Le due notizie
1. Il curriculum israeliano diventa obbligatorio per un terzo degli studenti
Con l’apertura dell’anno scolastico 2026-2027, martedì 1° settembre, tutte le nuove classi di prima elementare e prima media aperte nelle 105 scuole municipali israeliane di Gerusalemme Est utilizzano il curriculum israeliano al posto di quello palestinese. È la prima volta dall’annessione della città nel 1967 che questo avviene in modo sistematico su tutte le nuove classi statali.
Il portavoce del Governatorato di Gerusalemme, Maarouf al-Rifai, ha parlato di «crimine culturale ed educativo» e di «escalation pericolosa e senza precedenti dal 1967», sostenendo che l’aderenza al programma palestinese sia una difesa di memoria, identità, storia e del diritto a costruire la narrazione nazionale. Secondo le fonti raccolte (Haaretz, Il Manifesto, Avvenire), oltre 45.000 studenti palestinesi (tra il 36% e il 38% degli alunni palestinesi della città, secondo le diverse fonti) seguiranno ora il programma israeliano, contro circa 13.000 nel 2020 e poche centinaia 15 anni fa. La misura riguarda solo le nuove classi e non chi ha già iniziato il ciclo con il programma palestinese.
Un fattore esplicativo poco discusso finora è quello economico: la crescita dell’adesione al curriculum israeliano è legata anche a scelte delle stesse scuole, sotto la pressione delle necessità occupazionali — divenute stringenti con la costruzione del Muro nei primi anni 2000, e ancora più forzose dopo il 7 ottobre 2023, quando il flusso di lavoratori tra Gerusalemme Est, Cisgiordania e mercato del lavoro israeliano si è quasi azzerato: circa 150.000 contratti di lavoro di palestinesi impiegati in Israele risultano cancellati da allora. Su questo aspetto il giornalista di Haaretz Nir Hasson ha osservato, criticamente, che seguire il programma israeliano non trasformerà i palestinesi di Gerusalemme in sionisti né cancellerà la loro identità nazionale — una posizione che relativizza l’efficacia della misura anche da un punto di vista israeliano interno.
2. Le scuole cristiane sospendono le lezioni per il blocco dei permessi ai docenti
Lo stesso giorno, il Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane di Gerusalemme ha annunciato la sospensione delle lezioni in tutte le scuole cristiane della città, dopo il mancato rinnovo, senza preavviso, dei permessi d’ingresso a oltre 70 tra insegnanti e personale amministrativo, sanitario e tecnico residenti in Cisgiordania. La misura coinvolge oltre 8.500 studenti. Il Segretariato ha precisato che la sospensione, decisa in coordinamento con le autorità competenti e i rappresentanti dei genitori, proseguirà fino al rinnovo dei permessi necessari.
Non è un episodio isolato: per il secondo anno consecutivo le scuole cristiane sono costrette allo sciopero all’apertura dell’anno. A gennaio 2026 dodici istituti erano già entrati in sciopero per cinque giorni dopo l’annullamento di 171 permessi, coinvolgendo circa 10.000 studenti. Il 10 marzo 2026 il ministero israeliano dell’Istruzione aveva inviato una lettera a tutte le scuole cristiane della città, comunicando che dall’anno 2026-27 l’insegnamento sarebbe stato permesso solo a docenti con certificazione israeliana e residenza a Gerusalemme — escludendo di fatto i docenti di Cisgiordania. Due mesi prima, a gennaio 2026, la Knesset aveva approvato una legge che vieta l’impiego come insegnanti, presidi o supervisori, nel sistema israeliano e in quello di Gerusalemme Est, a chi possiede un titolo conseguito in istituzioni di istruzione superiore dell’ANP.
Sulla vicenda dei permessi esiste una versione ufficiale israeliana finora poco ripresa: il Cogat, l’organo che amministra i Territori, sostiene di aver concesso l’autorizzazione a chi ha ricevuto idoneità dagli apparati di sicurezza — lasciando intendere un filtro di sicurezza piuttosto che un rifiuto indiscriminato. Il Segretariato cristiano, dal canto suo, insiste che la misura si è presentata «senza preavviso». Ibrahim Faltas, esponente della Custodia francescana di Terra Santa, ha ricordato che circa 170 insegnanti provengono da Betlemme e altre città della Cisgiordania, e che per molte famiglie quel lavoro è l’unica fonte di reddito.
Il contesto storico
Le scuole di Gerusalemme Est hanno seguito per decenni il curriculum giordano, retaggio dell’amministrazione di Giordania su Cisgiordania e Gerusalemme Est tra il 1950 e il 1967. Subito dopo l’occupazione del 1967, Israele tentò di imporre il proprio curriculum, ma l’iniziativa incontrò una forte opposizione — scioperi e proteste di insegnanti, genitori e studenti — che costrinse Israele a lasciare in vigore il programma giordano. Negli anni Novanta, con la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), fu introdotto gradualmente il curriculum palestinese, che porta all’esame di maturità Tawjihi.
Dal 2018 il Ministero israeliano dell’Istruzione ha iniziato a incentivare, con finanziamenti aggiuntivi, l’adozione del curriculum israeliano (che porta al bagrout, la maturità israeliana) nelle scuole palestinesi — politica formalizzata in due piani quinquennali (2018-2023 e 2023-2028) per un totale di 1,2 miliardi di shekel. Il Tawjihi non è riconosciuto dalle università israeliane; il bagrout apre invece l’accesso a università e mercato del lavoro israeliani. Le famiglie palestinesi si trovano quindi di fronte a un compromesso tra la tutela dell’identità culturale e nazionale e l’integrazione pratica nel sistema israeliano.
A gennaio 2026 il parlamento israeliano ha vietato, all’interno del sistema scolastico israeliano, l’impiego di insegnanti con titoli accademici ottenuti in istituzioni affiliate all’ANP — misura che riguarda circa il 60% dei circa 6.700 docenti arabi di Gerusalemme Est. Israele ha inoltre chiuso diverse scuole dell’UNRWA (l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi) e ha requisito complessi educativi a Shuafat e Kafr Aqab.
Differenze tra i due curricula
Le differenze non sono solo linguistiche o amministrative:
Narrazione storica: il curriculum palestinese costruisce e preserva la memoria collettiva nazionale; Israele sostiene che contenga incitamento all’odio e neghi il proprio diritto a esistere. Nei manuali palestinesi usati a Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno imposto tagli e pagine censurate su temi storici, geografici e letterari — pratica documentata dalla ricercatrice Samira Alayan (Hebrew University) nel suo studio “White Pages” (2017) e confermata, con maggiore dettaglio istituzionale, dal Report on Palestinian Textbooks 2017-2019 del Georg Eckert Institute (commissionato e finanziato dalla Commissione europea).
Il rapporto, nel capitolo dedicato ai manuali modificati dalle autorità israeliane, rileva che le modifiche non recano alcuna indicazione di essere state alterate né di chi le abbia effettuate. I cambiamenti agiscono su due livelli: la rimozione delle raffigurazioni di violenza (sia palestinese sia israeliana), la cancellazione di Israele dalle mappe e delle mappe simboliche della “Palestina storica”; e un’idealizzazione della coesistenza israelo-palestinese nei passaggi modificati, senza menzione delle tensioni esistenti. Vengono inoltre rimossi riferimenti all’identità nazionale palestinese, simboli nazionali e passaggi su commemorazioni culturali: la rimozione di interi capitoli di storia regionale e palestinese, conclude il rapporto, cambia in modo sostanziale la narrazione nazionale trasmessa agli studenti.
Manuali israeliani: secondo l’analisi di Nurit Peled-Elhanan (Hebrew University, Premio Sacharov 2001), condotta su 17 testi di storia, geografia ed educazione civica, i manuali israeliani enfatizzerebbero il diritto storico ebraico sulla terra, marginalizzando la popolazione araba nelle cartine e nel linguaggio utilizzato. Le sue tesi sono contestate da organizzazioni filo-israeliane come MIFF, che ne accusano l’interpretazione dei testi.
Esame finale e riconoscimento: il Tawjihi non è equivalente al bagrout — un diploma palestinese non consente, ad esempio, l’accesso all’Università Ebraica di Gerusalemme, mentre il bagrout apre a università e lavoro in Israele.
Le scuole cristiane: statuto e utenza
Le scuole cristiane sono classificate dal ministero israeliano e dal Comune di Gerusalemme come “istituti riconosciuti ma non ufficiali” — categoria intermedia tra pubblico e privato, esente dall’obbligo del curriculum israeliano ma soggetta a pressioni indirette (permessi, finanziamenti condizionati).
L’utenza è a maggioranza palestinese araba, cristiana e musulmana insieme: nelle scuole cattoliche di Gerusalemme, su 2.125 alunni, solo il 27% è cristiano (73% musulmano); alla scuola delle Suore del Rosario, la più grande, solo il 12% degli alunni è cristiano. Dispensano il curriculum palestinese (Tawjihi) con manuali modificati dalle autorità israeliane, spesso affiancato da programmi internazionali (francese, ecc.). Dal 2018 sono sotto pressione per aprire sezioni bagrout in cambio di sovvenzioni: ad oggi solo 2 delle 12 scuole cristiane di Gerusalemme Est lo fanno.
Il nodo dei finanziamenti europei
Va distinto un ulteriore livello, quello dei finanziamenti UE all’ANP: dal 2020 il Parlamento europeo vota annualmente risoluzioni non vincolanti che condizionano il trasferimento di fondi a una revisione dei manuali palestinesi, accusati di contenere incitamento alla violenza e antisemitismo secondo studi di IMPACT-se (ONG israeliana). La votazione di maggio 2025 (443 voti favorevoli, 202 contrari, 21 astenuti) è stata la sesta di questo tipo e la prima accompagnata da una sospensione effettiva dei fondi, con una scadenza fissata a settembre 2025 per la correzione dei contenuti. Il 4 maggio 2026 il Parlamento ha approvato la settima risoluzione consecutiva (418 voti favorevoli, 207 contrari, 14 astensioni), che lega i futuri trasferimenti di fondi comunitari all’ANP in Cisgiordania a una revisione radicale dei programmi scolastici, sulla base di un nuovo rapporto IMPACT-se (novembre 2025, quasi 300 manuali e 71 guide per insegnanti esaminati) secondo cui l’ANP continuerebbe a cancellare Israele da mappe e testi, incorporare motivi antisemiti e glorificare violenza e martirio.
Va precisato, sulla base del testo ufficiale, che questa non è una risoluzione autonoma dedicata ai manuali: il documento (P10_TA(2026)0130, approvato in realtà il 29 aprile 2026) è la risoluzione del Parlamento nell’ambito della procedura di discarico del bilancio generale UE per l’esercizio 2024 (Sezione X — Servizio Europeo per l’Azione Esterna); il passaggio sui manuali palestinesi ne è un paragrafo, non l’oggetto esclusivo del voto. Il testo integrale è disponibile qui. Il paragrafo pertinente nota che l’UE non finanzia direttamente i manuali palestinesi, né questi rientrano nelle responsabilità dell’UNRWA (che comunque li revisiona per problemi di contenuto); ribadisce la necessità che l’ANP rimuova ogni materiale non conforme agli standard UNESCO, in particolare quello che incoraggia antisemitismo e incita alla violenza; e sottolinea che il sostegno finanziario UE all’ANP in ambito educativo dovrebbe essere condizionato all’allineamento agli standard UNESCO, in linea con i risultati del rapporto Georg Eckert Institute. Questo chiarisce che la condizionalità riguarda il sostegno generale all’ANP (inclusi gli stipendi tramite PEGASE), non un finanziamento diretto e specifico dei testi scolastici.
Nel 2021 vi fu inoltre un congelamento effettivo di 15 milioni di euro per 13 mesi. Dal 2008 l’UE ha trasferito all’ANP circa 3,8 miliardi di euro tramite il fondo PEGASE, che copre in parte gli stipendi degli insegnanti. La condizionalità ha diviso le istituzioni UE: nel 2022 quindici ministri degli Esteri firmarono una lettera al commissario Várhelyi per chiedere lo sblocco immediato dei fondi, definendo il rischio di “minare o invertire” i progressi di riforma dell’ANP; alcuni ambasciatori UE avrebbero parlato di “ricatti” e “sporchi giochi politici” (Le Monde, ripreso da Europa Today). L’Alta Rappresentante UE Josep Borrell e i capigruppo di Socialisti&Democratici, Verdi e Sinistra hanno più volte criticato la condizionalità, avvertendo che privare l’ANP dei fondi per gli stipendi danneggerebbe il diritto all’istruzione e potrebbe favorire gruppi estremisti. Non risultano, allo stato attuale delle fonti raccolte, dati quantificati sull’impatto già prodotto sul funzionamento delle scuole.
Il Report on Palestinian Textbooks 2017-2019 del Georg Eckert Institute — il principale studio commissionato e finanziato dalla Commissione europea sul tema, basato sull’analisi di 172 manuali e guide per insegnanti — descrive un quadro definito esso stesso “complesso”: da un lato i manuali dell’ANP rispettano ampiamente gli standard UNESCO su diritti umani ed educazione alla cittadinanza globale; dall’altro esprimono una “narrazione di resistenza” nel contesto del conflitto israelo-palestinese e mostrano “antagonismo” verso Israele — il termine “occupazione (sionista)” ricorre assai più spesso di “Israele”, e le mappe della “Palestina storica” generalmente non includono lo Stato israeliano. Sul piano metodologico, il rapporto GEI critica esplicitamente gli studi di IMPACT-se e del Begin-Sadat Center (BESA) come caratterizzati da “conclusioni generalizzanti ed esagerate basate su carenze metodologiche”; IMPACT-se ha risposto accusando a sua volta il rapporto GEI di conclusioni di sintesi “incongruenti” rispetto ai dati che il rapporto stesso presenta nel corpo del testo.
Il contenuto specifico delle revisioni in corso: un’inchiesta de L’Espresso (25 marzo 2026), basata su documenti trapelati e ottenuti dal giornale palestinese Quds Network, descrive nel dettaglio le modifiche richieste all’ANP in cambio dei fondi europei. Una lettera del 19 gennaio 2026, inviata dal ministro dell’Istruzione palestinese Amjad Barham al ministro delle Finanze Istifan Salameh, elenca circa 300 richieste di modifica sui manuali dalla prima alla decima classe (arabo, storia, geografia, matematica, educazione civica): l’eliminazione dei termini “Nakba”, “rifugiato” e “sionismo”; la rimozione dell’inno nazionale, della bandiera e dell’emblema dell’aquila dai testi di prima elementare; la cancellazione di poesie patriottiche come “Ala Dal’ouna” e di lezioni su Giaffa come città palestinese; la riformulazione della frase “Gerusalemme è la capitale della Palestina” verso una definizione che enfatizza il carattere religioso condiviso della città; la rimozione di riferimenti ai prigionieri nelle carceri israeliane e agli scioperi della fame, sostituiti da contenuti generici su pace e convivenza. Secondo L’Espresso, alcuni manuali subirebbero revisioni superiori al 30% del contenuto originario. L’ANP ha firmato nel 2024 una “Lettera di Intenti” che accetta queste condizioni.
Va segnalata una discrepanza tra le fonti sulle cifre dei congelamenti: L’Espresso riporta un blocco del 2021 di oltre 220 milioni di euro (contro i 15 milioni citati da altre fonti raccolte in precedenza — probabilmente riferiti a una tranche specifica anziché al totale) e una data del 7 maggio 2025 per la risoluzione che altre fonti collocano al 13 maggio 2025; riporta inoltre oltre 4 miliardi di euro di introiti fiscali trattenuti da Israele (contro gli 1,2 miliardi di dollari citati da Avvenire, probabilmente riferiti a un periodo diverso). Non è stato possibile, con le fonti disponibili, riconciliare in modo definitivo questi numeri — potrebbero riferirsi a periodi, tranche o voci di bilancio differenti — ma la direzione del fenomeno, un sottofinanziamento cronico del sistema scolastico palestinese, è confermata da più fonti indipendenti.
Conseguenze sul funzionamento delle scuole: a causa della crisi finanziaria, gli stipendi degli insegnanti risulterebbero tagliati di almeno un terzo da anni, con scioperi ricorrenti; in diverse aree gli studenti frequenterebbero la scuola solo tre giorni a settimana per carenza di personale. L’Espresso riporta inoltre il rifiuto di una quindicina di insegnanti e dirigenti scolastici in Cisgiordania (zona di Hebron) di rilasciare interviste sul tema, per timore di ritorsioni da parte dell’ANP, incluso il rischio di detenzione amministrativa — un elemento che introduce, accanto alla pressione israeliana ed europea, anche quella esercitata dall’ANP sul proprio personale docente per garantire l’attuazione delle revisioni concordate.
Reazioni: a metà gennaio 2026 gli studenti palestinesi nei campi profughi in Libano hanno protestato dopo aver scoperto che un libro di geografia dell’UNRWA era stato modificato sostituendo il termine “Palestina” con “Gaza” e “Cisgiordania”; in diverse scuole gli studenti hanno bruciato i testi in segno di rifiuto.
Il collasso finanziario di UNRWA e ANP: un terzo canale di pressione
Accanto a curriculum e permessi, un terzo canale colpisce l’istruzione palestinese attraverso il prosciugamento delle risorse degli enti che la finanziano.
UNRWA: l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, nata nel 1948, garantisce oggi sostegno sanitario, educativo e finanziario a oltre 900.000 persone. Ha perso i finanziamenti USA (300 milioni di dollari), solo parzialmente riattivati durante la presidenza Biden. Una legge israeliana del 2024, che accusa l’agenzia di collusione con milizie a Gaza, ne ha reso illegali le attività sul territorio israeliano, spingendola fuori da Gerusalemme. Il personale ha subito tagli di salario e giorni lavorativi.
Le incursioni al centro professionale di Qalandia: la struttura, storica sede UNRWA a pochi chilometri da Ramallah nell’omonimo campo profughi, forma ogni anno 340 studenti in 15 attività professionali, con un tasso di collocamento lavorativo del 90%. È stata oggetto di ripetute incursioni di esercito e polizia israeliani (l’ottava in un anno, secondo Avvenire, con due raid in 24 ore in un solo caso), nonostante Qalandia rientri nella Zona C degli Accordi di Oslo — pur essendo rivendicata da Israele come parte della municipalità di Gerusalemme. Un dirigente UNRWA ha definito le incursioni un attacco diretto “all’educazione e al lavoro dei giovani”, mettendo a rischio l’apertura dell’anno scolastico prevista per il 7 settembre.
Autorità Nazionale Palestinese: il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich trattiene almeno 1,2 miliardi di dollari di introiti fiscali dovuti all’ANP in base agli Accordi di Parigi del 1994, aggravando il deficit dell’Autorità e, indirettamente, la sua capacità di sostenere il sistema scolastico palestinese (curriculum, stipendi) anche a Gerusalemme Est.
Un quarto canale: la diplomazia post-ceasefire e la cancellazione del nome “Palestina”
Middle East Eye ha pubblicato il 3 settembre 2026 un’intervista a Jeremy Greenstock, ambasciatore britannico all’ONU tra il 1998 e il 2003, nella quale sostiene — sulla base di una fonte a livello ministeriale, non di testimonianza diretta — che Tony Blair, inviato dal Board of Peace istituito dal presidente statunitense Donald Trump per la gestione postbellica di Gaza, si sarebbe recato a Ramallah per chiedere all’Autorità Palestinese di rimuovere la parola “Palestina” dai libri scolastici, sostituendola con la designazione ebraica “Samaria” — come condizione perché il Board considerasse l’ANP capace di raggiungere un accordo con Israele. Secondo Greenstock, il presidente Mahmoud Abbas avrebbe rifiutato categoricamente. Un portavoce di Blair ha smentito recisamente l’episodio, definendolo “una completa fabbricazione”. Si tratta pertanto di un’accusa contestata e non verificata in modo indipendente, non di un fatto accertato.
Al di là dell’accusa specifica, l’articolo documenta altri episodi verificabili che si inseriscono nello stesso schema di cancellazione del nome “Palestina”: – UNRWA Libano, sotto una campagna di pressione, ha sostituito il termine “Palestina” con “Cisgiordania” e “Striscia di Gaza” in mappe di geografia regionale per la sesta elementare, scatenando scioperi e proteste (episodio già discusso in precedenza in questo contributo). Un Independent Review Group guidato dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna non ha trovato prove a sostegno delle accuse israeliane di collusione del personale UNRWA con organizzazioni terroristiche, pur formulando 50 raccomandazioni per rafforzare la neutralità dell’agenzia. – Nel Regno Unito, un gruppo trasversale di parlamentari ha chiesto un’indagine sulla rimozione delle parole “Palestina”, “palestinese” e “occupazione israelita” dalle esposizioni del British Museum. – Secondo quanto appreso da MEE (non verificato indipendentemente in questo articolo), un curriculum palestinese rivisto sarebbe “in circolazione privata per consultazione” nei territori occupati.
Se anche solo parzialmente fondato, questo insieme di episodi indicherebbe un quarto canale di pressione sulla terminologia e la memoria palestinesi, distinto da Israele, UE e ANP: quello della diplomazia internazionale del dopo-cessate il fuoco (Board of Peace), rivolto non alla censura di singoli contenuti ma alla cancellazione del nome stesso “Palestina” a favore di una terminologia associata alla destra israeliana e al movimento dei coloni.
Conclusione
I fatti documentati in questo articolo— imposizione progressiva del curriculum israeliano, censura dei manuali palestinesi, esclusione dei docenti formati in istituzioni dell’ANP, blocco dei permessi al personale scolastico, requisizione di edifici UNRWA, prosciugamento dei fondi che sostengono il sistema educativo palestinese — convergono su un unico terreno: il controllo di ciò che le nuove generazioni palestinesi di Gerusalemme Est imparano su se stesse, sulla propria storia e sulla propria appartenenza nazionale.
Una parte della lettura data a questi eventi, sostenuta dal Governatorato di Gerusalemme e da diversi osservatori palestinesi, li inquadra come un tentativo deliberato di cancellazione dell’identità nazionale — una forma di violenza che colpisce la memoria collettiva e la dignità storica di un popolo tanto quanto le misure più visibili sui territori e sulla popolazione. In questa lettura, sostituire una narrazione con un’altra diventa uno strumento con cui si consolida un’annessione mai riconosciuta a livello internazionale, incidendo su un terreno — quello simbolico e identitario — che si aggiunge alle dimensioni più direttamente distruttive della guerra a Gaza.
Va detto, per completezza, che l’applicazione del concetto di genocidio a queste dinamiche non è né priva di fondamento giuridico né di una linea giurisprudenziale consolidata: si tratta di un dibattito aperto. La Convenzione ONU del 1948 definisce il genocidio come atti compiuti con l’intento di distruggere fisicamente, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso — e le accuse di genocidio mosse dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia si concentrano prevalentemente su questa dimensione fisica e biologica, riferita soprattutto a Gaza. Su questa base ristretta, non risultano, allo stato delle fonti raccolte, pronunce di organismi giurisdizionali internazionali che abbiano specificamente qualificato come genocidio le due vicende scolastiche di Gerusalemme Est qui descritte (curriculum, permessi).
Esiste però, in sede accademica e nel dibattito giuridico, un filone distinto dedicato al genocidio culturale, che alcuni studiosi (ad esempio nel volume collettaneo Genocide in the Age of the Nation State, Taylor & Francis) applicano esplicitamente al caso palestinese, includendovi la distruzione di scuole, archivi e biblioteche accanto alla cancellazione della toponomastica e della memoria della Nakba. Un’analisi giuridica pubblicata dall’Istituto IARI nel marzo 2026 nota che, sebbene le accuse davanti alla CIG restino centrate sulla distruzione fisica, la dimensione culturale del genocidio è emersa come “rilevante considerazione” nel dibattito più ampio, pur restando terreno di “zone d’ombra” nel diritto internazionale vigente.
Diversi osservatori usano inoltre il termine “scholasticide” (genocidio del sapere) per l’impatto della guerra sulle infrastrutture educative, riferendosi però soprattutto alla distruzione fisica delle scuole a Gaza, un contesto diverso da quello amministrativo di Gerusalemme Est. Il governo israeliano respinge fermamente ogni caratterizzazione delle proprie politiche educative come genocidarie, definendole invece necessità di sicurezza, di standard professionali o di integrazione economica. Le tre giustificazioni, però, presentano tensioni interne se confrontate con i fatti documentati sopra.
La sicurezza giustifica formalmente il regime dei permessi (è la stessa base invocata dal Cogat per il filtro sugli insegnanti di Cisgiordania), ma si applica indistintamente a decine e centinaia di docenti alla volta, senza criteri resi pubblici caso per caso, colpendo interi istituti anziché individui — un meccanismo che, nei fatti riportati, ha finora sempre coinciso con l’esclusione collettiva di chi proviene dal sistema educativo palestinese, non con casi individuali di rischio dichiarato.
Gli standard professionali sono invocati dalla legge che esclude i docenti con titoli ottenuti in istituzioni dell’ANP — ma l’esclusione riguarda l’origine istituzionale del titolo, non una valutazione delle competenze effettive di chi lo possiede: circa il 60% dei circa 6.700 insegnanti di Gerusalemme Est ha percorsi di questo tipo, e la misura ne taglia fuori la maggioranza dal mercato del lavoro anziché prevedere percorsi di riconoscimento, equipollenza o riqualificazione.
L’integrazione economica è l’argomento più difficile da conciliare con il quadro descritto: lo stesso periodo in cui si registra la crescita dell’adesione al curriculum israeliano (motivata anche dalle famiglie con l’accesso al mercato del lavoro israeliano) coincide con la cancellazione di circa 150.000 contratti di lavoro di palestinesi impiegati in Israele dopo il 7 ottobre 2023 e con la progressiva chiusura dei canali di mobilità verso la Cisgiordania. L’integrazione economica promessa dal bagrout si scontra quindi con un mercato del lavoro che, nello stesso arco di tempo, si è reso strutturalmente meno accessibile ai palestinesi.
A queste due pressioni dirette (curriculum israeliano, permessi) se ne affiancano altre due, più indirette ma dello stesso segno. La condizionalità dei fondi europei ha spinto l’ANP a riscrivere autonomamente i propri manuali, rimuovendo termini come “Nakba”, “rifugiato” e “sionismo” — cioè proprio quel lessico che, secondo la lettura del Governatorato di Gerusalemme citata sopra, costituisce l’ossatura della memoria nazionale palestinese. In questo caso non è Israele a imporre direttamente la cancellazione, ma è un attore terzo (l’UE) a renderla condizione per l’erogazione di fondi essenziali, con l’ANP che la traduce in pratica sul proprio stesso curriculum — al punto da generare, secondo le fonti raccolte, un clima di reticenza tra insegnanti e dirigenti scolastici timorosi di ritorsioni interne.
A questo si aggiunge, secondo l’accusa (contestata da Blair) riferita da Greenstock, un possibile quarto canale: la diplomazia post-ceasefire del Board of Peace, che spingerebbe non solo verso l’attenuazione di singoli contenuti ma verso la sostituzione del nome stesso “Palestina”. Il risultato netto, indipendentemente dall’attore che lo determina in ciascun caso e dal grado di certezza con cui ciascun episodio è documentato, è una convergenza di pressioni israeliana, europea, amministrativa palestinese e diplomatica internazionale verso la riduzione dello stesso repertorio simbolico e lessicale.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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