Che lo sport della vela in Italia ancora oggi sia interpretato come status-symbol, come sport per ricchi, contrariamente ai nostri vicini d’oltralpe o del nord-Europa, dove è diffusissima la passione per la navigazione (più che per le regate), non è una novità.
Che lo Stato Italiano attraverso la Marina Militare e la collaborazione del MIM, che ha inviato una circolare in tutte le scuole, volesse rinforzare questo stereotipo offrendo ad uno 0,01% (350 studenti/esse oltre 2 milioni e 600mila studenti) un corso gratuito di dieci giorni ci sembra poco educativo.
Così come, sempre dietro la foglia di fico del ”merito” e dell’ISEE, ultimo criterio selettivo esaurito quello della media dei voti e della condotta, che i pochi fortunati debbano vivere dieci giorni di vita da caserma per gustarsi l’ebrezza della navigazione a vela non ha nulla a che fare con la crescita collettiva di una comunità scolastica e civile.
Eppure la vela, contrariamente a tanti altri sport, è denso di metafore usate quotidianamente nel linguaggio comune a testimonianza del fatto che è un’attività dalle potenzialità formative infinite: tenere la barra dritta, guardare l’orizzonte, stare sulla stessa barca, ecc. ecc. D’altra parte proprio l’ultimo diffusissimo modo di dire viene disatteso platealmente non solo sul piano numerico, ma anche da quello spirito militaresco che traspare nel ”vademecum” per gli aspiranti, dove si fa esplicito riferimento all’eventualità di una ”sopraggiunta inidoneità fisica” o inosservnza delle regole interne della caserma: insomma dieci giorni all’insegna di ”ordine” e ”disciplina”.
Qui non si vuole affermare che le regole o la disciplina, soprattutto nella vela, dove una componente di rischio sussiste sempre ed è sempre dietro l’angolo, non debbano esserci, ma è l’inquadramento militare, la cornice in cui queste sono inserite, che inquina uno sport così affascinante, che può essere interpretato, appunto, come massima metafora dell’inclusione sociale e della libertà.
Uscire dal porto su un mezzo di trasporto e strumento sportivo, come una barchetta a vela, passando accanto ad un cacciatorpediniere, a fregate e navi d’assalto dotate di cannoni, inoltre, non è un bel vedere e un accostamento istruttivo soprattutto se i/le giovani skipper sono minorenni.
Mondo sportivo e mondo militare, purtroppo, dal dopoguerra in poi, rappresentano un connubio causato da una visione dello sport sostanzialmente agonistica e di “disciplina” più che di sviluppo psicofisico in termini di felicità della persona, al di là dei risultati raggiunti, dei “piazzamenti in una perenne competizione dove spesso la salute dei corpi viene messa in secondo piano.
La lotta al doping, da questo punto di vista, appare spesso come un’ipocrisia, rispetto ad allenatori ed atleti abili nello slalom tra sostanze che lasciano più o meno tracce pericolose nel sangue al momento dei controlli. L’aspetto propagandistico, patriottico, subentra poi in un secondo momento cioè a risultati coclamati e a quel punto si ricorda in ogni possibile occasione massmediatica che l’atleta olimpionico, o primatista mondiale, è anche poliziotto, finanziere, marinaio, ecc..
D’altra parte, rimanendo al mondo acquatico la Marina Militare, che attraverso il suo Capo di Stato Maggiore Credendino ha lanciato più volte l’allarme per una presunta carenza d’organico che arriverebbe fino a novemila unità, non può fare a meno dello strumento propagandistico: in un nostro precedente articolo, a seguito di una nostra visita sul pullman della Marina, abbiamo testimoniato come il pacifismo da una parte («che poi…non sanno nemmeno loro cosa vogliono!» disse in quell’occasione un ufficiale fresco di accademia) e il timore per la propria incolumità dall’altra, cioè la morte o il ferimento in guerra, siano una spina nel fianco per i militari alle prese con un servizio non più di leva, ma che richiede un vero convincimento, anche oltre ai soldi sicuri.
Occorrono, quindi, diversi strumenti propagandistici e comunicativi, per edulcorare, minimizzare i ”rischi collaterali” o ”eventuali” dei conflitti bellici, annacquarli con la leva sportiva o il gioco avventuroso, per trasformare così il neo-colonialismo in ”missioni di pace”, l’estrattivismo capitalistico in ”ricerca delle armi di distruzione di massa” come fu in Iraq o in ”guerra di civiltà” come è stato in quel costosissimo fallimento, durato vent’anni, in Afghanistan o la guerra a bassa intensità condotta contro l’ISIS sui nostri territori a suon di limitazioni delle libertà di movimento e controlli pervasivi fin tra i banchi di scuola, (qui il riferimento è alla circolare che spronava tutti i docenti ad alzare la guardia sbirciando con l’occhio sui telefonini, sui messaggini o disegnini sul banco all ricerca di una qualche forma di radicalizzazione politica o religiosa), o esportata per interposta persona in Kurdistan dove il popolo curdo vi si oppose strenuamente salvo poi ritornare sotto il tallone criminale e repressivo di Erdogan, già esperto in macelleria di migranti lungo la rotta medio-orientale.
Sempre in ambito marinaresco, la propaganda pro-marina militare, come del resto in tanti altri sport soprattutto paralimpici, si avvale della leva emotiva e caritatevole: anche qui non si bada a spese e poco importa se i numeri coinvolti sono statisticamente irrilevanti. Ci riferimao al progetto Wow, (Wheels on Waves 2023-2025) catamarano, anch’esso impegnato come l’Amerigo Vespucci, in un giro del mondo, ma con un’attrezzatura che abbatte le barriere archittetoniche, quindi per includere a bordo persone con varie forme di disabilità.
Sul sito del Ministero della Difesa si legge: «Un giro del mondo, che si concluderà nel 2025, che vede a bordo del catamarano personale militare e civile delle Forze Armate di tutte le nazioni impegnate nelle missioni internazionali a tutela della pace e della stabilità. Le Forze Armate italiane partecipano all’iniziativa con gli atleti appartenenti al Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa (GSPD), la cui presenza a bordo rappresenta un ulteriore passaggio nel loro percorso di riabilitazione e reinserimento sociale e lavorativo». Il gruppo sportivo paralimpico è parte di questa strategia, che si basa su una scelta ben precisa di dirottare soldi pubblici verso l’ambito militare, quando la disabilità dovrebbe essere presa in carico da tutta la società, da tutte le società sportive affinchè non sia una riserva di caccia militare per fini propagandistici.
Un altro progetto speculare e dispendiosissimo di soldi pubblici è il ”Tender to Nave Italia’‘, una ONLUS creata ad hoc sempre per progetti educativi destinati in questo caso a ragazzi che salgono a bordo del più grande brigantino in circolazione chiamato appunto Nave Italia (VAI ALLA BORCHURE DI NAVE ITALIA). Qui i progetti si sbizzarriscono ed operano su più piani, dalla lotta alle malattie rare, all’aiuto dei bambini ad Haiti, ai progetti di inclusione sociale a 360°, ecc. Il tutto rientra in uno sforzo immane che si avvale anche dei fondi del PNRR . Sul sito scopriamo che già dal 2009, con il progetto ”Il G8 dei ragazzi” Nave Italia faceva di tutto per associare i militari del mare al concetto di pace e fratellanza, all’interculturalità, sempre con il sottinteso che più volte emerge invece esplicitamente nei testi del sito web della ONLUS che la pace va protetta con le armi.
Il promotore del progetto Wow con la barca Spirito di Stella è il dott. Stella che così ha concluso presentando il progetto: «Ringrazio la Difesa che ha sposato dall’inizio questo progetto. Questo è un viaggio che porta un valore sociale, un tema. La barca è una metafora per dire che le società non stanno in piedi perché siamo tutti uguali, ma stanno in piedi perché tutti abbiamo gli stessi valori e rispettiamo le stesse regole». I valori nelle scienze sociali rappresentano quei concetti astratti che orientano i propri comportamenti. Ogni società quindi ha i propri ed ogni periodo storico pure: qui non si specifica a quali valori si faccia riferimento e si da per scontato che esistano “i valori” in sé e per sé quindi in contrapposizione ad una possibile e presunta ”assenza di valori”, che in realtà rappresenta un concetto impossibile ed errato, ma che tuttavia fa parte del senso comune.
Con buona approssimazione, in assenza di una specificazione, potremmo ipotizzare che i valori cui si fa riferimento possano essere individuati all’interno dei concetti/istituzioni quali gli evergreen ”Dio, patria e famiglia” e, più in particolare, nell’ambito della cultura occidentale, capitalistico-borghese liberale in campo politico e neo-liberista in campo economico.
D’altra parte, proprio per ”generare valore”, (e anche qui potremmo legittimamente chiedere…quale?), lo Stato italiano attraverso il Ministero della Difesa nel 2009 crea la SpA Difesa Servizi con la quale portare avanti in maniera agile e snella una serie di progetti propagandistici che, dietro l’intento di valorizzare e tutelare quelli che vengono definiti ”brand” (l’Esercito, la Marina, ecc.), coinvolgono imprese private, enti pubblici, ONLUS ecc.ecc. in questa attività complessa di propaganda.
Stefano Bertoldi – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

[…] contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo già più volte denunciato (clicca qui e […]
[…] Risulterebbe ridondante ricordare, anche questa volta, la percentuale risibile di questi fortunati “cadetti” sul totale degli studenti Italiani, perché non si discosta di molto da quella calcolata in un nostro precedente articolo, un anno fa (https://osservatorionomilscuola.com/2024/06/13/cercasi-marinai-in-divisa-disperatamente-larruolament… […]