Le ultime dichiarazioni del generale Masiello (leggi qui) quanto alla carenza di organico tra le fila dell’esercito italiano, da un lato destano tutta la nostra preoccupazione come genitori e personale scolastico, dall’altro confermano la giustezza di tutte le analisi che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università conduce sin dalla sua fondazione. Nostro obiettivo è stato da subito quello di monitorare e denunciare quel processo sempre più invasivo di militarizzazione degli spazi del sapere, che è quotidianamente sotto gli occhi di tutt3 in un contesto internazionale nel quale l’aumento vertiginoso delle spese militari preannuncia nefasti orizzonti da terza guerra mondiale.
A nostro avviso questa invasione di campo da parte delle forze armate funziona da vero e proprio condizionamento culturale e trova il suo sviluppo più naturale nella miriade di campagne condotte all’interno delle istituzioni scolastiche ai fini di orientamento e reclutamento.
Da più parti e in più paesi europei si torna a parlare di reintroduzione della leva (che non è mai stata abolita, ma solo sospesa) dal momento che la carenza di “vocazioni militari” ha ridotto negli anni in modo significativo il numero di giovani che volontariamente intraprendono questa scelta. Se a questo aggiungiamo l’età media del personale delle forze armate, risultano di facile comprensione le motivazioni della crescente pressione che viene esercitata sulle scuole.
Registriamo infatti l’aumento esponenziale di iniziative atte a promuovere la carriera militare sia attraverso un utilizzo massiccio delle possibilità offerte in ambito di PCTO con l’organizzazione di visite a basi militari e caserme, sia, sul versante industriale e giocando sull’ambiguità del concetto di “dual use”, all’interno della Leonardo SpA.
Tuttavia, la militarizzazione si insinua anche nei passaggi-chiave dei percorsi scolastici degli/delle student3, attraverso una campagna sul piano nazionale di “orientamento in uscita” con la partecipazione di AssOrienta e di Nissolino Corsi, specializzata nella preparazione ai concorsi per le cosiddette “carriere in divisa”. I passaggi-chiave, peraltro coincidenti con fasi particolarmente problematiche dei/delle giovani, sono quelli tra il primo bienno delle scuole secondarie superiori e il triennio successivo ma anche quello alla fine del quarto anno. Tra i 15 anni ed entro i 17 viene prospettata la possibilità di entrare nei quattro istituti militari storici (la Nunziatella di Napoli e la Teulié di Milano per l’Esercito, la Giulio Dohuet di Firenze per l’Aeronautica e la Morosini di Venezia per la Marina) con la prospettiva poi di entrare in un canale privilegiato per proseguire nelle rispettive accademie per le carriere da ufficiali. Prospettiva che si scontra paradossalmente tra l’altro con il numero ridottissimo dei posti a concorso rispetto all’ampiezza della platea giovanile coinvolta.
In completa contraddizione con le finalità di educazione alla pace della scuola pubblica, inoltre, questi percorsi, che definiremmo di reclutamento, sono stati addirittura “istituzionalizzati” e suffragati da protocolli di intesa firmati da rappresentanti dell’Esercito con il Ministero dell’Istruzione, gli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali e le singole scuole.
Smilitarizzare le scuole e l’educazione allora significa innanzitutto leggere con chiarezza quali sono gli obiettivi da raggiungere e gli strumenti attraverso i quali si intende farlo. Gli obiettivi sono chiari:
«L’esercito deve essere proattivo adeguandosi alle minacce attuali mentre si trasforma per quelle che verranno, in quanto le sfide si affrontano e si vincono con un’evoluzione continua. Questo obiettivo richiede un investimento concreto sulle nuove generazioni che sono il futuro delle istituzioni e sulla loro formazione. I giovani sono capaci di intercettare le evoluzioni rapidissime della nostra società e possono essere e devono essere il motore del cambiamento per far crescere l’esercito».
Così come gli strumenti per raggiungerli:
«Con l’approvazione della legge 119 del 22 e del decreto legislativo 185 del 23 è stato invertito il trend di riduzione delle dotazioni organiche della difesa prevedendo un incremento di 3700 unità per l’esercito e fissando i volumi complessivi della forza armata a 93.100 unità” in riferimento “al personale militare da conseguire entro il 2033. Questi volumi risultano comunque inadeguati alle esigenze di carattere operativo e non assicurano alla forza armata la massa necessaria ad affrontare un eventuale conflitto ad alta intensità che richiede la capacità di alimentare e rigenerare le forze impiegate in combattimento“. […] “Per il solo conseguimento del primo obiettivo lo stato maggiore dell’esercito, in sinergia con il vertice interforze, ha stimato la necessità di un incremento delle dotazioni organiche fra le 40, 45mila unità rispetto alle previsioni normative vigenti definendo un modello in chiave Nato oscillante fra le 133mila,138mila unità»
È necessario un deciso risveglio delle coscienze e un impegno quotidiano e indefesso di tutti coloro ai quali è caro il futuro della scuola e delle nuove generazioni. Sottrarre i nostri studenti e le nostre studentesse a un avvenire da guerra permanente deve diventare il nostro obiettivo primario per riuscire a costruire un mondo dove la guerra sarà definitivamente abolita.
L’invito è pertanto rivolto a tutt3 di partecipare alla vita dell’Osservatorio segnalando all’indirizzo di posta elettronica osservatorionomili@gmail.com i casi di militarizzazione dei luoghi di apprendimento e aderendo alla nostra associazione (https://osservatorionomilscuola.com/contatti/) per un lavoro che possa essere sempre più capillare ed efficace.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
