L’educazione civica dovrebbe stimolare le studentesse e gli studenti a essere parte viva e non passiva della comunità, dovrebbe introdurle/i alla conoscenza approfondita dei diritti che la Costituzione della Repubblica italiana riconosce come fondamentali. Per questo non condividiamo la proliferazione all’interno della scuola di eventi nei quali per “legalità” si intende il lato repressivo e celebrativo del potere.
Noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sappiamo quale sia la matrice di questa tendenza, e sappiamo a cosa mira: da un lato si sta vidimando l’idea negativa e superficiale delle nuove generazioni, che non credono più nei valori e rifuggono le responsabilità, dall’altro si stanno utilizzando le scuole come bacino di raccolta per l’arruolamento, per soddisfare la carenza di figure militari professionali.
Vediamo alcuni esempi: a novembre scorso i ragazzi delle classi seconde e terze della scuola secondaria di primo grado “Giulio Verne” sono stati accompagnati dalla polizia penitenziaria della casa circondariale di l’Aquila presso la scuola di formazione e aggiornamento del corpo a Roma. Dopo la prima parte della visita dedicata all’attentato del ’92 al giudice Giovanni Falcone e alla teca che custodisce i resti dell’autovettura sulla quale viaggiava, le studentesse e gli studenti sono stati portati nelle sedi del Nucleo Investigativo Centrale e del Gruppo Operativo Mobile.
Dello stesso tenore il progetto “Diffusione della cultura della legalità e promozione del merito” diffuso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito questo febbraio, l’invito del provveditorato regionale di polizia penitenziaria pugliese a tutte le scuole di secondo grado presso le case circondariali di nove città, e pochi giorni fa l’incontro di quaranta alunni/e dell’Istituto Comprensivo Giovanni XXIII di Martina Franca (TA) tenutosi con una rappresentanza della polizia penitenziaria; lo stesso istituto ha in progetto nei prossimi mesi di incontrare i rappresentanti delle altre forze di polizia presenti sul territorio.
Se siamo abbacinati è solo dal numero di queste iniziative, certi della loro reale funzione.
Il nostro lavoro quotidiano di insegnanti non è semplicemente compilativo di registri e programmi. Anche se questi accordi di collaborazione calano dall’alto e hanno forza istituzionale, noi intendiamo opporci con tutti gli strumenti leciti a nostra disposizione.
Come insegnanti abbiamo il privilegio di incontrare le future cittadine e cittadini di domani, abbiamo la responsabilità di consegnare loro gli strumenti di una cittadinanza attiva e non prona. Preferiamo di gran lunga che conoscano il diritto pubblico e perché il voto elettorale attivo non sia un gesto inutile, di come i sistemi elettorali siano stati costruiti nel corso della storia da persone comuni e quindi possano mutare. Dovremmo utilizzare l’educazione alla legalità per insegnare loro quante e quali anime politiche hanno cooperato per costituire la nostra Repubblica, una vera pluralità di pensieri e percorsi. Altro che pensiero unico!
Vogliamo istruire ed educare alla critica sociale e dei poteri, alla contestazione e al conflitto costruttivo negli spazi e nelle modalità che la legalità ci assicura.
Vogliamo parlare a loro della repressione del dissenso interno. Vorremmo dire loro, ma non possiamo, che anche noi professori/professoresse nelle scuole subiamo la durezza della punizione, anche se abbiamo fatto un buon lavoro e dovremmo essere lodati. Sì, infatti diversi insegnanti attivi nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università incontrano ostilità sul luogo di lavoro e fuori, nei tanti colleghi e dirigenti scolastici che invece amano questi incontri fatti con le forze di polizia.
Ma lo avevamo previsto, per questo continueremo con la nostra denuncia perché quello che si sta permettendo accada nelle scuole secondo noi è inaccettabile.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
