Pubblichiamo il materiale messo a disposizione da Marco Rossi relativo alla relazione dal titolo “La diserzione come forma di resistenza alla guerra” tenuta il 21 gennaio nel Corso di Formazione “La Scuola tra Resistenza e Pace” organizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
La diserzione, ossia la scelta da parte di uno o più militari di abbandonare il proprio reparto, esiste da quando esiste l’esercito ed è sempre stata ritenuta come il più grave reato che un soldato può compiere e quindi sanzionato con pene severissime, inclusa la pena la morte, specialmente se attuato in tempo di guerra, in prima linea di fronte al nemico o con passaggio al nemico, equiparato al tradimento. Ben prima che apparisse la stessa parola disertore, nella storia si trovano numerosi riferimenti a soldati fuggiti dal campo di battaglia o dalle fila degli eserciti, soprattutto in tempo di guerra. Nell’antico Egitto, ai disertori venivano pubblicamente inflitte varie punizioni, fra cui il taglio della lingua. Nell’antica Grecia, invece, i disertori erano privati di ogni proprietà e additati al pubblico disprezzo, rasando a metà i loro capelli in modo da essere riconosciuti da tutti.
Innumerevoli sono pure i casi noti nella storia dell’Antica Roma, sia nel periodo repubblicano che in quello imperiale, con frequente passaggio al nemico, come accadde durante la Terza Guerra Punica, quando 900 soldati di Scipione si unirono ai difensori di Cartagine. Per i legionari disertori la legislazione romana prevedeva la pena capitale. Non di meno, la diserzione serpeggiò nell’esercito di Alessandro Magno e nell’armata di Gengis Khan.
In epoca moderna, il fenomeno della diserzione fu particolarmente significativo durante la Campagna napoleonica contro la Russia (1812), riscontrato sia fra le truppe francesi che quelle russe. Peraltro, la coscrizione obbligatoria, introdotta da Napoleone, incontrò una forte resistenza nei paesi sottoposti al dominio francese, in quanto non era mai stata una pratica diffusa, salvo che in Prussia, incontrando adesione soltanto in Svizzera e a Magonza dove già vigeva. Dato l’elevato numero di disertori e renitenti, per reperire soldati si ricorse quindi agli orfani, ai carcerati, ai prigionieri o ai disertori di altri eserciti. Rastrellamenti e arresti erano mezzi usualmente praticati per debellare la renitenza.
D’altronde la leva obbligatoria toccava il punto più sensibile degli individui, delle famiglie e delle comunità, sia da un punto di vista affettivo che economico; infatti, per le reclute si prospettava il servizio militare da uno a cinque anni in tempo di pace oppure, in caso di guerra, fino alla conclusione della stessa. Per sottrarsi all’arruolamento, nella Repubblica italiana a partire dal 1803, nel Veneto dal 1806 o in Olanda dal 1810, era frequente il ricorso all’automutilazione e alle collusioni locali negli apparati burocratici, oppure ci si dava alla macchia con la complicità di amici e parenti, mentre le famiglie più abbienti potevano esentare i figli coscritti dal servizio pagando un’apposita tassa oppure assoldando un sostituto, ma a parte il costo sempre più oneroso, c’era sempre il rischio che i rimpiazzi disertassero.
Anche durante la Guerra di Secessione americana (1891 – ‘95), primo conflitto “industriale”, furono migliaia i disertori negli eserciti e nelle marine, dell’Unione come della Confederazione, soprattutto verso la fine della guerra civile, costata circa 750.000 morti; così come nel conflitto russo-giapponese (1904 -’05), quando numerose furono le diserzioni nell’esercito russo e nelle milizie cinesi e coreane che affiancavano i due schieramenti imperiali.
Un’emblematica conferma della continuità storica di tale comportamento sociale si ha seguendo le vicende e gli adattamenti della ballata popolare Ero povero ma disertore, risalente al periodo 1840 – ‘47, di rivolta contro il dominio austriaco, che sarebbe stata cantata durante la Prima guerra mondiale, poi ripresa nella Seconda dagli alpini durante la campagna di Russia (come ricorda Nuto Revelli) e infine riapparsa come canto della Resistenza…continua a leggere nel pdf in allegato.
Bruno Misefari, Diario di un disertore
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