Conversazioni con Vincenzo Scalia su repressione, scuola e deriva autoritaria a cura dell’Osservatorio

R.P.: Il nostro Governo sembra oggi trarre ispirazione, per la sua agenda sicuritaria e repressiva, non tanto dal modello Orban, quanto dal trumpismo. Dall’omicidio di Stato a Minneapolis, ultimo atto, in ordine di tempo, della volontà di reprimere ogni dissenso attraverso una guerra federale condotta contro una parte di cittadini americani, fino al discorso del Presidente USA a Davos. Le politiche migratorie e i respingimenti con sequestri operati nelle strade e nelle case di cittadini stranieri, considerati legittimi come difesa della America grande e WASP, il negazionismo climatico, la politica estera fuori da ogni regola internazionale. La repressione appare come un micidiale ingranaggio culturale, razziale e di classe, fatto di dispositivi che hanno i corpi come bersaglio: donne, neri, latinos, proletariato urbano e sottoproletariato senza accesso al diritto, nemmeno come habeas corpus. Da noi, i fatti di La Spezia hanno rinforzato questa simbologia culturale e antropologica che, del resto, era già stata anticipata nei decreti e nel disegno di legge presentato dagli Interni. Un clima di guerra interna come preparazione a quella condotta dagli eserciti, nella diffusione dell’obbedienza come valore.

R.P: La rappresentazione del pericolo come la cultura del coltello attribuita sprezzantemente alla cosiddetta maranza, gli sgomberi dei centri di aggregazione sociale (vedi il caso Askatasuna, inscenato come in un set di film americano), la mappatura delle città attraverso la definizione di zone rosse, sembra volta alla criminalizzazione dei giovani. Tutto ciò appare funzionale all’elaborazione del consenso basato sulla paura.

R.P.: Nella simbologia della destra anche la religione sembra giocare un ruolo negli USA, come rinforzo alle credenze, ai miti di fondazione del Paese, riprese dal discorso MAGA. In Italia un certo cattolicesimo (dalla Sentinelle in Piedi a Reggio Emilia, all’allarme per l’educazione al genere nelle scuole, all’isteria antiabortiste e contro l’eutanasia) può farsi complice delle politiche repressive. Per contro esiste anche un cristianesimo soccorrevole e antimilitarista, soprattutto in aree valdesi e in alcuni quartieri periferici delle grandi città, ma riceve scarsa risonanza sia sui media che presso le gerarchie vaticane.

R.P:: Il digitale, la comunicazione attraverso internet sta certamente favorendo la possibilità di diffondere informazioni utili a chi lotta nelle strade e nelle piazze, a chi resiste nella difesa dei territori, in Iran, in USA, a Gaza, In Rojava. Ma, l’uso dei social come moltiplicatori di bias e di esposizione violenta della parola e dei corpi, rappresenta una parte importante nel panorama della violenza di stato e dell’abbrutimento culturale del Paese. 

R.P.: La sottocultura della valutazione a test (e della tracciatura dei fragili venduta come misura di inclusione), il conformismo culturale basato sulle competenze, la marginalizzazione della conoscenza come ricerca e dubbio, la burocratizzazione del lavoro docente, possono contribuire secondo noi al rinforzo di una mentalità obbediente.

R.P.: L’installazione dei metal detector nelle scuole è diventato un fattore di responsabilità diretta dei Dirigenti, qualora decidessero di sottrarsi alla progressiva trasformazione delle scuole in caserme e in check point. L’autonomia è sempre più fittizia, la catena di comando sempre più verticalizzata: piovono provvedimenti disciplinari, ispezioni sul controllo della didattica, intimidazione prodotta attraverso il profluvio quotidiano di note ministeriali e di indicazioni di comportamento.

R.P.: La scuola, l’educazione e l’istruzione nelle istituzioni scolastiche possono ancora svolgere un’azione di contrasto alla cultura  amico-nemico e alla guerra in tutte le sua forme?

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università


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