Siena, intervento Osservatorio sulle conseguenze della militarizzazione sulla società

Pubblichiamo il testo dell’intervento svolto a Siena da alcuni membri del Consiglio di Gestione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università invitati il 4 novembre a parlare del crescente processo di militarizzazione delle strutture della formazione dal Comitato senese dei lavoratori della scuola.

Ringraziamo il comitato senese per questo invito e vorremmo riflettere insieme a questa sala piena di persone su quanto sta accadendo, invitandovi innanzitutto a visitare il nostro sito sul quale troverete anche il vademecum ed esempi pratici di come opporsi alla guerra e ai processi di militarizzazione.

L’economia USA cresce negli ultimi mesi del 2,8%, meno del 3 per cento previsto, ma decisamente di più delle economie europee, alcune delle quali in fase di stagnazione.

Se prendiamo per buone le statistiche ufficiali statunitensi, l’economia è trainata dall’aumento dei consumi di beni (6%), dalla spesa per i servizi che vanno essenzialmente a beneficio del privato. Ma se andiamo a ricercare altri dati si scopre che la crisi occupazionale sta investendo anche gli USA a conferma che la economia di guerra non rappresenta una soluzione.

Il traino dell’economia è rappresentato dai consumi pubblici, in primis dalla ingente spesa per la difesa, nella produzione di armi tecnologicamente avanzate che si accompagno ai prodotti tradizionali. 

La crescita del PIL è data da un insieme di fattori, consumi e investimenti privati (in Italia il privato investe ben poco, abituato com’è a battere continuamente cassa per ricevere aiuti fiscali, ammortizzatori sociali e sovvenzioni per progetti di ricerca che poi gestisce in proprio) e pubblici.

Resta innegabile che proprio gli investimenti pubblici abbiano trainato la crescita del PIL e che l’economia USA è uscita rafforzata dalla guerra in Ucraina, guadagnando nuovi mercati per le esportazioni dei prodotti energetici a costi decisamente elevati rispetto a quelli forniti un tempo dalla Russia. In sostanza, gli USA hanno approfittato dei conflitti, da loro stessi generati seppur indirettamente, per realizzare e vendere tecnologia militare di ultima generazione e una industria bellica variegata.

L’aumento delle spese militari negli USA ha generato occupazione con oltre 230 mila nuovi posti di lavoro (nell’industria spaziale gli occupati crescono del 7 per cento annuo) anche a fronte di corposi licenziamenti avvenuti nella tradizionale manifattura e nel commercio con chiusura di fabbriche e magazzini e riduzioni orarie.

La spesa militare mondiale ha raggiunto negli ultimi anni il suo apice, è in continua crescita fin dal 2017, il 38 per cento della stessa è ad appannaggio degli USA.

Le esportazioni militari statunitensi sono di gran lunga superiori a quelle della UE, che per altro acquista buona parte dei prodotti bellici proprio dagli USA, da cui dipende anche per la fornitura di parte della tecnologia delle armi prodotte negli stabilimenti europei.

La esponenziale crescita del mercato di armi negli Stati Uniti è stata trainata dagli investimenti pubblici, ad esempio il settore pubblico ha dato grande impulso, fin dagli anni ottanta, alle guerre spaziali tagliando i fondi al sociale, alla sanità e alla istruzione. La spesa nel settore spaziale supera i 60 miliardi solo tra Space Force e NASA, mentre la UE non va oltre 15 miliardi di dollari nonostante i cospicui aumenti degli ultimi anni.

Il modello USA è in buona parte ripreso dal documento Draghi sulla produttività che vorrebbe indirizzare al settore militare crescenti risorse comunitarie, del resto l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) da 10 anni potrebbe presto passare da programmi di osservazione della terra e degli impatti climatici a investimenti e ricerche duali o specificamente militari.

I paesi europei vanno non solo aumentando le spese militari come richiesto dalla NATO fin dal 2014, lo fanno oggi meno del previsto, vista la perdurante crisi economica che attanaglia il vecchio continente e la cui causa è da ravvisare nella guerra in Ucraina. Siamo certi che parti crescenti del bilancio comunitario potrebbero presto essere destinate alle imprese di guerra, a tecnologie duali magari in deroga ai parametri di spesa (come richiesto da tempo dalle imprese e dalla diffusa lobby militare).

E nella prossima manovra di Bilancio i capitoli dedicati alle spese militari vedono un grande aumento della spesa pubblica mentre si dedica sempre più spazio, come nel documento Draghi sulla produttività, alle tecnologie duali e a finanziamenti pubblici verso le stesse che alimentano l’industria di guerra.

Lo sforzo analitico per comprendere la realtà dovrebbe partire invece dall’intreccio tra militarismo e processi riorganizzativi del capitalismo, tra politiche imperialiste e neo coloniali e la svolta green almeno per non cadere negli schematismi del passato.

La subalternità culturale e ideologica alla guerra porta inevitabilmente a sottovalutare l’impatto dei processi di militarizzazione, che poi alimentano la disattenzione delle classi popolari verso i processi di guerra, interna ed esterna (ad esempio il ddl 1660 che restringe gli spazi, già esigui, di agibilità democratica dei movimenti di opposizione allo status quo).

Merita quindi attenzione il Libro Bianco UE “sulle opzioni per rafforzare il sostegno alle attività di ricerca e sviluppo” che possiamo leggere e scaricare online.

Alla UE conviene investire in ricerca e sviluppo di tecnologie duali, che poi saranno principalmente utilizzate in ambito di guerra perché è proprio la guerra al centro dei processi di riorganizzazione del capitalismo europeo, oggi in grande affanno rispetto agli USA e ai competitor asiatici.

Sta a noi opporsi a questo stato di cose partendo proprio dalle scuole e dal mondo della conoscenza sottoposto a processi di revisionismo storico e di accettazione alle logiche di guerra.

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