L’uso pubblico della storia venne analizzato per la prima volta da Jürgen Habermas e Davide Conti, storico e consulente del Tribunale al Processo di Bologna, ha ripreso questo concetto in riferimento al contesto italiano.
La storia da anni viene non solo maltrattata, ma fraintesa, piegata alla legittimazione politica di passati scomodi, una riscrittura parziale che si è avvalsa delle date celebrative istituite dai governi via via succedutisi. La storia risulta assediata e piegata, vittima di un attacco concentrico per asservirla a obiettivi politici e in molti casi stravolta da operazioni revisionistiche
La politica della memoria diventa una materia data in pasto all’opinione pubblica attraverso leggi dello Stato e spesso l’istituzione delle singole date è legata a scelte politiche e ideologiche, quindi assolutamente parziale.
Non siamo davanti a un calendario civile, ma a un’operazione di legittimazione dei governanti di turno, infatti numerose ricorrenze, tra cui le inaugurazioni di monumenti, le affissione di targhe e nomi delle strade non si configurano come scelte neutrali per dare un senso alla nostra comunità, ma sono scelte politiche ben precise.
A partire dal suo testo Sull’uso pubblico della storia, Davide Conti ha analizzato la mancata defascistizzazione e decolonizzazione del nostro Paese. In Italia non c’è stato alcun processo di Norimberga, non si sono fatti i conti con il passato coloniale e alla fine neanche con il fascismo, da cui abbiamo ereditato il codice Penale. L’amnistia Togliatti ha rimesso in libertà senza processo anche chi si era macchiato di crimini contro gli antifascisti, un recente di libro di Giorgio Boatti, Inganno di Stato. Intrighi e tradimenti della polizia politica tra fascismo e Repubblica, analizza la continuità tra le istituzioni attuali e la polizia politica di epoca fascista, i cui vertici spesso hanno mantenuto ruoli apicali nella Repubblica fondata sull’antifascismo.
Siamo davanti ad anni di narrazione “ad hoc” della memoria in aperto contrasto con il metodo scientifico della ricerca storica per costruire un nuovo immaginario simbolico conservatore con quella «ingegneria sociale e culturale» di cui parlava lo storico Eric Hobsbawm.
Ha ragione Franco Cardini (I confini della storia 2024) a dubitare fortemente della memoria affidata alle morbose cure della retorica, degli oratori di turno che all’occorrenza assumono i connotati di giornalisti onnipresenti o di presunti esperti privi per altro delle competenze necessarie per sviluppare dei ragionamenti sensati e attinenti alla storia stessa. Siamo davanti all’utilizzo mediatico della memoria affidato ai dominanti, la memoria inganna specie se gestita da obiettivi revisionistici che piegano la narrazione ad obiettivi politici contingenti.
Se si piega la narrazione del passato a logiche antistoriche si presenta ogni singola narrazione soggettiva come verità indiscutibile: ne abbiamo avuto dimostrazione quando il Parlamento europeo ha votato un ordine del giorno per equiparare nazismo e comunismo con il voto di molti esponenti di sinistra che pure provengono dalla tradizione comunista (iniziativa criticata aspramente anche da Alessandro Barbero). Il desiderio di interpretare i fatti per sposare le vulgate ufficiali di moda o assecondare obiettivi politici di stampo revisionista ha dimenticato in quel caso che proprio con il sacrificio di tanti comunisti venne abbattuta la barbarie nazifascista.
Per questo abbiamo intervistato, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Radio Grad, Davide Conti attorno alle giornate istituite per legge dal Governo italiano, proprio per restituire dignità alla storia sottraendola da operazioni revisioniste di varia natura
Qui l’audio dell’intervista.
