L’iniziativa
A Bari è stata lanciata la candidatura per “On the Road – La svolta consapevole”, tappa locale del progetto nazionale “Ragazzi On the Road”. Il bando, rivolto a ragazze e ragazzi sopra i 16 anni, propone un’esperienza sul campo per osservare da vicino il lavoro quotidiano della Polizia Locale cittadina. Bari compare già tra i comuni aderenti al progetto nazionale, con due comuni della provincia coinvolti secondo i dati dell’associazione promotrice.
Il format non è nuovo, né isolato: nasce nel 2007 in Valle Seriana (Bergamo) e in quasi vent’anni ha coinvolto, secondo i dati dell’associazione, oltre 1.700 giovani in più di 160 comuni. Prevede che i partecipanti trascorrano una settimana affiancando in turni reali Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Locale, Vigili del Fuoco, Guardia Costiera e altri corpi, a bordo di pattuglie e mezzi di soccorso. Nel 2025 un protocollo interministeriale tra Ministero dell’Interno e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ne ha fatto una sperimentazione nazionale coordinata dalle Prefetture, con la prima edizione post-protocollo svolta a Cantù (CO) alla presenza di un sottosegretario del Viminale.
Ciò che arriva a Bari, dunque, non è un’iniziativa estemporanea della Polizia Locale, ma il tassello territoriale di un modello ormai istituzionalizzato a livello nazionale.
Perché continuiamo a porre il problema
Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo già scritto, a proposito di questo stesso progetto e continuiamo a porci sempre la stessa domanda: perché il modello di riferimento proposto ai giovani è quasi sempre in divisa? Perché non si costruiscono percorsi altrettanto strutturati, sostenuti da protocolli interministeriali e raccontati con lo stesso risalto mediatico, che portino nelle scuole l’operatrice ecologica, l’operatore sanitario, l’addetta alla sicurezza sul lavoro nei dipartimenti ASL, o che riconoscano all’insegnante — la figura che i ragazzi incontrano ogni giorno — lo status di modello di cittadinanza che le è proprio?
Non è una domanda retorica, ma la domanda che definisce che tipo di sicurezza si sta insegnando: quella che nasce dalla cura reciproca e dal riconoscimento del bisogno altrui, o quella che nasce dall’identificazione con chi esercita controllo e repressione.
Un modello che non regge al confronto con i dati
Chi promuove “On the Road” lo presenta come avvicinamento tra giovani e istituzioni, accompagnato da supporto psicologico ed educativo. È una lettura che va presa sul serio, ma che va anche misurata su ciò che sappiamo, con dati verificabili, del modo in cui le stesse istituzioni operano fuori dal contesto protetto di una settimana di affiancamento.
La profilazione non è un’opinione, è un problema documentato da organismi terzi. Il rapporto 2024 della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri, Consiglio d’Europa) ha rilevato in Italia una pratica diffusa di controlli di polizia basati su colore della pelle, origine etnica o religione percepita, rivolti in particolare verso persone di origine Rom o africana, e ha raccomandato al governo uno studio indipendente sul fenomeno — raccomandazione ribadita nel 2025 e finora respinta dall’esecutivo, che ha bollato le conclusioni come ingiuriose nei confronti delle Forze dell’Ordine invece di aprire un’indagine.
Un monitoraggio sul campo dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (progetto Medea, 2021-2022) alla stazione di Ventimiglia ha rilevato che, su 247 persone fermate per controllo, solo 7 avevano fenotipo bianco. Sono gli stessi organismi a segnalare che l’Italia non raccoglie dati sistematici sui controlli di polizia: la mancanza di trasparenza non è un dettaglio tecnico, è essa stessa parte del problema che denunciamo.
Il caso Ramy Elgaml mostra cosa può accadere quando l’inseguimento prevale sulla proporzionalità. Il diciannovenne di origine egiziana è morto il 24 novembre 2024 a Milano in un incidente al termine di un inseguimento dei Carabinieri, dopo che il mezzo su cui viaggiava aveva evitato un posto di blocco. Tre carabinieri sono indagati: il conducente dell’auto che guidava l’inseguimento per omicidio colposo stradale, altri due per falso e depistaggio, in relazione a filmati che mostrerebbero un contatto tra l’auto e lo scooter non riportato nel verbale.
Il procedimento è tuttora in corso e le perizie tecniche finora raccolte sono contrastanti: non c’è quindi un accertamento giudiziario definitivo. Ma è precisamente questa incertezza, insieme alle proteste che ne sono seguite nei quartieri periferici, a mostrare quanto sia fragile la narrazione di Forze dell’Ordine come interlocutore univocamente rassicurante per tutti i giovani, e in particolare per quelli di seconda generazione.
Non ignoriamo che le rilevazioni statistiche — l’ultimo Rapporto Italia di Eurispes, le serie storiche Istat — collocano le Forze dell’Ordine tra le istituzioni più accreditate presso i cittadini italiani, con livelli di fiducia superiori al 68% per Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza. Ma la fiducia media della popolazione non è la stessa cosa dell’esperienza di chi viene fermato in modo sproporzionato per il colore della pelle, né risponde alla domanda su quale modello di cittadinanza si stia costruendo nelle scuole. Sono due piani diversi, e chi promuove “On the Road” li sovrappone.
Non è un caso isolato, è un impianto teorico
Che l’espansione del linguaggio securitario nelle politiche pubbliche tenda a sostituire, più che integrare, gli strumenti di redistribuzione e di coesione sociale, non è una tesi che formuliamo per la prima volta come Osservatorio. È un impianto analitico consolidato nella criminologia critica e nella sociologia del controllo sociale. Alessandro Baratta ha impostato già nel 2001 la contrapposizione tra una sicurezza intesa come ordine pubblico e una sicurezza intesa come garanzia dei diritti (Diritto alla sicurezza o sicurezza dei diritti?); Giovanni Mosconi ha analizzato le torsioni retoriche della legislazione italiana in materia. Alessandro Dal Lago ha mostrato come il discorso sull’insicurezza costruisca l’esclusione di intere categorie di persone dal linguaggio dei diritti (Non-persone, 1999); Salvatore Palidda ha studiato in chiave critica il rapporto tra polizia e controllo delle migrazioni.
Il sociologo francese Loïc Wacquant ha sostenuto, con dati comparativi internazionali, che l’espansione degli apparati penali sostituisce le politiche di welfare nelle società a redistribuzione ridotta, traducendosi in criminalizzazione della povertà più che della devianza (Punire i poveri, 2006). Più di recente, Vincenzo Marchio ha descritto gli strumenti di prevenzione coercitiva come elemento strutturale — non eccezionale — del controllo sociale nelle democrazie occidentali (La prevenzione coercitiva, Meltemi, 2025).
“On the Road” si inserisce in questo quadro non perché i suoi promotori abbiano cattive intenzioni, ma perché propone un’unica chiave di lettura della sicurezza — quella della divisa, del pattugliamento, dell’emergenza — in un’età, quella adolescenziale, in cui i modelli di riferimento si formano anche per esposizione ripetuta, non solo per convinzione argomentata.
Cosa chiediamo
L’adesione delle scuole a un format sostenuto da un protocollo interministeriale non può diventare un’acquiescenza automatica a un’idea di sicurezza che, i dati lo mostrano, non è affatto neutra né priva di criticità. La comunità educante ha gli strumenti per porre queste domande prima di firmare un’adesione. È il momento di usarli, anche a Bari.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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