A supporto del riarmo e dei processi di militarizzazione si rende necessario un sistema previdenziale e norme in materia di lavoro e di welfare diversificate tra civili e militari. Quindi per questi ultimi ci aspettiamo un ulteriore sconto degli anni previdenziali necessari per la pensione, misure di sostegno come l’accesso a canoni locativi ultra agevolati, fino a un welfare costruito su misura.
Non avevamo ancora fatto i conti con le esigenze della sanità in tempi di guerra con militari che potrebbero necessitare di assistenza medica dopo essere entrati in contatto con materiale radioattivo. Non è dato sapere se oggi esistono delle procedure di sicurezza, in alcuni paesi europei stanno già correndo al riparo perché l’eventuale ricovero di un paziente contaminato potrebbe trasformare l’intero ospedale in una seconda zona di emergenza.
E le esercitazioni militari aiutano a comprendere i futuri scenari. Quando vediamo grandi manovre attorno a dei Paesi capiamo subito come si voglia costruire, nell’immaginario collettivo, la normalità di un eventuale conflitto bellico indicando esplicitamente il nemico contro cui prepararci.
Ma talvolta le esercitazioni hanno anche lo scopo di prevenire eventuali catastrofi come quella avvenuta recentemente e documentata il 15 ottobre 2026 dalla Bundeswehr, le Forze armate tedesche.
L’operazione, denominata MedA HH alpha, ha visto la partecipazione tanto di militari quanto di civili. Come ormai avviene da tempo, è stata abbattuta ogni barriera tra civili e militari pensando che i primi debbano mettersi a completa disposizione della struttura bellica. In questa occasione è stato simulato un incidente portuale con materiale radioattivo e tre militari feriti.
Non si tratta di una semplice dimostrazione ma di uno scenario ipotizzabile, di un evento la cui realizzazione presenta un’elevata probabilità statistica. Gli stessi pacifisti da anni chiedono in caso di trasporto di armi se esiste un piano di sicurezza per la popolazione civile; richieste alle quali mai hanno fornito risposta per il tristemente noto obbligo di riservatezza.
Leggendo un piccolo report dell’esercitazione in terra renana si capisce come la principale difficoltà sia quella del momento in cui i feriti radioattivi arrivano in locali estremamente affollati e caotici come il Pronto Soccorso.
L’ipotesi che un’area di accesso all’ospedale possa essere trasformata in zona di decontaminazione è tutt’altro che remota. Verrebbe da pensare che l’esperienza del Covid possa rappresentare un esempio da seguire ricordando come l’arrivo di pazienti contaminati presupponga interventi rapidi, preventivi e organizzativi in ospedali con organici ridotti all’osso e strutture spesso inadeguate, insomma in condizioni critiche già in partenza.
La simulazione avviene pensando ad alcuni rischi derivanti da un conflitto bellico. Sarebbe da chiedersi quale potrebbe essere la natura della contaminazione – soprattutto in guerre nelle quali il fattore sorpresa e la ricerca tecnologica la fanno da padrone –, visto che non è dato sapere se le strutture ospedaliere saranno in grado di gestire al meglio il problema. Il rischio che per curare dei feriti si operino scelte che potrebbero avere ricadute negative sulla sicurezza e sulla salute di migliaia di civili diventa una prospettiva plausibile.
Non è dato sapere come la Sanità pubblica affronterà queste situazioni. Qualcuno sta già pensando di chiedere ai Governi padiglioni e percorsi separati, strumentazioni adeguate per la decontaminazione sottraendo personale impiegato in sede civile da formare e utilizzare a supporto del militare. In un colpo solo si arriva a militarizzare la sanità pubblica non prima di averla indebolita. L’attacco ulteriore alla sanità pubblica e al welfare è un altro dei costi da sostenere per il riarmo; stiamo parlando di scenari non immediati ma estremamente possibili pur se di natura distopica. E se in alcuni paesi stanno già prendendo in considerazione certe situazioni, forse la realtà sta già superando la immaginazione.
Pensiamo se qualcosa di simile potesse avvenire in un porto o in un aeroporto italiano. Non serve un attacco militare ma una mera emergenza radiologica; il pubblico potrebbe presto farsi carico anche di queste procedure su pressante richiesta delle autorità militari. Quanto avviene in Germania con l’esercitazione avvenuta è solo l’antipasto di quanto presto avverrà in altri paesi. E in Italia spendiamo poco, in rapporto al PIL, per la sanità pubblica; immaginiamoci allora se da quelle risorse già insufficienti dovessimo detrarre i fondi necessari alla sanità di guerra.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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