Orientamento con Forze Armate nelle scuole a Grosseto. Opporsi è possibile con il Vademecum Osservatorio

Quello che sta accadendo a Gaza, in Ucraina e negli altri 50 conflitti attualmente in corso nel mondo rende decisamente chiaro qual è il mestiere del militare. Per averne un’idea, è sufficiente citare l’ultimo rapporto dell’agenzia delle Nazioni unite UNRWA: in circa 50 giorni di “guerra” all’interno della Striscia di Gaza, sarebbero state uccise più di 14.800 persone, di cui circa 6.000 bambini e 4.000 donne. In Cisgiordania, invece, dal 7 ottobre sono stati uccisi dall’esercito israeliano 222 palestinesi, tra cui 55 bambini (altri 8, 1 bambino compreso, sono stati uccisi dai coloni israeliani). Una carneficina “senza precedenti nel secolo”.

Certamente “non sono gli italiani”, ma sarebbe ora di finirla col mito degli “italiani brava gente” e tornare alla realtà. E la realtà è semplice: le scuole e i docenti che scelgono di “orientare” i propri studenti e le proprie studentesse verso le professioni armate, non fanno altro che proporre loro lavori finalizzati all’uso delle armi e di tecnologie di morte sempre più sofisticate. Così accade in questi giorni al Liceo “Rosmini” di Grosseto.

Tutte le classi quinte – afferma una circolare della scuola a firma della dirigente e del docente orientatore – «parteciperanno, ad un’attività, in presenza e presso la propria aula, per l’orientamento scolastico post-diploma in Istruzione e Lavoro». Ma quale “istruzione”, quale “lavoro”?

Possibile che, tra i tanti lavori e tra le tante prospettive di istruzione post-diploma, si scelga di orientare gli studenti e le studentesse all’uso delle armi e delle tecnologie di morte? Eppure esistono tante altre professioni, legate alla convivenza e al volontariato, che possono essere proposte. Inoltre, possibile che questa “scelta armata” si faccia in maniera, almeno all’apparenza, così poco consapevole con un laconico e perentorio “parteciperanno”, come se non vi fossero alternative e possibilità di obiettare a tale scelta?

Ci si chiede, inoltre, se la scelta è condivisa dalle componenti scolastiche: che cosa ha detto, in merito, il Collegio Docenti? Il docente orientatore, oltre ad esserci confrontato con la dirigente, si è confrontato con i colleghi sulle scelte orientative che vengono proposte agli studenti? Gli studenti e le studentesse sono consapevoli su quale potrebbe essere il loro futuro in quelle professioni? Che cosa pensano le famiglie di una scuola che orienta i propri figli e le proprie figlie all’uso di tecnologie di morte, alla possibilità di morire durante un conflitto armato in una delle tante missioni “umanitarie” che spesso si rivelano per ben altro?

Infine, perché obbligare gli studenti e le studentesse a fornire i propri recapiti ad un’agenzia che solo all’apparenza appare indipendente, ma che ad una veloce indagine si rivela essere legata ad un venditore privato di corsi di preparazione?

Ricordiamo che opporsi alla logica di guerra è possibile, ricordiamo che, come diceva don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù e come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo predisposto un Vademecum con il supporto della consulenza legale in materia, con il quale i genitori, i/le docenti, le studentesse e gli studenti possonno opporsi alla logica bellicista nella scuola.

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle universitàGrosseto

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