Reggio Emilia tra virtù urbane, militarizzazione e Palestina

M’arrendo, ma il cuore spaurito non si addormenta;
alle soglie dell’anima gli affanni accendono il terrore dell’esercito alle mura
[…] fuoco divampa, acre nembo contamina la città.
Eschilo

Quando a scuola si valuta un compito o la prestazione di un alunno/alunna, è buona norma iniziare prima da quel che è positivo, rispondente almeno un minimo alla consegna e successivamente segnalare gli errori. Così provo a fare per la città di Reggio Emilia di cui molto ci siamo occupati nei commenti e nelle analisi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.

Succede che in questa città, segnata da una storia antifascista e resistente, capace di accogliere e ospitare con la bonomia tipica del romagnolo che ama ridere e mangiare anche quando lotta (mi si perdoni lo stereotipo), ci siano realtà in movimento, gruppi di soggetti che reinventano forme di fare politica. Come sta accadendo in molte città italiane e europee, è in atto un risveglio, una sorta di reazione immunitaria alla deriva della destra e della repressione di stato.

Capsa inutilitatis, lo scatolone dove raccogliamo le cianfrusaglie che ci proponiamo di gettare nel cassonetto. Questo il nome della Compagnia Teatrale formatesi in una scuola di Reggio Emilia (IC “E: Fermi”) e allargatasi ad accogliere altri giovani, giovanissimi, dagli undici ai quattordici anni. Il sito della scuola mostra la solita apertura su Futura e altre diavolerie che rendono le scuole del regno tutte conformi al modello ministeriale, ma si nota anche qualche deviazione dai modelli imposti che, forse, designa un tentativo di smarcarsi dall’ovvio.

Il bullismo, nella versione modernizzata in cui fra vittima e carnefice c’è di mezzo un dispositivo, è trattato – così pare – dagli insegnanti attraverso schede di segnalazione e monitoraggio a cura degli alunni/alunne. Non vedo signore carabiniere in azione, ma non è detto. L’esperienza teatrale, dice il suo conduttore al giornale locale, non è una produzione di merce per lo spettatore pagante, ma un percorso di autoformazione. Nel video, si vedono ragazzi che lavorano sul proprio corpo, che imparano ad ascoltarne, attraverso il movimento e la percezione in scambio con altri corpi, le potenzialità di cura. Cura per i disagi della prima adolescenza, per quelli legati al sapersi esposti a una realtà sociale piena di prove aspre, in contesti di conflitto che sfociano in guerre, non più così lontane (clicca qui).

Viene in mente, guardandoli cercare il gesto, la postura, in levare, per togliere gravità o consegnarla alla terra, per pestare ed eliminare la bruttezza, il lavoro della compagna di Mario Martone Falso movimento, nata a Napoli nel 1977. Si vede il movimento che da scomposto cerca l’armonia – come si insegna a questi ragazzi – nel film “Teatro di Guerra” (1998) quando, in una Sarajevo assediata venne rappresentata la tragedia “i Sette contro Tebe” di Eschilo (da cui ho estratto l’esergo).

Barbara Bertani, maestra, attivista che Reggio Emilia lavora e vive, invia una locandina in cui si segnala un interessante incontro relativo alla scolarizzazione dei bambini e dei giovani appartenenti alle comunità Rom e Sinti (immagine in calce). Quando il Ministero, allora non del merito, mi diede un distacco all’Opera Nomadi di Roma per costruire un quaderno di viaggio che accompagnasse negli spostamenti i figli dei  Sinti e dei Camminanti Siciliani (credo ormai scomparsi, assorbiti nel sottoproletariato urbano), mi resi conto quanto gli zingari fossero invisi anche a persone di specchiata urbanità e schierate a sinistra. Del resto, andando a Spinaceto un quartiere di Roma dove avevano assegnato alcuni appartamenti a famiglie di Rom abruzzesi, per svolgere un corso di alfabetizzazione alle donne, toccai con mano il loro disprezzo verso di noi gagé-gagi e fu faticoso conquistarmi la loro fiducia. Barbara ha insegnato nelle scuole comunali, quando esistevano, ai bambini di queste comunità emiliane. Ora, ha traferito il significato profondo di quella esperienza al lavoro nelle classi multietniche, nello spettro del famoso tetto massimo previsto dal nostro soccorrevole governo. Annoto, che le famiglie non italiane, i loro figli nati in Italia, rappresentano la percentuale più alta della popolazione in stato di povertà conclamata o appena sotto la soglia.

Reggio Emilia si segnala anche perché i suoi amministratori consentono di cementare, asfaltare un bosco perché non classificato e farci un bel mall Conad, ovviamente super, perché la normalità del mercato rionale è un reperto del passato. Reggio Emilia, come ho già scritto, ha dato i natali al senatore PD Graziano Del Rio, promotore della proposta di legge in cui finalmente spiegheranno, a noi fazioni proPal, la differenza fra sionismo e antisemitismo, ovviamente minacciando tutte le misure sanzionatorie necessarie nel caso di infrazione, di reato (contro lo Stato teocratico di Israele).

Nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ci siamo di recente occupati delle scuole dell’infanzia Reggio Children legate alla Fondazione Malaguzzi (clicca qui; oppure qui; o anche qui; e infine qui). La polemica scatenatasi dopo l’invito, o chissà l’autoinvito, di alcuni docenti e dirigenti di scuole ebraiche statunitensi alle prestigiose scuole “più belle del mondo”, e che ci invidiano oltreoceano e oltre-Manica, ha occupato molti quotidiani, non solo locali.

Giorni fa il blog del quotidiano Il sole 24 Ore dava conto della vivace protesta del Presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlum, intervistato mentre è in discussione il DdL antisemitismo, per un commento sulla vicenda reggiana, sulla maldestra richiesta della Fondazione Malaguzzi agli insegnanti che vorranno visitare le scuole di una dichiarazione di dissociazione dalla politica israeliana.

Ovviamente, ne è seguito uno sdegnato diniego, meglio stare a casa, al sicuro sotto la protezione di Trump (c’è davvero da fidarsi degli umori di Donald?). La confusione nell’ acceso intervento di Fadlum, si mostra per incredibili cadute di stile politico: la democrazia nel nostro paese non sarà più tale se non passerà questo decreto; senza ebrei diventeremo uno stato totalitario; chi entra in Italia in modo clandestino è un pericolo, forse prepara un 7 ottobre nostrano. A seguire fa eco, più compostamente, Livia Ottolenghi, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che sostiene la propria adesione alla proposta di legge, e anche l’Ambasciatore israeliano dice la sua, inutile sottolineare , sotto lo scettro di Bibi Natanyahu (clicca qui).

Il servizio continua ma lascio la sua visione e mi sposto su Le Monde Diplomatique di ottobre. Due articoli ci ricordano cosa sta avvenendo in terra di Palestina. In apertura la giornalista Amira Hass che vive in Cisgiordania, scrive del terrore coloniale che, armi in pugno, esercitano le comunità di ebrei, insediantesi con il consenso  del Governo dove meglio credono. Si fanno spazio. Usano i loro figli, bambini e adolescenti, per attaccare le case dei palestinesi. I giovani se fermati, e non solo non succede ma arrivano alle case e ai campi palestinesi accompagnati dall’esercito regolare, non sono punibili. Il secondo pezzo si deve a Ilan Pappè, noto storico e esperto israeliano, in cui si commenta la deriva verso la teocrazia disegnata dall’attuale politica di Israele. La Grande Giudea sognata dal sionismo ottocentesco, in fase di realizzazione dall’inizio del secolo scorso, con la complicità e nell’imbarazzato silenzio dell’Europa, è il sogno degli integralisti. Il “Blocco dei fedeli”  è un movimento attivo dal 1974, nato dopo la vittoria dl 1967 contro gli stati arabi. Lo storico continua, prospera la fortuna di questi gruppi estremisti, terroristi per genealogia famigliare, il testimone passato da padre in figlio (un esempio è la potente famiglia Kook).

La diffusione di ben tre film nelle sale di tutta Italia e in molti paesi europei (ma qualcuno ne ha vietato la distribuzione) di Palestina 1936, di Naza e del docufilm Bibi files, non so se ha dato la sveglia ai prudenti e agli scettici. Eventualmente, per capire l’inferno quotidiano vissuto dai palestinesi, si può tornare a due storie meno note, forse più didascaliche ma molto chiare, raccontate dalla regista Farah Nabulsi “The present” e “ The Teacher” , rispettivamente del 2020 e del 2023. Il presente, la quotidianità, di una famiglia palestinese è abitato dai posti di blocco e dalle umiliazioni che ai passaggi si subiscono. Nel caso raccontato, lo sfregio alla dignità è inflitto al padre di fronte alla sua bambina da ragazzotti in divisa, armati fino ai denti. Il maestro è un palestinese che ha perso un figlio ucciso dall’IDF e che tenta, attraverso il suo lavoro, di convertire l’odio di un adolescente in opposizione politica e speranza nel futuro. Salverà il suo alunno dalla prigione assumendosi l’onere dell’omicidio di un colono, commesso dal ragazzo per vendetta. Cosa sono le carceri israeliane e cosa significhi per un palestinese essere arrestato anche solo alcuni giorni, è purtroppo cronaca, non solo rappresentazione drammaturgica.

Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università


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