, rivisto e corretto.

«Forse, se fossero tutti vigliacchi, non ci sarebbero più guerre. La vigliaccheria è un concetto relativo»: questa è la frase nuda e cruda ed efficace del maestro Cesare a chi criticava il comportamento dei disertori e indirettamente di chi li copriva. Vermiglio era anche il paese di frontiera con l’impero austro-ungarico che nei pressi del Passo del Tonale aveva edificato diverse sistemi di fortificazione tra cui il tristemente noto forte “Strino”.

Il fronte di guerra per la conquista delle cosiddette terre irredente, recentemente inglobate nel percorso risorgimentale, fu altrettanto cruento e difficile, sul piano delle condizioni di vita sul campo di quello combattuto sul Carso. Ci saremmo quindi aspettati che la rete dei musei della guerra, accanto ai numerosi reperti bellici e della dura vita di trincea, alle rappresentazioni con tanto di filmati “immersivi” e antichi cinegiornali dell’Istituto Luce sulle pessime condizioni di vita che il governo corrotto dell’epoca faceva patire ai propri militi eroici (vedi carne da cannone), testimoniasse anche un solo cenno di “cedimento”, di tentazione di diserzione: non una lettera dal fronte o una statistica, nessun cenno alle decimazioni o ai tribunali militari con i loro processi sommari, o ai morti nelle retrovie per il “fuoco amico” dei Carabinieri, contro chi girava le spalle al nemico. Il sito ufficiale della Provincia Autonoma di Trento, d’altro canto, ci ricorda che i musei, si limitano a «(…) custodire materiali e immagini che ricordano una vicenda che ha segnato in modo profondo il territorio, la popolazione e il paesaggio. La loro presenza diffusa sul territorio attesta l’interesse che la storia della Prima guerra mondiale ha conservato in Trentino nel corso del tempo».

Eppure il fenomeno non fu assolutamente trascurabile in termini di numeri assoluti e percentuali. In occasione del primo centenario dall’inizio della prima guerra mondiale, infatti, uno storico certamente non particolarmente progressista o anti-militarista come Alberto Monticone, affermava su Avvenire : «(…) le denunce all’autorità giudiziaria per reati commessi furono ben 870.000, delle quali 470.000 per mancanza alla chiamata e 400.000 per diserzione dal corpo o per altri reati commessi sotto le armi. Circa 370.000 furono i renitenti alla leva che si trovavano all’estero e che non erano rientrati, perché ormai inseriti in quelle nazioni, pur mantenendo legami con la patria, mentre un certo numero di emigrati tornò e indossò l’uniforme. I processati per diserzione furono esattamente 189.425, dei quali 101.665 condannati a pene varie a seconda della gravità del reato». Tra queste pene c’era anche la condanna a morte per fucilazione.

Unico elemento educativo nel segno della pace, a parte quello pedagogicamente distorto del fattore deterrente degli “orrori delle guerre”, è l’enfasi posta alla cosiddetta tregua di Natale, durata il tempo di una notte, in cui militari italiani e austriaci si strinsero la mano nel nome di una fede cristiana che li univa. Su questo evento, il Museo di Vermiglio, ma probabilmente anche altri, organizza degli incontri culturali condotti da una storica mentre in un paesino poco distante, Ossana, all’interno del castello di San Michele, recentemente restaurato, è stato allestito una sorta di presepe dedicato all’evento con tanto di effetti audio per ricreare l’atmosfera di quell’effimero abbraccio fraterno fra «persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono ma che non si uccidono» (Pablo Neruda). Questa frase famosa di Neruda è confermata dalle migliaia di cittadini trentini di etnia italiana inviata dall’impero austroungarico sul fronte russo proprio per il timore di ammutinamenti mentre la Russia sfruttò a proprio vantaggio l’italianità dei  soldati caduti nelle loro mani per spaccare il fronte austriaco proponendo loro, tramite accordi con l’Italia, di liberarli in cambio dell’acquisizione della cittadinanza italiana.

L’enfasi della rappresentazione della cosiddetta “tregua di Natale”, però, finisce per offuscare questi aspetti scomodi per la retorica bellicistica e il fenomeno della diserzione e della renitenza alla leva.

Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

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