Welfare ed equità nelle politiche abitative: il caso della polizia a Pisa

Un sindacato di Polizia, sulle pagine di cronaca del quotidiano Il Tirreno uscito in edicola il 27 gennaio 2026, ha fatto appello al Comune di Pisa per costruire delle politiche abitative a favore degli agenti che opereranno nella città e provincia di Pisa.

Non si capisce la logica che spinge un sindacato a rivendicare una sorta di piano casa solo per alcune figure professionali, come se la carenza di alloggi riguardasse solo le forze dell’ordine. E non è umanamente comprensibile per quale ragione si rivendichi un trattamento privilegiato solo per le forze dell’ordine e non ai ricercatori, agli infermieri, ai docenti e a chiunque venga chiamato a lavorare da altre città.

Tuttavia, a pensarci bene, la richiesta (corporativa e divisiva) ha una logica ossia la pretesa che il pubblico debba restituire parte dei benefici recati ai quartieri dalla maggior presenza delle forze dell’ordine. Ma i benefici per la salute derivanti da medici, personale sanitario operante nei nostri ospedali?

Scambiare diritti sociali e collettivi per concessioni a pochi eletti lascia intendere la cultura corporativa, angusta e divisiva al fondo del soggetto sociale che per antonomasia dovrebbe unire la forza lavoro. Tuttavia, questo scenario dispotico ha una sua logica, visto che dal Governo si parla insistentemente di corsie preferenziali per i militari, un welfare apposito e delle norme previdenziali valide solo per loro con tanto di anticipo dell’età pensionabile mentre, per tutti gli altri, si allungano i tempi di lavoro applicando l’aumento della aspettativa di vita.

«L’innesto di famiglie di operatori della sicurezza rappresenterebbe infatti un fattore concreto di presidio sociale, di maggiore vivibilità e di aumento della percezione di sicurezza per i cittadini»si afferma -, ma in un contesto di welfare e non di warfare le politiche abitative serie, dedicate e immediatamente attuabili vanno costruite siano a beneficio della totalità dei cittadini e della forza lavoro senza discriminazioni di sorta o corsie preferenziali rispondenti a logiche securitarie

L’economia di guerra al traino della “cultura della sicurezza“, che è l’orizzonte storico che su cui si staglia l’attuale militarizzazione della società, ha bisogno di trattamenti diseguali tra lavoratori e lavoratrici e corsie preferenziali per uomini e donne in divisa, anzi una sorta di welfare potenziato a loro beneficio, mentre lo stato sociale valido erga omnes è sempre più vittima di logiche perdenti come i tagli di spesa.

Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università


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