Volendo approfondire gli interrogativi contenuti in un nostro recente intervento sui suicidi in divisa, (clicca qui) provo a dare una risposta al quesito che abbiamo posto nel titolo di questo articolo, attraverso una serie di mie testimonianze dirette che possono avvalorare la tesi più sotto descritta.
Ricordo ancora, come se fosse ieri, l’allora ufficiale dei Carabinieri, Sgroi. Nel 1990 era insegnante presso la Scuola Carabinieri di Benevento, proveniente dalla dura gavetta della territoriale nella Locride, nel pieno delle faide tra cosche, col ruolo di sottufficiale e prima ancora di carabiniere semplice. Rosso in volto, alzò gli occhi dal foglio con l’elenco di noi allievi usato per l’appello e rivolgendosi con tono minaccioso, verso un allievo dal cognome a dir poco “imbarazzante”, lo pronunciò scandendolo, lettera per lettera, a voce alta.
Tutti noi, militari di leva privilegiati perché parte della prestigiosa arma dell’Esercito italiano e con uno stipendio a fine mese, eravamo tutti coscienti di avere un “asterisco”, accanto al nostro nome che indicava chi “garantiva” per noi. Ma oltre a questo sistema informale, ce n’era uno, parte di quelle regole ufficiali di cui l’Arma andava e va fiera: la procedura imponeva di scandagliare, fino al terzo grado di parentela, la rete sociale di provenienza. Nel caso descritto, però, qualcosa, nel processo di “selezione”, al di là dei test psico-attitudinali, era andato in un verso che non soddisfaceva affatto l’allora tenente Sgroi.
Eravamo, all’epoca (1990/91), non solo nel pieno delle faide tra le ‘ndrine, prime fra tutte quelle di San Luca (RC), ma anche dell’offensiva dello Stato contro la mafia con in prima linea Falcone e Borsellino, pur se tra mille polemiche, proprio nei loro confronti, da più parti della politica.
Questo era il clima, quindi, alle soglie di ciò che poi fu chiamata la “trattativa Stato-mafia” a seguito non solo delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, ma soprattutto della strategia che portò alle bombe fatte scoppiare a Roma, Firenze e Milano in altrettanti luoghi simbolo della cultura e dell’economia italiana.
Infervorato anch’io da uno spirito giustizialista, che caratterizzava mezza Italia dell’epoca, da destra a sinistra e deciso a passare dalla teoria alla pratica sul campo, a metà del mio percorso di studi universitari giuridico-sociali, entrai dalla “porta di servizio” dell’Arma, cioè come ausiliario, ma senza lasciare nel cassetto l’occhio del giornalista.
L’espressione del tenente Sgroi alla vista di un cognome che ben conosceva, fu quindi un fatto che mi fece riflettere, ma che si aggiunse a molte altre contraddizioni. Nelle scuole carabinieri, infatti, i militari di carriera, ci capitavano fondamentalmente per due motivi. Il primo, come pausa da un periodo di stress lavorativo sul campo, il secondo, per riparare alcune “sbavature” durante il servizio, insomma un modo per allontanare il milite dall’operatività e dai riflettori, per esempio dopo un caso eclatante di “mala-polizia” con il solito strascico di polemiche sui mass-media.
Questi trasferimenti possono essere visti come “protettivi” a favore del milite, ma anche come trasferimenti totalmente discrezionali in chiave punitiva un po’ come nei polizieschi d’azione degli anni ’70, in cui ogni tanto spuntava la classica battuta vendicativa e minacciosa del superiore: “ti mando a dirigere il traffico”.
Casi di eccesso colposo di legittima difesa coinvolgevano, purtroppo, anche militari di leva, per definizione inesperti perché con soli due mesi di preparazione, come fu il caso, sempre in quegli anni, di un ex-allievo della scuola di Benevento che pochi giorni dopo aver preso servizio alla territoriale di Napoli, mentre era in macchina, appartato con la fidanzata, sparò a bruciapelo ad un rapinatore.
Dieci anni dopo, la stessa inesperienza, si rivelò altrettanto fatale nel caso di Carlo Giuliani durante il G8 a Genova. Da una parte si diceva di lasciare l’arma, possibilmente smontata, in un cassetto quando non si era in servizio, mentre negli altri casi veniva presentata quasi come un oggetto ornamentale, da usare praticamente mai e semmai solo in caso di estrema necessità partendo sempre dai classici spari, in aria, di avvertimento. Dall’altra parte però, nel mio caso, in servizio presso la Scuola Ufficiali Carabinieri, emergevano altre contraddizioni come le testimonianze dirette di commilitoni sparsi in varie parti d’Italia che raccontavano di armi “aggiuntive” tenute nel portaoggetti della volante, soprattutto se si operava in zone “calde”, così come di proiettili, anch’essi in aggiunta a quelli d’ordinanza in teoria contati e numerati.
Nel mio caso, però, furono però i racconti di “banali” e reiterati fenomeni di piccola e grande corruttela, legati agli appalti anche per semplici forniture di materiali, ad evidenziare la contraddizione più eclatante.
Analizzando le due tipologie di malversazione, non può bastare una semplicistica riflessione di tipo “statistico” che vorrebbe attribuire tutte queste contraddizioni ad una fisiologica percentuale di “malaffare” e di comportamenti eticamente discutibili che interessa, in modo analogo, anche la popolazione nel suo complesso.
Un caso di abuso di potere, di uso delle forza e/o violenza o di corruzione che coinvolge un corpo dello Stato che per sua stessa missione dovrebbe invece combatterlo, non ha lo stesso peso di quelli che si riscontrano in altri ambiti della pubblica amministrazione né tantomeno nella società nel suo complesso. Né la numerosità dei casi, per esempio quelli più eclatanti ed odiosi di mala-polizia, ci legittimano, ogni volta, a riproporre la metafora della mela marcia. Non si tratta, infatti, di pochi casi isolati. Furono ad esempio decine i casi di violenze commesse una quindicina di anni fa, da una ventina di carabinieri nelle caserme di Aulla, Albiano Magra e Licciana Nardi in Lunigiana che secondo il procuratore di Massa Carrara, Aldo Giubilaro, aveva reso l’abuso “quasi una normalità” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/14/massa-carrara-arrestati-4-carabinieri-per-falso-e-lesioni-il-pm-abusi-erano-quasi-una-normalita-nessuno-sopra-la-legge/3659392/).
Altrettanti carabinieri a Piacenza, pochi anni dopo, si resero protagonisti di reati quali peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica in atti pubblici, rivelazione di segreti d’ufficio, lesioni personali aggravate, arresto illegale, perquisizioni e ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, tortura, estorsione, truffa ai danni dello Stato, ricettazione, traffico e spaccio di stupefacenti (https://www.quotidiano.net/cronaca/piacenza-carabinieri-arrestati-b899f344). In quest’ultimo caso, i vari filoni di indagine, alla fine hanno coinvolto fino a 30 carabinieri e gli strascichi dei vari gradi di giudizio sono ancora in corso.

Dalle testimonianze dirette raccolte dall'”ultima ruota del carro”, ai casi da prima pagina, tutto concorre quindi a formulare come ipotesi che l’elevata percentuale di suicidi nell’arma, in alcuni anni seconda soltanto a quelle registrate nella Polizia penitenziaria, sono da ricollegare a queste profonde contraddizioni vissute tragicamente da alcuni militari che ogni giorno, recandosi in caserma leggevano il motto “nei secoli fedele” in calce allo stemma araldico dell’Arma.
Un altro elemento di cui tener conto è il cosiddetto “spirito di corpo”, ovvero le silenziose ed intime connivenze che erigono muri di gomma a volte invalicabili se non a distanza di anni come fu nel caso di Stefano Cucchi dove le coperture e gli insabbiamenti arrivavano fino ai gradi più alti dell’Arma (https://www.today.it/cronaca/caso-cucchi-carabinieri-depistaggi.html): ci vollero ben dieci anni di riflessione affinché il carabiniere Francesco Tedesco trovasse l’energia sufficiente per valicare quel muro e raccontare in Tribunale come andarono effettivamente i fatti.
Qui non si vuole affermare che tutti i casi di suicidio siano riconducibili a questi travagli interiori a seguito di queste contraddizioni vissute sulla propria pelle ma nemmeno può essere accettabile che ad ogni suicidio si faccia a gara per individuare tutti quegli elementi di fragilità psicologica individuale che ne spieghino le principali motivazioni di fondo: nessuno, infatti, ad oggi, si è preso la responsabilità di indagare a fondo, tramite un’indagine sociologica, quella zona grigia costituita da quel confine labile tra codice penale militare di pace e codice penale militare di guerra e relativi codici di procedura.
In sintesi, nessuno si è mai posto la questione di indagare le ripercussioni psicologiche dei cosiddetti margini di discrezionalità del comando che sussistano lungo tutta la catena di comando militare.
Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università
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