Spese Militari e Welfare: una scelta difficile per l’Italia nella corsa al riarmo

Partiamo da una considerazione scaturita da fatti di cronaca ossia l’apertura dei nidi comunali nel mese di luglio, che mette d’accordo indistintamente destra e sinistra: «Bisogna ascoltare i cittadini e le famiglie che chiedono aiuto» osservazione diffusa e bipartisan. Stiamo parlando dei bisogni dei bambini e delle bambine o della necessità delle famiglie di lasciare in custodia i propri figli e le proprie figlie a costi decisamente bassi, senza dubbio inferiori a quelli di una baby sitter. Tuttavia, i nuovi bisogni del welfare sono riassumibili nella classica sottrazione di risorse da una voce (ad esempio le pensioni) di bilancio per avere soldi da spendere per le famiglie, quando, invece, le necessità di un welfare inclusivo e aggiornato dovrebbe partire dal far pagare le tasse a chi non le paga (ad esempio gli extraprofitti), ponendo fine all’illusione secondo la quale abbattendo le tassazioni, i salari trarranno benefici. In realtà, sappiamo che mancando soldi al welfare, innumerevoli servizi saranno a pagamento e alla fine gli stessi vantaggi derivanti dal taglio del cuneo fiscale saranno vanificati.

Nel caso delle aperture dei nidi a luglio non solo Stato ed enti locali si sottraggono a fornire risposte alle famiglie, ma essi scaricano o sul terzo settore o sulla forza lavoro comunale oneri aggiuntivi, promettendo qualche briciola di salario accessorio e facendo passare l’idea che bambini e bambine debbano andare a scuola 11 mesi su 12.

L’incipit è stato lungo, ma utile per sottrarci a dei luoghi comuni e per comprendere dove finiscano i soldi pubblici.

Occorre chiedersi, ad esempio, a quanto ammonti la spesa per il welfare delle famiglie in Italia. Nel 2023 si sono sfiorati i 27 miliardi, ma è lecito chiedersi se le politiche intraprese siano state adeguate e se gli stanziamenti economici siano risultati sufficienti. Noi non abbiamo mai letto relazioni e report ufficiali al riguardo, al contrario gli studi vengono richiesti per suffragare la linea governativa e le scelte intraprese, ad esempio quelle di reiterare e potenziare le detassazioni sugli accordi di secondo livello: report-deposito-contratti-febbraio-2025.

Sempre nel 2023 i miliardi spesi per l’inclusione sociale sono stati circa 29 miliardi, ora immaginiamoci la spesa militare italiana al 2,5% del PIL, come annunciato da Giorgia Meloni, e chiediamoci dove prenderanno queste risorse, visto che siamo osservati speciali della UE e la documentazione di entrate ed uscite sarà vagliata a livello comunitario.

Fatti due conti, a bilancio dello Stato l’incremento delle spese militari costerà 25 miliardi di euro in più da aggiungere agli attuali 32. Ora, la sostenibilità di queste scelte può derivare da due opzioni: tagliare le spese sociali o sperare in una rapida decisione della UE di escludere l’aumento della spesa militare dalle norme che regolano il Patto di stabilità.

I rischi che corre il welfare state sono tangibili, le risorse per istruzione e sanità non ci sono, dal PNRR sono usciti innumerevoli opere di natura sociale, 5,6 milioni di persone vivono in povertà assoluta e il numero potrebbe presto aumentare.

Serve l’aumento delle spese militari? Ovviamente no, ma per giustificarlo arrivano le classiche narrazioni a senso unico, magari per occultare la richiesta pressante USA alla UE di farsi carico in misura crescente delle imprese di guerra. Le risorse investite nel militare vengono intanto sottratte al sociale, a misure di sostegno alle famiglie bisognose o perfino a raddoppiare il bonus energia a favore delle famiglie che vedono dilapidati i salari per l’aumento dei costi dei generi energetici.

E alla fine gli investimenti militari rafforzeranno la supremazia economica degli USA, visto che da quel paese arrivano licenze e autorizzazioni, a elevati costi, per montare loro componenti sui sistemi d’arma prodotti nel vecchio continente. Aumentando le spese militari crescerà ulteriormente il deficit pubblico e, sempre che non arrivino in soccorso norme europee, sarà difficile fare i conti con gli impegni assunti con la UE per ridurre l’indebitamento dell’Italia che, al pari di altri Paesi europei, dovrà «trovare risparmi compensativi nei bilanci». Quindi non saranno sufficienti eventuali interventi comunitari per escludere le nuove spese militari dai tetti di spesa, ma verranno imposti tagli al welfare, come per altro sollecitato da esponenti NATO. E lo spettro degli USA dove non ci si cura se le assicurazioni private non riescono a coprire le spese si fa sempre più vicino.

E per favorire i processi di riarmo arriveranno innumerevoli deroghe perfino in materia di codice degli appalti al fine di procedere con affidamenti diretti invece di bandire regolari gare. Urgenza e segretezza, del resto, rendono i cittadini ignari delle modalità e tempistiche con le quali si andranno a costruire nuovi insediamenti militari sui territori, le norme che valgono per imprese e cittadini nella società sembrerebbero sospese ogni qual volta si entra nell’ambito militare.

E, se mancano le risorse per assumere personale sanitario, se nel loro caso valgono le stringenti norme in materia di spesa, lo stesso varrà quando i vertici delle forze armate chiederanno di incrementare gli organici di oltre 40 mila unità. Facendo, quindi, due conti: una spesa militare pari al 2,5% del PIL equivale a 56 miliardi: quasi 25 in più di quanto spendiamo oggi e si rende necessaria una seria ricognizione sui costi effettivi del riarmo della UE, sugli effetti che non vanno a beneficio dell’economia e della cittadinanza, ma del fatturato dell’industria militare, come avviene fin dal 2014 anno in cui la NATO chiese ai paesi membri di accrescere le spese.

Fonti:
Armi all’Ucraina, i costi nascosti nei programmi di riarmo nazionali – MIL€X Osservatorio sulle spese militari italiane
Trump “chiede” il 5% del Pil in armi: l’Italia dovrebbe triplicare la spesa – MIL€X Osservatorio sulle spese militari italiane

Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

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