Le piazze del 4 novembre sono state un successo, in aumento rispetto allo scorso anno con maggiori adesioni tra i partecipanti e tra le realtà sindacali, associative, politiche e sociali che se ne sono fatte carico. Assemblee, presidi, dibattiti al chiuso, flash mob, manifestazioni, iniziative a microfono aperto, molteplici forme con le quali abbiamo manifestato nelle grandi città come nei piccoli centri.
E i contenuti sono stati riportati nelle scuole e nelle realtà universitarie occupate per collegare le istanze antimilitariste a quelle dei giovani che manifestano ogni giorno il rifiuto dell’economia di guerra. Senza vanto o sterile autoreferenzialità, possiamo asserire che le piazze del 4 novembre hanno avuto una caratteristica importante, quella di ricomporre attorno ad alcune parole d’ordine istanze sociali e politiche rilevanti. Non ci sono state primogeniture di sorta nell’accogliere e far proprie l’appello alla mobilitazione lanciato da settimane dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università.
In tempi di aumento delle spese militari (fondi aggiuntivi per la Difesa pari a 4,8 miliardi solo per il 2027 mentre la spesa nel triennio arriva a quasi 11 miliardi di euro, consapevoli che i numeri potrebbero essere rialzati fin dai prossimi mesi) le piazze del 4 novembre hanno assunto una grande rilevanza al pari degli scioperi generali che tra ottobre e dicembre riempiranno le piazze del paese.
Per favorire la crescita della spesa militare il Governo italiano si avvale di una clausola impropriamente definita “di salvaguardia” che permetterà in un biennio di non incorrere in alcun richiamo da parte della UE. Si potranno incrementare i fondi per il Riarmo senza preoccuparsi del deficit, del disavanzo, del rapporto tra entrate ed uscite. Ma evidentemente la clausola di salvaguardia non è sufficiente se tagliano posti di lavoro nelle scuole, se impongono sacrifici ai vari ministeri, se in termini reali depotenziano la sanità pubblica.
La voce più consistente degli incrementi delle spese militari è quella dedicata alla “attuazione dei programmi di investimento pluriennale per l’esigenza della difesa nazionale” (2,6 miliardi nel 2027 e altrettanti nel 2028). Un miliardo nel 2027 e 844 milioni nel 2028.
Anni fa, quando lanciammo con poche realtà antimilitariste la mobilitazione del 4 novembre, eravamo consapevoli del portato ideologico della retorica militarista che avrebbe fatto breccia nelle scuole se non ci fossero stati docenti, genitori e studenti disposti a mettersi in gioco perché i luoghi del sapere non diventassero terreno di conquista. E nell’opera di opposizione il ruolo di pochi sindacati da sempre al nostro fianco è stato dirimente, molto più importante degli stessi numeri che riescono a mettere in piazza.
Il 4 novembre 2026 ha visto come elemento comune la critica all’economia di guerra, per denunciare la sottrazione di crescenti risorse alla sanità e all’istruzione e per incrementare la spesa militare all’interno della Legge di Bilancio 2027.
Retorica di guerra e revisionismi storici sono all’ordine del giorno insieme all’aumento delle spese militari, a quella economia di guerra che sistematicamente dissangua il nostro welfare. Siamo davanti a un ecosistema di saperi che prevede un modello di finanziamento della ricerca secondo il quale le risorse pubbliche e private devono essere ridistribuite dove maggiori sono i margini di profitto e di investimento.
La fatidica libertà e autonomia della ricerca è ormai una rivendicazione astratta per come si vanno intrecciando materialmente ricerca, scuole, università e aziende del comparto universitario. L’ingresso delle imprese di guerra e delle loro Fondazioni nell’istruzione segue una strategia consolidata e siamo decisamente avanti nella costruzione di un modello che supererà la classica distinzione tra civile e militare e perfino la stessa nozione di tecnologia duale.
Stiamo analizzando la Legge di Bilancio ma anche il rapporto sempre più stretto tra guerra, mercato e sapere. Nel corso degli anni abbiamo visto privilegiare alcune materie e percorsi di studio, “pilotare“ i meccanismi distributivi dei fondi di ricerca, promuovere una costante opera di persuasione da parte di militari nelle scuole di ogni ordine e grado e assegnare a ogni disciplina, umanistica e scientifica, un ruolo ben definito nello scacchiere della economia di guerra. A chi ci contesta di essere cattivi maestri rispondiamo con la rinnovata capacità di leggere la realtà
Se l’ecosistema dei saperi definisce i nuovi ruoli e assetti dell’istruzione e del mondo della conoscenza, contemporaneamente le scuole e le università diventano anche terreno fertile per le dinamiche repressive, per applicare nuovi reati e nuove sanzioni a carico dei movimenti giovanili. Il comando sulla ricerca, sul sapere scientifico e sul mondo del lavoro necessita di dare impulso all’economia di guerra; la prossima legge di Bilancio sottrarrà risorse all’istruzione e alla sanità gettando le basi per nuovi processi di privatizzazione. E quindi il 4 novembre quest’anno ha assunto un significato ulteriore, quello di opporsi ai disegni di un’economia di guerra sempre più pervasiva.















“Il 4 novembre non è la nostra festa”: dall’intervento di Nino de Cristofaro (Cobas Scuola) al presidio – indetto dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università- in piazza Turi Ferro contro riarmo, militarizzazione e aumento delle spese per la difesa.
#4novembre2026
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università
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