È recente la notizia che la nave Libra della Marina militare ha trasferito i primi sedici richiedenti asilo soccorsi in mare in Albania, nei centri allestiti a Schengim e Gjader in base al recente accordo tra i premier Giorgia Meloni ed Edi Rama.
L’Italia, si legge su The Vision, «si è così resa artefice di una deportazione dal proprio territorio che», come già evidenziava l’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) nel 2023, è «[…] vietata dalle norme europee ed internazionali a cui lo stesso Protocollo prevede di conformarsi» oltre ad essere «del tutto estraneo allo spirito e alla lettera delle norme costituzionali».
Una volta arrivati in Albania però, quattro richiedenti asilo, in seguito ai controlli di screening effettuati sulla nave, sono risultati inidonei per mancanza di criteri definiti nell’accordo e sono stai riportati in Italia. Due di loro erano uomini egiziani adulti in cattive condizioni di salute, gli altri due dei sedicenni provenienti dal Bangladesh. Agli altri dodici invece viene negato in tempi record la richiesta di protezione internazionale. Maso Notarianni, di Arci, su Domani ha sollevato dubbi sulla rapidità delle procedure: «Questa fretta è sospetta e non è compatibile neanche con le condizioni in cui sono le persone: vengono tutti da un anno di detenzione e torture in Libia, e qui non hanno trovato un ambiente amichevole. Sono provati».
Per finire, il Tribunale di Roma non convalida il trattenimento degli ultimi dodici migranti in Albania nei centri italiani, ordinandone la liberazione, in quanto i paesi da cui vengono non sono sicuri.
Monsignor Gian Carlo Perego, presidente della Commissione CEI sui temi dell’immigrazione nonché presidente della fondazione Migrantes, ritiene che con l’accordo tra Italia e Albania “siamo passati dai muri alle prigioni”. Oltretutto, sostiene sempre Perego, con uno sperpero di denaro per costruire tre prigioni a cielo aperto (si è passati dai famosi 35 euro al giorno per l’accoglienza di persone migranti a 138mila euro al giorno –The Vision-) e rinchiudervi alcune centinaia di persone magari separando le famiglie in quanto i CPR sono destinati solo a uomini in condizioni di non vulnerabilità.
I CPR risultano essere dei lager. ripetutamente condannati: oltre la Consulta in Italia, come evidenzia Perego, anche la Cassazione ha confermato condizioni degradanti delle persone trattenute nel CIE (gli attuali CPR) di Bari Palese. Pure la Corte europea dei diritti dell’uomo ha segnalato condizioni di vita “degradanti” nel CPR di Trapani. Ben nota è la vicenda del CPR di via Corelli a Milano, commissariato per le ripetute vessazioni e violenze.
Gianfranco Schiavone, consigliere dell’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) nella prefazione della pubblicazione Chiusi dentro sostiene che «la finalità degli attuali campi di confinamento è quella di confinare masse consistenti di esseri umani degradati a ‘non-persone’ di cui ci si deve occupare al solo fine di impedire, almeno in parte, che essi raggiungano il territorio di quegli Stati che non intendono, sia in termini giuridici che materiali, farsene carico. Nella misura in cui il campo di confinamento ha come primaria finalità la gestione autoritaria di masse umane considerate in eccesso, può dunque anch’esso, con le sue peculiarità, essere considerato un’istituzione concentrazionaria».
E dunque, la nave Libra della Marina Militare trasporta migranti fuggiti da miseria, guerra, crisi ambientali, reduci da viaggi estenuanti durati anche anni, e li deposita in centri di detenzione dove sono privati delle libertà individuali e rischiano di subire trattamenti disumani. Migranti come non-persone, come scarti da discarica.
In altri momenti e contesti, invece, la Marina Militare, attraverso la Fondazione Tender to Nave Italia, accoglie a bordo del suo brigantino ragazzi e studenti con disabilità, con difficoltà comportamentali o in situazioni di disagio, per favorirne il recupero e l’inserimento sociale, come è avvenuto con i recenti progetti in collaborazione con l’Istituto Stradivari di Cremona e con l’IIS Galileo Ferraris di Vercelli.
La Marina, quindi, si presenta come un Giano bifronte: diniego della dignità delle persone migranti e attenzione per gli studenti fragili, come possono stare insieme?
Reprimere/escludere e curare/integrare sono incompatibili. Come è possibile conciliare il metodo educativo e maieutico con la rigida obbedienza agli ordini militari? Come è possibile trasmettere ai giovani i valori dell’uguaglianza e della dignità umana se si presta servizio in operazioni che imprigionano i migranti?
Non si educa a parole, con l’apparenza o la convenienza, ma con la coerenza dei comportamenti. E i mezzi devono essere coerenti con i fini. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università da sempre denuncia la crescente pressione delle FFAA sulle scuole che si sostanzia in vari tipi di proposte e attività di orientamento (link qui, qui e qui ) ai fini di propaganda militare e arruolamento; e quella di Tender to Nave Italia sembra proprio una sottile operazione di social washing (come l’Osservatorio ha già scritto: link) che mostra della Marina Militare il lato buono, familiare, socialmente accettabile e addomestica l’immaginario della comunità scolastica, di studenti e genitori.
Sarebbe pertanto urgente che gli Istituti scolastici, in virtù del ruolo che rivestono, vagliassero in modo critico queste proposte leggendole oltre la mera operazione caritatevole e collocandole in un quadro di attualità più ampio. E che la Marina Militare lasciasse agli insegnanti il compito di educare!
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
