Diario di una guerra a bassa intensità

24 maggio 2024. Le Frecce Tricolori sorvolano l’Ovale di Piazza di Siena e il Galoppatoio di Villa Borghese a Roma. Olio di vasellina vaporizzato si addensa sul prato tra chi tossisce e chi resta inebetito con lo sguardo al cielo. È il quinto appuntamento del 2024. L’esibizione del 26 maggio a L’Aquila, la sesta tappa del tour italiano, verrà cancellata a causa di un incidente, muore un copilota dell’elisoccorso del 118. La settima apparizione, invece, sarà sempre sui cieli di Roma, per la Festa della Repubblica.

Seguo le Frecce dal 5 maggio 2024, dall’Airshow di Caorle (VE). Come al solito, anche a Villa Borghese, ho con me la videocamera, faccio alcune interviste, alcune riprese. C’è un padre di famiglia con un grosso cappello da cowboy e un baffo da aviatore molto folto e curato, sventola una bandierina italiana mentre gioca con la figlia seduta a terra. Sulla camicia marrone si legge Family Ranch, azienda agricola, Subiaco. Tutti in piedi per l’Inno d’Italia, c’è un gruppo di adolescenti particolarmente fieri, uno di loro poggia la mano sulle costole e non sul cuore, cantano con trasporto, espressioni coinvolte con misura, credibili. Dopo gli applausi finali mi avvicino, chiedo cosa rappresenti per loro questa esibizione aerea, rispondono: “orgoglio”, “eccellenza”, “spettacolo”. Insisto: «Non saranno forse anche questi acrobati dei soldati?». Uno di loro mi squadra con sufficienza, la domanda retorica sembra averlo infastidito e mi dice: «Secondo me è stupido mettere in relazione questo spettacolo e la guerra, io sono semplicemente contento che ci siano piloti italiani così bravi da essere ammirati e acclamati in tutto il mondo e poi lo trovo uno spettacolo bellissimo». Attendo che la nuvola densa del fumo si diradi e mi dileguo, attorno vedo figure passeggiare come ombre, gesti opachi ancora trattenuti dalla nebbia.

Ho seguito l’Airshow di Caorle (VE), di Giulianova (TE), la kermesse militare del 2 giugno, l’evento Viva l’Italia al Parco divertimenti di Cinecittà World e la festa delle Forze Armate al Circo Massimo. Cerco di capire se la macchina mitologica sia ancora in funzione o se lo spettacolo delle kermesse militari non nasconda più nulla alla vista, se mostri tutto quello che c’è da vedere così, in superficie, senza raffinate strategie di fascinazione o retoriche esemplari.

Macchina mitologica.
Termine inaugurato dal mitologo e storico delle religioni Furio Jesi (1941-1980), viene qui utilizzato per indicare «le triviali tecnicizzazioni, le manipolazioni, le rischiose apologie del mito» (Furio Jesi, Mito, Quodlibet, 2023, p. 123) o, più in generale, «le tecniche interessate alla persuasione dei membri delle società moderne e alla strumentalizzazione delle reazioni dei loro meccanismi psicologici» ( Ivi, p. 103).

«La macchina mitologica corrispondente all’ideologia di destra appare allora come una macchina linguistica che funziona stendendo una fitta trama di luoghi comuni, stereotipi, frasi fatte, formule che paiono chiare ma che non richiedono di essere capite, che anzi sembrano chiare proprio perché non devono essere capite: riducendo le parole a puro tramite di ciò che sarebbe già in noi prima di tutte le parole» (Andrea Cavalletti, prefazione a Furio Jesi, Cultura di destra, Nottetempo, 2011, p.11).

«Meccanismo di fascinazione culturale e cattura ideologica che agisce tramite un copia e incolla di narrazioni disparate che rimandano ad un’origine occulta inaccessibile (l’oggetto reale o presunto della mitologia; il mito in sé)» (Gregorio Magini, Mitologia del complottismo, Edizioni Tlon, 2024, p. 48).

La notte del 4 maggio 2024 parto da Roma in bus direzione Venezia Mestre, la mattina del 5 sono alla stazione ferroviaria di Portogruaro-Caorle, la stazione dei bus è desolata, davanti a me un enorme edificio industriale cade a pezzi. Arrivo a Caorle così presto che la città sembra ancora sonnecchiare e stiracchiarsi alle prime luci del mattino. Passeggio. Questa, come altre località scelte per le esibizioni delle Frecce, affaccia sul mare. Norme e accortezze per svolgere la manifestazione in sicurezza. Norme e accortezze che si sono imposte da sé, perché nonostante l’incidente di Ramstein del 1988, vige l’imperativo in prima pagina: THE SHOW MUST GO ON.

Penso alle parole di Carlo Formenti sulla strage di Ramstein, parole che prima di altre hanno messo in moto la mia curiosità, le riporto qui per intero:

«Il dispositivo di spettacolarizzazione degli eventi apocalittici non costituisce tuttavia l’unica strategia che la cultura contemporanea ha elaborato per sostituire le antiche tecniche di simbolizzazione della morte. Accanto ad essa permane una fascinazione arcaica per i riti di morte violenti, una fascinazione del sangue che non si accontenta della morte immaginaria ma invoca la morte reale. Un rito di massa in cui, come negli antichi riti sacrificali, non si tratta di giustificare a posteriori né di anticipare nell’immaginario la morte, bensì di viverne l’evento in tutta la sua cruda attualità. Nel settembre del 1988, a Ramstein, in Germania, nel corso di un’esercitazione della pattuglia acrobatica delle Frecce tricolori, tre aerei entrano in collisione e precipitano in un uragano di fuoco sulla folla, provocando una strage. Qualche giorno dopo, i giornali riferiscono che è stato realizzato un video della catastrofe, destinato ad essere commercializzato in Germania. Ma, in questo caso, la riprovazione per lo spregiudicato utilizzo spettacolare di una tragedia ha impedito di riflettere su un altro aspetto della vicenda. Si è sollevato scandalo per lo sfruttamento del fascino della “morte in diretta”, e molte voci critiche nei confronti delle manifestazioni di volo acrobatico si sono levate a chiedersi perché “quei temerari sulle macchine volanti”, visto che ci tengono a rischiare la pelle, non lo facciano senza mettere a repentaglio quella del pubblico. Nessuno si è tuttavia chiesto se il pubblico che assisteva alla manifestazione era veramente “innocente”, nessuno ha indagato i motivi per cui migliaia di persone si erano precipitate a vedere uno spettacolo che, per sua natura, prevedeva la possibilità di provocare una morte violenta. […] L’aereo, con la sua folle accelerazione e le armi che colpiscono dall’alto con la violenza cieca di un fulmine, è la macchina da guerra per eccellenza di un’epoca in cui la guerra si è trasformata da scontro di uomini in scontro fra apparati tecnologici. Lo avevano intuito sin dai primi decenni del secolo l’arditismo dannunziano-fascista e l’estetica futurista, esaltando la fusione fra la potenza della macchina volante e l’abilità del pilota, eroe pronto a sfidare la morte per suscitare i nobili istinti guerrieri delle plebi, costrette a scannarsi nel fango delle trincee. Oggi questi fulgidi esempi di gloria hanno perso il loro fascino. Di essi resta tuttavia un’eco nel rapporto di complicità fra l’eroe (degradato da guerriero a funambolo da circo) e il pubblico che assiste alla sua esibizione, che sa che l’eroe può morire, che si augura inconsciamente la sua morte per scaricare la propria aggressività. L’analogia profonda fra sciagure come quelle di Ramstein e gli antichi rituali sacrificali consiste nel fatto che, al pari di questi ultimi, esse mettono apertamente in scena la violenza e la morte. Sono le apocalissi che svelano l’orrore quotidiano che resta normalmente occultato dietro le aride cifre della statistica: quanti sono i morti per incidenti di auto, aerei o di altro genere in un anno; qual è il tributo sacrificale che paghiamo ogni giorno alla tecnica? Per quante stragi possano causare, agli spettacoli come quello di Ramstein (o come le gare automobilistiche) non mancherà mai il pubblico» (Carlo Formenti, Piccole apocalissi. Tracce della divinità nell’ateismo contemporaneo, Raffaello Cortina Editore, 1991).

70 i morti e circa 350 i feriti. Al bar una famiglia fa colazione, i bambini poggiano sul tavolo bandierine tricolore. Passano poche ore e Caorle è invasa da migliaia di persone, a Campo del Duomo spuntano i primi stand, simulatori di volo dell’aeronautica, automobili e moto dei carabinieri su cui salire e farsi una foto, cabine di volo in realtà aumentata. La desolazione della stazione dei bus è un vago ricordo.

Sono circondato dai “finti innocenti” di Formenti, li osservo ed è difficile immaginarli presi dalla trepida attesa per lo schianto fatale. «Da dove nasce questa passione?» chiedo ad un ragazzo che indossa un cappellino delle Frecce e lui: «Io ho iniziato ad avvicinarmi al mondo dell’aeronautica guardando i film di Top Gun quando ero piccolo e da lì sì è accesa in me questa passione che porto avanti da diversi anni. Delle Frecce non ho visto molte esibizioni, infatti questa è solo la seconda ma spero sia solo una delle tante». «Ti piacerebbe un domani intraprendere questa carriera?». «Sì, entrare a far parte dell’aeronautica è uno dei miei obiettivi».

Top Gun esce nelle sale il 16 maggio 1986 in piena guerra fredda. I caccia F-14 della Marina degli Stati Uniti sbaragliano le forze aeree sovietiche, è un duello esclusivamente aereo, Tom Cruise e i suoi amici non lanciano bombe sui civili. Sulle note di Take my breat away (Toglimi il respiro) si consuma l’attesissima scena di sesso, l’azienda di occhiali Ray-ban segna un 50% in più sul fatturato e il record di arruolamenti nella Marina non ha precedenti. «L’aeronautica è uno dei miei obiettivi» anche il lessico e le modalità dell’istruzione seguono ormai le prassi del reclutamento.

Continuo a fare domande alla folla e nessuno mi sorprende granché, insisto sempre meno e mi godo lo spettacolo della folla con gli occhi al cielo che sposta lo sguardo in sincrono verso destra, sinistra, poi ancora destra e su, in alto. Sembra un’ipnosi collettiva, una visita oculistica di gruppo, uno spettacolo di trapezisti in un circo sospeso a mezz’aria. Un cronista introduce i vari modelli di velivoli che si alternano tra acrobazie e dimostrazioni di soccorso. Ne racconta la storia, ne ripercorre a singhiozzi le tappe sui cieli d’Africa, dà informazioni tecniche incomprensibili ai più e passa oltre.

Resto stordito dal sole e dalla folla, una giornata intera passata in un posto che non conosco, tra persone appassionate di qualcosa che fatico a decifrare, il rifiuto di ogni giustificazione che celebri le forze armate resta saldo in me, intravedo la macchina mitologica ma sembra avere il profilo di una ruota panoramica o di una montagna russa, c’è un parco divertimenti mimetico e nessuno lo vede. Per tornare alla stazione di Portogruaro-Caorle non ci sono bus, è iniziato nel pomeriggio uno sciopero, le strade sono intasate di macchine in coda, passo come un lavavetri al fianco di ogni guidatore per chiedere un passaggio, passo in rassegna almeno un centinaio di macchine senza ricevere neanche la timida consolazione di un imbarazzo, è una serie di no categorici, poi mi avvicino senza speranze ad un’auto di una giovane famiglia, nei sedili posteriori due bambini sfogliano libri e carte da gioco sommersi tra confezioni vuote di non so cosa, vestiti, il caos. Le mie speranze si affievoliscono ma provo comunque. «Certo sali, se non ci entri butta dietro senza problemi le cose che trovi sui sedili». Il conducente è un enologo iperattivo e sua moglie è una ragazza molto pacata e gentile, mi raccontano di essersi conosciuti tramite una applicazione d’incontri, i figli hanno nomi insoliti che non ricordo, occhi vispi e tanti capelli, sembrano felici. Arrivati alla stazione mi offrono una birra, lui ne beve due, lei una a metà, lui finisce gli avanzi poi mi salutano e ripartono. Il 6 maggio sono di nuovo a Roma.

Scarico il Top Gun di Tony Scott dell ’86 e quello del 2022 di Joseph Kosinski. In una scena del primo film Tom Cruise, che incarna lo stereotipo del talento ribelle, testardo, coraggioso, sensibile, amante irresistibile e amico fedele, siede nudo e gonfio di muscoli nello spogliatoio dopo una prova di volo. Alle sue spalle su un poster si legge YOUR ROAD TO ADVENTURE STARTS HERE. NAVY IS NOT A JOB, IT’S AN ADVENTURE. C’è stato un periodo in cui avevo deciso che avrei catalogato tutte le scritte che vedevo comparire come messaggi subliminali all’interno dei film. Avrei inserito anche questa. Ho smesso quando l’esperimento iniziò a prendere il sopravvento riducendomi in uno spettatore paranoico. Tutto iniziò con Full Metal Jacket, Stanley Kubrick (1987). Alcuni componenti dell’esercito americano siedono intorno al tavolo nell’ufficio del comandante, sullo sfondo in alto c’è Snoopy e un banner rosso con una scritta: FIRST TO GO, LAST TO KNOW. WE WILL DEFEND TO THE DEATH OUR RIGHT TO BE MISINFORMED.

Il 16 maggio 2024 sono a Giulianova per i tre giorni di Airshow. Nella prima giornata gli aerei tracciano il cielo con una fumata bianca, il solito olio di vasellina vaporizzato, il tricolore è riservato alla giornata del 18, quella ufficiale, vasellina vaporizzata con pigmenti colorati. Si susseguono interventi di dubbio interesse presso il palazzo congressi Kursaal come la presentazione del libro Il brindisi del poeta astemio, un omaggio all’abruzzese D’Annunzio o il convegno dal titolo L’aeronautica militare: dal tricolore nel cielo alle stelle nello spazio. In fila per due, mano per la mano, impugnando le bandierine tricolore distribuite dalle maestre, i bambini fanno il loro ingresso al palazzo congressi.

Vengono premiate le classi che hanno presentato “i lavoretti” più belli. Vince il primo premio un disegno tridimensionale con gli aerei in volo sorretti da lunghi stuzzicadenti, sono i legnetti degli arrosticini, tipica pietanza locale, e scoppia la risata come da copione. Prende parola il generale dell’Aeronautica per introdurre un video promozionale dell’Arma, un video che lui stesso definisce “molto light” e premette: «Siete abituati a vivere le forze armate…c’è la guerra, solo la guerra, non è così, negli anni è cambiato, ora siamo al servizio della popolazione» e rilancia una storia già sentita: la sicurezza, il soccorso umanitario, le tecnologie, lo spazio. Il video è tutt’altro che “light”, la musica è da colossal e, a parte qualche astronauta che balla senza gravità, il resto è una carrellata di immagini di “guerra senza guerra”. I bambini fanno casino, sventolano le bandierine, nessuno è realmente interessato a quello che sta avvenendo, in primis i relatori, poi le maestre, così i bambini, almeno credo, mi auguro. Però si va avanti così, i bambini intonano l’Inno: «Siam pronti alla morte l’Italia chiamò» e poi un “” urlato tutti insieme nell’esaltazione generale. La piazza antistante al palazzo congressi si popola di anziani, ex militari, incidentati in carrozzina. Si intravede il sindaco che arriva trafelato, indossa la fascia, lo attendono tutti attorno al memoriale ai caduti in mare e poi “Attenti!”, si porgono dei fiori sul basamento e si scioglie la riga. Tornando verso casa noto il viale vestito a festa, bandiere affisse dal rosso in giù, storte come la bandiera della Repubblica Cispadana e le vetrine dei negozi allestite con scarpe rosse, bianche e verdi, palloncini e abbinamenti tricolore più o meno stucchevoli.

Il giorno dell’esibizione delle Frecce si ripete lo spettacolo di Caorle, la spiaggia è gremita di persone nonostante il cielo prometta pioggia. Un ragazzo attratto dalla mia videocamera mi importuna, lo intervisto, faccio una sola domanda, si imbarazza: «Le Frecce tricolori sono come la mia vita, senza di loro non potrei fare niente». Mi chiede dove andrà a finire l’intervista. Mento, dico che il reportage degli Airshow ospitati dalle città abruzzesi verrà condiviso dal sito ufficiale della Regione Abruzzo. Ci salutiamo. Nella folla c’è un signore che attira la mia attenzione. Avevo notato anche a Caorle una presenza massiccia di motociclisti da Harley-Davidson, riders da sogno americano con i giubbotti pieni di stemmi come il Tom Cruise di Top Gun, qui a Giulianova lui invece sembra essere l’unico. Mi avvicino e scorgo tra le toppe Snoopy con un casco in testa, sul casco una croce celtica e in mano un manganello, più in basso una scritta Duri e Incazzati, è il simbolo dell’estrema destra giovanile degli anni ’80. Continuo a guardare gli stemmi, Polizia locale, Polizia di Stato, rifugi alpini, il profilo di Mussolini col motto Molti nemici Molto onore, il simbolo dell’esercito argentino col motto Union Y Justicia. È un caso isolato mi dico, non posso descrivere un’intera situazione in questo modo. Più in là un bambino con lo sguardo al cielo sussurra «Cadi, cadi».

La speaker al microfono introduce una dimostrazione di soccorso in mare con la frase: «Abbiamo il privilegio di salvare vite umane».

Inizia a piovere. «Un saluto a tutti quei bambini che ci guardano con il naso all’insù, sperando magari un giorno di entrare a fare parte della nostra grande famiglia azzurra». “Il naso all’insù” è un’espressione che accompagna immancabilmente gli Airshow.

Mi chiedo se il residuo di una mitologia strumentale non sia rimasto proprio nel racconto del volo. Questo desiderio che ci precede, evocato nel buio della notte dei tempi, è l’elemento ideale su cui costruire un’altra mitologia senza fondamenta. Chissà se ci hanno pensato, se sono stati così furbi e hanno messo in moto di proposito questa acrobatica voliera che ingabbia l’idea stessa del volo entro le sue prodezze tecniche. Così si riaccende la voglia di liberare il volo dall’abitacolo dell’aviatore in tutina blu delle Frecce tricolori e per farlo mi affido allo sconcertante resoconto di Antonio Mazzeo, insegnante, peace-researcher e giornalista, che nel suo libro La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia (Manif edizioni, 2024) ricorda, tra le altre cose, i crimini commessi dalle forze aeree regie e repubblicane nel loro secolo di vita: «[…] i bombardamenti con l’iprite delle popolazioni libiche, somale, etiopi ed eritree, i raid mortali sulle città basche, greche, jugoslave e maltesi; i sanguinosi attacchi contro la popolazione palestinese nell’estate del 1940, le più recenti “guerre umanitarie” in Serbia, Kosovo, Montenegro, in Afghanistan e in Iraq e, nel 2011, la liquidazione del regime-partner libico con 1900 attacchi e 456 bombardamenti dei caccia italian

Passa di mano il microfono e il nuovo speaker invita tutti a seguire l’aeronautica sul sito www.esercito.difesa.it e su tutte le piattaforme social, Instagram, TikTok, Facebook, X ecc…

Tornando a casa mi convinco che questa storia del volo sia una trappola. Ci vorrebbe un altro Icaro che non sia solo un ammonimento per chi osa, ci vorrebbe un Icaro cullato dal volo come da un sogno, un Icaro che non fa ritorno. Un Icaromenippo (Luciano di Samosata (120 d.C – 180 d.C. circa), Icaromenippo o l’uomo sopra le nuvole, a cura di Alberto Camerotto, edizioni dell’Orsa Alessandria, 2009. L’icaromenippo è una parodia del dialogo filosofico. Luciano di Samosata si immagina che il filosofo cinico Menippo di Gadara (prima metà III sec. a.C.) non fidandosi delle astrazioni contradditorie elaborate dai filosofi in merito alla struttura del cosmo escogiti un modo per volare in cielo e verificare di persona).

Il 2 giugno 2024 cerco di raggiungere l’Altare della Patria dimenandomi tra la folla. Nel tragitto incontro mucchietti di giovani in mimetica con mitra a tracolla, furgoncini verde militare, pulmini verde militare, grandi pullman verde militare con scritte sul retro “Per salire a bordo non serve il biglietto basta la tua volontà” e immagini da set cinematografico con soldati in tenuta da guerra, sporchi in faccia, che imbracciano armi di ogni tipo. I soldati, quelli veri per le strade, chiacchierano tra di loro, danno indicazioni ai passanti, sono fortunati a non dover marciare, la festa prevede anche sentinelle come loro appostate in giro per la città a garantire l’ordine pubblico.

Sono giovanissimi e mi fanno tristezza. Quando ci penso una voce nella testa prende le loro parti, difende la loro posizione con argomentazioni legate all’estrazione sociale e ai privilegi, all’indispensabile necessità di un esercito nazionale, alla credibilità geopolitica e alle calamità naturali. Poi mi arrendo e mi confesso che no, non trovo scuse abbastanza valide ma fa lo stesso.

In Piazza Venezia non si respira nella calca, la folla sposta le transenne e le forze dell’ordine si ritrovano a dover sospingere indietro quello stesso pubblico arrivato fin lì per acclamarli. Passa la folgore, passano le infermiere della Croce Rossa, tante armi, gendarmi a cavallo e merda fumante per le strade, ci sono chiaramente anche le Frecce, che passano sull’Altare della Patria come ogni anno ormai da molto tempo. Ho ritrovato le stesse immagini di aerei in formazione acrobatica anche nei documenti dell’aeronautica regia e repubblicana. Sempre la stessa famiglia azzurra che sorvola il Milite Ignoto.

Sono esausto, queste manifestazioni non le avrei mai volute frequentare. Non faccio interviste. Le immagini della Festa della Repubblica sono trasmesse in diretta nazionale con un dispiegamento di mezzi televisivi da grande occasione, eppure spiaccicati gli uni addosso agli altri, a distanza siderale dal luogo della sfilata, i cellulari zoomano su minuscoli esseri in divisa, armati e coordinati, canticchiano canzoni ma non sembrano affatto innocui, non lo sono in effetti.

La strage di Ramstein mi accompagna in sottofondo, è un livello parallelo di ricerca che pian piano spinge su e mi richiama a sé. Le immagini dell’incidente si trovano facilmente online. Sembrano scatti rubati dal dietro le quinte di un qualche film apocalittico.

Scopro che i rottami dei tre aerei scontratisi nell’incidente sono tornati dalla Germania in Italia direttamente verso centri di smaltimento rifiuti. Scopro che alcuni appassionati, tutti provenienti dal piccolo comune emiliano di Gambettola, hanno fatto richiesta di acquisto per i rottami ancora disponibili. Ogni seconda settimana di maggio a Gambettola c’è la Mostrascambio, ormai da moltissimi anni più di ottocento espositori vendono pezzi d’epoca di ogni tipo, monete, militaria, apparecchi e utensili. Scopro che alcuni pezzi del disastro sono ancora lì.

Un privato appassionato di reperti militari ha nel suo sgabuzzino il quadro della cabina di pilotaggio dell’Aermacchi MB-339PAN del pilota Ivo Nutarelli, deceduto nell’incidente. La seconda settimana di maggio sono a Gambettola, vedo il quadro della cabina di pilotaggio con i vetrini tondi dei segnalatori rotti o scheggiati, il signore mi mostra i giornali del giorno dopo che titolano Le Frecce continuano a volare. Mi racconta che l’aeronautica l’aveva cercato per farsi restituire i rottami, le cose andarono così in un primo momento e in cambio l’aeronautica gli consegnò una fascia ufficiale del pilota Nutarelli. Qualche mese dopo venne a sapere che i pezzi furono nuovamente destinati a un rottamatore e non, come gli era stato detto, all’allestimento di un museo. Così riacquistò i pezzi disponibili, tra cui il quadro di comando. Mi disse anche che in un primo momento il vero colpaccio dei rottami di Ramstein fu fatto dal Museo d’Aviazione di Rimini che mise in esposizione tutti e tre gli aerei, istituendo una commemorazione annuale a settembre per i parenti delle vittime.

Da Gambettola vado al Museo d’Aviazione di Rimini, chiedo informazioni, mi viene detto che sì, qui erano presenti tutti i rottami di Ramstein ma che l’aeronautica chiese espressamente di riaverli e in cambio destinò al Museo un aereo storico integro. Qualche pezzo del disastro di Ramstein è ancora visibile al Museo ma il grosso è stato portato via, il personale lascia intendere che la commemorazione e il ricordo della strage non erano ben visti dall’aeronautica. «Arrivavano i parenti dalla Germania. […] Per l’aeronautica i disastri è meglio dimenticarli».

Visito il Museo, c’è una bacheca con stralci di quotidiani che parlano dell’incidente e poi una poesia dedicata alla tragedia. Strano come a distanza di pochi chilometri dei pezzi di metallo vadano incontro a destini così diversi: spolverati e lucidati in teche di vetro con tanto di didascalia o conservati in un ripostiglio polveroso da un anziano collezionista.

Alla Mostrascambio di Gambettola il collezionismo militare è una religione: armi, bauli, elmetti, vestiti, bossoli di bombe trasformati in vasi da fiori, tazzine di caffè della Xmas, cartoline, francobolli, tutto rigorosamente a tema militare e/o fascista. Un signore dietro il suo banchetto mi mostra una maglietta con scritto Io i compagni non li avevo neanche a scuola e ride a favore di videocamera.

Da Gambettola in poi ho sviluppato una nuova piccola ossessione – anche se chiamarla così è forse improprio come è improprio l’uso che si fa di tutte le definizioni psicopatologiche – però io da quel giorno non mi lascio scappare una texture mimetica neanche a chilometri di distanza. Non posso davvero fare a meno di notarla e il mio stupore è direttamente proporzionale all’età di chi la indossa. Una volta mi sono recato a un incontro organizzato dai gruppi di studenti e docenti contro l’ingerenza di Leonardo S.p.A. all’interno degli atenei e ho notato in un gruppetto una ragazza con dei pantaloni militari e non riuscivo a crederci, volevo chiedere alle persone attorno a me cosa ne pensassero, attivare un dibattito, fomentare indignazione, non avvenne niente di tutto questo fortunatamente, non proferii parola e attesi in silenzio le parole della difesa.

«[…] Finalmente i vertici dell’Alleanza Atlantica avranno delle mimetiche tali da confondersi senza problemi tra la gente, niente più macchie marroni e verdi, né MARPAT digitali, né aerei con la livrea pixelata. Nel mondo dell’indistinzione bellica la mimetica non servirà, sarà piuttosto un pattern come qualsiasi altro, qualcosa che si trova indiscriminatamente alle sfilate e sui treni regionali che collegano le zone svantaggiate del paese.” (Vincenzo Estremo, Indistinzione. Tre movimenti dell’arte sulla guerra, Politi Segafredo edizioni, 2023, p. 128). Queste parole mi hanno aiutato a sgomberare il campo. Attraverso Indistinzione. Tre movimenti dell’arte sulla guerra, un libro del docente e scrittore Vincenzo Estremo, apprendo anche del progetto DIANA (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic) «il cui acronimo non rimanda a caso alla dea romana della caccia»( Ivi, p. 124).

L’obiettivo del progetto è di «lavorare allo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale (AI) impiegabili in ambito militare, quantum computing, cybersecurity, aerospazio, ottimizzazione e sfruttamento dei big data, nonché di investire competenze digitali su sistemi di armi autonome, ipersoniche e nel famigerato settore del Robot Killing. E soprattutto di fare tutto questo mescolando le carte in tavola, ovvero imitando i metodi di finanziamento e ricerca delle start-up della Bay Area, ma anche autofinanziandosi, convertendo i brevetti ottenuti con la ricerca bellica in ambito civile e viceversa» (Ibidem).

Se fino a poco tempo fa i nostri cellulari, così come tutte le altre tecnologie sofisticate che avevamo a disposizione, provenivano dalla sperimentazione tecnologica in ambito militare, con progetti come DIANA sarà l’ingegno di noi civili e delle start-up di settore ad incrementare l’innovazione tecnologica e digitale del comparto militare.

Attualmente ospitata negli spazi di OGR a Torino, la destinazione finale di DIANA sarà la cittadella dell’Aerospazio di Leonardo S.p.A. Un’altra area industriale dismessa di Torino sarà presto la sede di questo «esperimento di sintesi in cui la tecnologia sviluppa risorse anche per l’arte e in cui quelle stesse risorse possono essere indistinguibilmente di pace e di guerra. Il tempo in cui i militari si riconoscevano dalle divise e dalle mostrine sembra essere definitivamente svanito. Il primo dei risultati di questi centri dell’innovazione non è tecnologico, ma di costume […]» (Ivi, p. 128).

Digito Ramstein su Google. Band tedesca che prende il nome dall’incidente delle Frecce Tricolori. Hanno aggiunto una “m” perché accusati di oltraggio alla memoria delle vittime. Guardo filmati, ascolto la loro musica, trovo interviste al frontman. Il giornalista chiede: «Il nome Rammstein da dove viene? È una cittadina tedesca o sbaglio?» «Sì, abbiamo scelto questo nome perché la nostra prima canzone si chiama proprio così e parla di questo incidente avvenuto durante uno spettacolo aereo. In quel periodo non avevamo ancora un nome per la band e così ci frullava in testa la canzone che ripete Ramstein-Ramstein e ci siamo detti che è un nome forte, con un suono duro e poi ricorda una tragedia, quello che è successo lì, è così che abbiamo scelto questo nome».

In effetti la musica dei Rammstein sembra la colonna sonora di una catastrofe preannunciata. Incontro alcuni fan della band in Italia e mi dicono che David Lynch ha usato il brano omonimo Rammstein ed altri nel suo film Strade Perdute (1997), mi raccontano del loro amore per la band, del fatto che la voce del cantante Till Lindemann ha accompagnato periodi cruciali della loro vita, della funzione salvifica della musica e della profonda fascinazione per quell’immaginario dark, cupo e diabolico. Sono colpito dagli occhi di Mattia, sono occhi gentili, occhi che hanno aperto crepe e hanno trovato finalmente riposo nelle crepe degli altri, tutti stretti a pogare in spazi minuscoli. Questa storia dell’incidente continua a spingere in su, ora è la band dei Rammstein a prendersi la scena, lascio per un po’ i militari liberi di passeggiare per le strade e la moda vestire le persone con fantasie mimetiche. C’è qualcosa nel fanclub di questa band che mi attira a sé. C’è l’idea del mito che torna, forse un mito a bassa intensità (Da Peppino Ortoleva, Miti a bassa intensità. Racconti, media, vita quotidiana, Einaudi, 2019, p.18 : «Un cenno alla scelta di questa espressione. Nel libro Low-intensity Operations. Subversion, Insurgency and Peacekeeping, Faber and Faber, London 1971, che ha avuto poi una grande influenza, il generale britannico Frank Kitson suggeriva un modo di condurre i conflitti alternativo alla guerra «vera e propria»: mentre questa era un evento eccezionale e richiedeva una straordinaria concentrazione di forze, il conflitto «a bassa intensità» può essere ininterrotto e durare anche molti anni, portando con sé una varietà di mezzi molto maggiore che nei combattimenti convenzionali. L’adozione di quest’espressione non implica certo alcuna simpatia politica o etica per una concezione come quella di Kitson, che ha di fatto legittimato strumenti militari discutibili fino al contro-terrorismo, e indirettamente dato una motivazione agli stessi atti terroristici. È vero però che il concetto di «bassa intensità» ha rappresentato un cambio di paradigma rispetto al modello della guerra «classica», per tenere conto delle nuove caratteristiche (tecnologiche politiche sociali) di alcuni conflitti. E questo cambio di paradigma, che sottolinea la diversità ma anche gli aspetti di continuità (sempre di guerra si tratta), a prestarsi nel nostro caso meglio di tante altre metafore possibili a sottolineare la differenza e gli aspetti di continuità propri dei miti moderni rispetto a quelli di altre epoche»).

E c’è lo spettacolo della catastrofe, di questi concerti su palchi totemici che prendono fuoco, tute ignifughe, fiamme controllate e provocazioni eccentriche, testi che sono manifesti politici, sfrontati, scandalosi. Poi ci sono le tribute band, persone che una tantum vestono i panni dei loro idoli e offrono uno spettacolo in miniatura, con folle ridotte, a prezzi modici, in locali che sono pub nel deserto. Ho assistito a due concerti di tribute band dei Rammstein, uno di questi in un locale che si chiama Kill Joy. È incredibile come collettivamente si accetti la messa in scena di una mimesi così posticcia, la musica getta tutti sotto il palco, Marco è Till, Ben è Till (Marco è il frontman dei Flammen tribute band dei Rammstein (Roma), Ben è il frontman dei Rammstag tribute band dei Rammstein (Chieti). Entrambi interpretano il cantante Till Lindemann) e tutto è vero abbastanza. Penso di aver imparato qualcosa sulle kermesse militari. Uno spettacolo è sempre uno spettacolo, la macchina mitologica ha ingranaggi che sono minuscoli carillon e giostre estive, una mitologia un po’ annacquata ma divertente da morire.

Rammstag Ramnstein Tribute Band, Chieti, 31 marzo 2024

I primi due fine settimana di settembre 2024 sono a Cinecittà World per l’ottava edizione della manifestazione Viva l’Italia. “Evento espositivo dimostrativo interforze”, si legge in alto sulla locandina. È la realizzazione della disneyzzazione della morte. Si accede contemporaneamente al Parco Divertimenti e agli stand interforze, l’intercambiabilità dell’uno e l’altro si compie in un immaginario surreale e grottesco dove elefanti di plastica alti decine di metri si dividono la cornice con carri armati e aerei militari. Fontane danzanti, cinetour, montagne russe, case dell’orrore, dinosauri. Si può attraversare il finto Far West e sparare con le finte pistole dell’esercito italiano, immergersi imbracati nella realtà virtuale dell’I-Fly e volare con i visori di Leonardo S.p.A., ascoltare la banda dell’aeronautica suonare fuori un tendone da circo, maneggiare armi finte per giochi virtuali e accarezzare armi vere su banconi allestiti, tra le rovine dell’antica Roma e l’area tematica Adventure Land.

YOUR ROAD TO ADVENTURE STARTS HERE. IT’S NOT A JOB, IT’S AN ADVENTURE.

Sulla pagina dell’evento www.cinecittàworld.it : «Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare, Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, Croce Rossa, Croce Rossa Italiana, Corpo Militare e Polizia di Stato, Polizia Penitenziaria, saranno interpreti indiscussi di questa edizione. […] Un suggestivo ed imponente spiegamento di forze, per un evento unico in Italia. […] Il tema prescelto per l’edizione 2024 è Campioni di Sport, Campioni di Vita».

Oltre alle attività di base proposte dagli stand: arrampicata (Vigili del Fuoco), allenamento con il vogatore (Marina Militare), visita all’interno del carro armato in esposizione, corsa a ostacoli e metal detector (Esercito Militare), simulatori di volo (Aeronautica Militare), simulatori di volo droni, visita al furgone di massima sicurezza per detenuti e altri strumenti in dotazione alla Scientifica (Polizia penitenziaria), nel cronoprogramma dei cinque giorni si alternano esercitazioni di karate, scherma, M.G.A. (Metodo globale di autodifesa), pesistica, pugilato, judo, taekwondo e lotta.

Ogni mattina, ore 11.00, in perfetto stile alza bandiera, appuntamento in Cinecittà street per l’Inno Nazionale eseguito ogni giorno da una diversa forza armata.

Così è troppo facile, confondere le carte e giocare con la spensieratezza di quell’età. Ho parlato di recente di questa manifestazione con un amico romano che mi ha detto che già ai suoi tempi, durante il liceo, le visite a questo tipo di eventi erano previste dalla scuola e che sul suo profilo social ci sono ancora foto di lui giovanissimo che sbuca da un carro armato o che imbraccia una mitragliatrice.

Dal primo al quattro novembre, alla festa delle Forze Armate al Circo Massimo, scolaresche accompagnate dai docenti e genitori in visita con i figli passeggiano tra gli stand delle principali aziende del comparto militare italiano. Sessioni di pugilato a cielo aperto, carri armati, gli aerei delle Frecce in esposizione, sparatorie infrarossi e visori per il volo virtuale, dimostrazioni di combattimento, coltelli finti, coltelli veri, cani antidroga che saltano in cerchi infuocati, cani-robot a passeggio, bande, inni e una postazione di Radio Esercito che trasmette in diretta le interviste agli sportivi olimpionici. La speaker chiede: «Che differenza c’è tra essere un soldato a terra ed essere un soldato praticando dello sport?». Tra tutte le manifestazioni a cui ho assistito questa è di gran lunga la più onesta, un parco divertimenti a tema militare che esalta la guerra senza nascondimenti. La calca di giornalisti ronza e freme per le visite istituzionali che celebrano il veterano in sedia a rotelle e le ultime invenzioni tecnologiche, la plastica dei manichini evapora sotto il sole tra una simulazione di soccorso e l’altra, tutto sommato il tanfo è accettabile, fingiamo tutti di credere che sia solo uno spettacolo.

Festa delle Forze Armate, Circo Massimo, Roma, novembre 2024

Ogni domenica, dalle 8.30 circa in poi, quando il vento è clemente, al Parco di Centocelle si dà appuntamento un gruppo di aeromodellisti. Portano il thermos per il caffè, le sedie pieghevoli, gli aeromodelli in balsa, batterie, controller, tabacco, e se ne stanno lì, tre ore al massimo, a far volare le loro creazioni avanti e indietro, piroettando qua e là, si danno consigli su come affinare i modelli, chiacchierano del più e del meno, si fanno compagnia, si scambiano i controller, puntano il naso all’insù, incrociano aerei veri sullo sfondo e piccoli stormi. Così, ogni domenica. Poco più in là, su una pista d’atterraggio inutilizzata, tra podisti e ciclisti, ronzano i droni dei più giovani, meno avvezzi all’analogico, si esercitano con le riprese video e le fotografie dall’alto. Anche se i cani abbaiano atterriti dal ronzio, il Parco di Centocelle è un luogo calmo, piatto, senza dislivelli, appartiene ad una delle aree verdi più estese di Roma che comprende anche il Pratone di Torre Spaccata. Di quest’area Antonella (Antonella è una restauratrice e fotografa romana che da diversi anni, insieme al Comitato del Pratone di Torre Spaccata, difende le aree verdi del quartiere dalla costante minaccia della pianificazione prevista dal Piano Regolatore Generale www.pratonetorrespaccata.it) fotografa l’avifauna, documenta il passaggio durante le migrazioni a corto raggio che arrivano dalla montagna, cataloga le specie di animali e le piante che la abitano, un ecosistema selvaggio che ospita nuove forme di vita, il germogliare di nuove specie portate dagli uccelli e dal vento. Torre spaccata è un luogo ancor meno frequentato del Parco di Centocelle ma se si prova a considerarlo “abbandonato” Antonella è pronta a rispondere che «no, l’abbandono della natura è un concetto umano da cui dovremmo disintossicarci, qui il Pratone è, segue il suo corso ed è proprio per questo che, a dispetto del Parco di Centocelle, qui vivono specie che è impossibile trovare altrove». Il Parco di Centocelle non è, infatti, un semplice “Pratone”. È un sedime militare, di proprietà dell’esercito italiano, base operativa dell’Aeroporto Baracca, centro di comandi interforze. Metà del parco è recintato, è vietato l’utilizzo di droni sull’Aeroporto, la sorveglianza è armata. Il primo hangar fu costruito nel 1909 e ospitò l’aeroplano di Wilburg Wright che qui a Centocelle decollò il 15 aprile davanti allo sguardo attonito della folla accorsa in massa per il grande evento. Fu anche la prima ripresa aerea della storia, nel filmato si vedono distintamente gli archi del vecchio Forte Casilina. Nacque così il Campo D’aviazione di Centocelle, primo in Italia, per mano del Club aviatori italiani che si costituì come Arma Indipendente e quindi Regia Aeronautica solo il 28 marzo 1923.

La prima parata della Regia Aeronautica, Parco di Centocelle, 4 novembre 1923

Decido di terminare momentaneamente questo diario di bordo con un altro primato. Sotto il filtro dell’eccellenza italiana, si è detto, i piloti diventano acrobati, gli armamenti mera sperimentazione tecnologica, la retorica Storia, i primati una medaglia al valore.

Il primo brevetto rilasciato dalla Scuola d’Aviazione di Centocelle è quello al pilota Giulio Gavotti (17 novembre 1910): «Rientrato in Italia per il servizio militare, Giulio compare in una fotografia custodita dal fratello Cesare, una fotografia che venne riguardata dai famigliari con indulgenza un po’ scandalizzata. In questa foto Giulio che evidentemente era di sentinella, figurava appollaiato sul tetto della garitta, ove si era accomodato all’araba, con le gambe incrociate e il fucile stretto sotto il braccio. Dal fucile poi, pendeva una funicella alla quale era appeso un grosso pesce di cartone. Forse la data dell’istantanea – dice il fratello Cesare – era il primo d’aprile. Comunque, Giulio era un ragazzo simpaticissimo e con un carattere allegro e vivace» (Le compere di S. Giorgio, Rivista della Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Genova, n.10-11, 1961, p. 795).

Nel 1911 il Governo italiano dichiara guerra alla Turchia e Giulio insieme ad altri colleghi aviatori viene inviato sul territorio libico per voli di ricognizione. Prima di partire Giulio passa a casa, a Peltri, e chiede in prestito al fratello una piccola valigia rigida, poi confessa: “Ho in mente di provare una cosa che finora nessuno ha mai avuto il coraggio di provare, lancerò delle bombe a mano dal mio aeroplano”. “Stai attento” dice il fratello Cesare. “Stai tranquillo” risponde Giulio. In una lettera al padre scrive “se riuscirò sarò contento di essere il primo”. La valigia venne riempita di ovatta e inchiodata all’aeroplano, al suo interno Giulio Gavotti posizionò quattro granate, il primo novembre del 1911 colpì dall’alto Ain Zara e l’oasi di Tagiura (Libia).

Il primo bombardamento aereo della storia.

Sui giornali si legge “Gli ufficiali aviatori iniziano la guerra nuova”.

AP, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Un pensiero riguardo “Diario di una guerra a bassa intensità

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