Militarizzazione: dalla propaganda alle serie TV. Strumenti per una didattica antimilitarista

Siamo alle solite: ecco che in piena estate rispunta quella che ormai è chiaro a tutti si tratti della punta di un iceberg, ovvero l’ennesimo caso aberrante di mala-polizia che in questo caso coinvolge la Polizia Locale a Milano e dintorni ( clicca qui per le informazioni). Anche in questo caso possiamo individuarne una chiave di lettura sociologica, ma soprattutto trarne degli spunti che possono tradursi in strumenti didattici per stigmatizzare fenomeni che troppo superficialmente vengono derubricati, nel pensiero mainstream, nel capitolo “poche mele marce”.

Un’altra formula per derubricare queste violenze spesso adotta il linguaggio cinico e razionale del diritto penale ad esempio “eccesso colposo della legittima difesa” che fanno tornare alla memoria il nauseante dibattito intorno al presunto “omicidio perfetto” di Marta Russo per il quale fino al giudizio in Cassazione si portò avanti il concetto di “omicidio colposo…con dolo eventuale“.

I tragici fatti di Milano con il loro lungo strascico di polemiche intorno a quel lungo elenco di “reati in divisa”, rappresenta un caso che mette a dura prova la voglia di tranquillità di quest’inizio d’agosto in cui, come ogni estate, per chi ha voglia di scavalcare a piè pari la solita montagna di “gossip da spiaggia”, può osservare da un lato i tentativi della politica di portare a casa le peggiori leggi/decisioni dell’anno (vedi le chat di Delmastro, il riconoscimento facciale, la clausola di salvaguardia per le spese militari, ecc.ecc.) dall’altro, appunto, i tentativi di una contro-narrazione di una militarizzazione tossica dilagante presentata invece come accattivante, affascinante, parte di quell’uso delle “maniere forti” dei bei tempi andati.

I fatti di Milano, infatti, non sono un fulmine al ciel sereno, ma, purtroppo, la punta di un iceberg di una cultura che nel migliore dei casi è accondiscendente rispetto, appunto, alle cosiddette “maniere forti” (ricordiamo l’attuale clamore per il gioielliere che a rapina terminata insegue i malviventi, ormai in fuga, uccidendone due alle spalle e ferendone gravemente un terzo), ma anche semplicemente verso comportamenti diametralmente opposti a quelli suggeriti da un sedicente Stato di diritto.

Negli ultimi dieci-quindici anni, in aggiunta al filone poliziottesco aggiornato al nuovo millennio, che ha visto pullulare su tutti i canali a pagamento e/o pubblici diverse serie con poliziotti Carabinieri o magistrati, si sono fatti strada filoni in cui il confine tra legalità e illegalità, tra il bene e il male appaiono sempre più sfumati fino a sfociare nella giustificazione plateale di comportamenti violenti da parte di personaggi che rappresentano le forze dell’ordine.

In classe, quindi, rimanendo nell’ambito della cultura italiana potremmo ad esempio analizzare insieme agli studenti e alle studentesse, alcune scene salienti di Rocco Schiavone, il vice questore “romano de Roma”, giunto alla sua settima edizione (iniziata nel 2016). Rocco, il protagonista, appartiene alle forze dell’ordine e rappresenta l’autorità nel suo livello dirigenziale: è vice-questore, un ruolo che nelle puntate viene più volte ribadito da Schiavone stesso nell’ intento di rimarcare il proprio ruolo di potere. Pur rivestendo quel ruolo, Marco Giallini, alias Rocco Schiavone, infrange regole, procedure e leggi: la serie tende a presentarcelo dietro con una mal celata simpatia, senza approvarlo in modo esplicito, ma spingendoci sempre dalla sua parte, deridendo le regole, sempre troppo strette per lui, comprendendone le motivazioni o presentandolo come uno che “fa quello che deve essere fatto”.

In questo senso, Rocco Schiavone è quasi il caso perfetto per i nostri tempi: viene addirittura descritto come un poliziotto con un’etica personale, ma che purtroppo, spesso, non coincide con quella prevista per un poliziotto e le cui azioni, proprio per questo, giocoforza oltrepassano frequentemente i margini della legalità. Dopo un fatto grave in cui a pagarne le conseguenze è stata addirittura la moglie che aleggia sempre, come in un sogno/incubo in ogni puntata, il nostro vice-questore, dalla piazza di Roma, terreno di coltura a lui congeniale, viene spedito praticamente al “confino” ad Aosta. Qui porta con sé le proprie malsane abitudini compresa quella di una contiguità con la malavita, tutte però sempre funzionali al raggiungimento finale della cattura del malvivente, tramite una giustizia in po’ addomesticata.

Risulta chiaro, però, che quel confine tra legalità e illegalità presentato sempre come bonariamente labile o infrangibile all’occorrenza se applicato tout-court alla realtà attuale e alle modalità tendenziose di buona parte dei mass-media nel presentare fatti di mala-polizia, diventi alla fine un pericoloso elemento più che giustificatorio di tali fatti, diremmo addirittura assolutorio.

Rimanendo alle produzioni italiane possiamo poi presentare un altro personaggio anch’esso bonariamente “assolto” su tutti i fronti, attraverso però un’originale chiave tragicomica, in tutte le sue esternazioni violente sessiste e molto spesso anche pesantemente razziste: l’ispettore Coliandro per la regia dei fratelli Manetti. Qui la serie si presenta ancora più accondiscendente nei confronti dell’atteggiamento del protagonista perché lo inserisce, nel meccanismo della commedia all’italiana. Lo spettatore viene piacevolmente spinto a derubricare questi fatti fittizi di malapolizia anche con una semplice battuta sintetizzabile in “in fondo è un bravo ragazzo”, oppure “ma guarda che scemo!”… facendo passare in secondo piano il fatto che il protagonista è un poliziotto, un rappresentante in divisa dello Stato. La chiave tragicomica è quindi la modalità scelta per banalizzare il male commesso dal braccio armato della legge e alla fine assolverlo.

Rimanendo sempre in tema di formazione e strumenti didattici, possiamo prendere in prestito un terzo personaggio che ha influenzato molto, (anche in quanto rappresentante emblematico di quella cinematografia “colonizzante” proveniente dagli USA), quella visione manichea semplificatoria di una società divisa in buoni e cattivi che non ha nessuna intenzione di scavare tra le cause sociali della devianza: l’ispettore Callaghan. Qui la filosofia, volutamente meno articolata sul piano socio-psicologico ma più basata sugli “effetti speciali”, è basata sostanzialmente sul criminale pericoloso che spinge il poliziotto-sempliciotto Callaghan, di fronte a criminali incalliti, ad essere ancora più duro di loro: insomma la forza individuale, contro un sistema burocratico.

Sebbene quest’ultimo ancora oggi possa incontrare l’interesse di quel pensiero fascio-leghista dominante in Italia, Rocco Schiavone, al confronto ha un profilo molto più articolato, prevarica spesso illegalmente il “malvivente”, ma porta con sé il dolore e come si diceva qui sopra, la perdita, gli amici, la nostalgia di Roma: è proprio in questa formula di coinvolgimento empatico che sta la pericolosità sociale del personaggio che possiamo stigmatizzare in classe. Per concludere questa trilogia possiamo a questo punto passare ad una rappresentazione filmica per nulla accondiscendente verso tali comportamenti, con il “Cattivo tenente” di Abel Ferrara, interpretato dal grande Harvey Keitel nel 1992: qui senza nessun intento assolutorio o compiacente si scava a fondo nella psiche umana analizzando l’abisso in cui sprofonda il protagonista che diventa alla fine più delinquente degli stessi delinquenti che dovrebbe reprimere.

Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università


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