Docenti del Liceo Classico e Linguistico Statale “V. Gioberti” di Torino sulle “Linee guida per l’insegnamento dell’Educazione civica” adottate con Decreto Ministeriale n.183/2024 del 7 settembre 2024.
Dopo aver letto il testo delle “Linee guida per l’insegnamento dell’Educazione civica” adottate con Decreto Ministeriale n. 183/2024 del 7 settembre 2024; dopo aver preso atto del parere del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione approvato nella seduta plenaria n.131 del 28/08/2024; dopo aver letto diversi testi di commento da parte di associazioni, figure di rilievo culturale e addetti ai lavori e altri colleghi e colleghe che si sono espressi sul testo, la maggioranza delle\i docenti del Liceo classico e linguistico statale “V. Gioberti” intende esprimere il proprio dissenso rispetto allo spirito complessivo del documento, sottoscrivendo il documento seguente elaborato dal Dipartimento di Storia e filosofia dell’Istituto.
Il mancato accoglimento da parte del MIM del parere del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI), che ha bocciato all’unanimità il documento, per motivi di forma e di sostanza, dimostra una tendenziale chiusura autoritaria e afferma anche nella pratica una impostazione ideologica nel porre nuove Linee guida per l’insegnamento dell’Educazione civica poco compatibili con una idea di
scuola pubblica, la quale deve offrire una pluralità di punti di vista e lavorare per la formazione di senso critico e autonomia intellettuale degli studenti e delle studentesse all’interno di un quadro valoriale
più coerente.
Numerosi tratti delle Linee guida presentano infatti una marcata connotazione politica: la sottolineatura enfatica e retorica dei concetti di “Patria”, “identità nazionale”, “Nazione” appartiene a una visione che credevamo passata e relegata ad altri decenni del secolo scorso; questi concetti si oppongono ai valori di democrazia globale, solidarietà, pace e uguaglianza tra i popoli promossi dalla scuola pubblica democratica e pluralista, più consoni a un’epoca di trasformazioni profonde come la nostra.
Riteniamo che l’Educazione civica in una scuola ormai di fatto interculturale e multietnica debba avere tra i suoi principi quello della ricerca dei punti di convergenza e contatto tra diverse culture, attraverso la conoscenza della varietà dei modi di vita e pensiero; nonché la valorizzazione delle differenze e il superamento di stereotipi e pregiudizi nazionalisti ed eurocentrici. L’impianto identitario che informa il testo è il medesimo che si ritrova anche nelle Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e primo ciclo ed è contrario alle impostazioni pedagogiche più democratiche e innovative, nelle quali ci riconosciamo.
Il continuo riferimento alla Costituzione, che pure facciamo nostro, è contraddetto dall’interpretazione che ne viene data, in nome di un imprecisato principio personalistico che sembra pensato per accontentare tanto posizioni religiose tradizionaliste quanto l’individualismo neoliberale presente in altri passi del testo. I molti riferimenti del documento alla Carta fondamentale del nostro sistema legislativo appaiono strumentali a una visione della scuola diversa da quella emancipante e solidale pensata dai Costituenti: la Costituzione sembra essere qui evocata per essere cambiata di significato e svuotata delle intenzioni che la hanno generata. Da nessuna parte si legge da cosa (e contro cosa) nasca la Costituzione e dunque quali siano i suoi valori repubblicani democratici e antifascisti, ovvero la ratio storica che la innerva.
Il concetto di individualità non viene descritto come rispetto della cultura dei diritti e dell’autodeterminazione promossi dalla tradizione liberale, ma viene inserito in una visione nella quale il “senso civico” è connesso all’idea di appartenenza alla comunità nazionale”, con la sottesa concezione per cui la “Patria” verrebbe prima dell’individuo.
In questo senso il testo mostra un patchwork ideologico in cui accanto a uno storicismo spiritualistico e a un neonazionalismo identitario, compaiono elementi di neoliberalismo e aziendalismo, che si sovrappongono alla didattica europea delle competenze, con un risultato ambiguo e aporetico, sintomatico delle contraddizioni del presente.
Le idee di “stimolo e valorizzazione dei talenti” mutano le istanze democratiche presenti nell’attuale normativa scolastica, in quanto richiamano meritocrazia e competizione, a scapito dei principi costituzionali di solidarietà, libertà ed eguaglianza. Pensiamo infatti alla scuola come a uno spazio pubblico in cui la cooperazione e l’educazione tra pari siano da incentivare e valorizzare. Apologia del merito, teoria del capitale umano, funzionalità della scuola nei confronti del mercato sono infatti centrali nel testo. La “valorizzazione dell’iniziativa economica privata”, “l’importanza della proprietà privata”, l’educazione “all’imprenditorialità”, la diffusione della “cultura di impresa” e l’introduzione di un’”educazione finanziaria e assicurativa”, la tutela del “patrimonio privato” esprimono un primato dell’iniziativa economica privata rispetto a quella pubblica e alla nozione di bene comune, minimizzando ancora una volta la relazione sociale tra individuo e collettività. Inoltre, prefigurando un futuro di crescente disimpegno dello Stato sul sistema sanitario, pensioni, servizi sociali, assegnano all’istruzione il
ruolo di addestrare i giovani all’accettazione di un cinico “realismo capitalista” sotto il segno di un programmatico There Is No Alternative (TINA).
Altrettanto ideologica è la visione del rapporto con le migrazioni, che si riferisce agli “alunni stranieri” nelle scuole come allogeni da assimilare (come se esistessero solo nuovi arrivi in Italia) e sottintende una idea di cittadinanza che ignora l’importante presenza di giovani italiani e italiane figli di parlanti non italofoni. Allo stesso modo il documento assume vaghi toni moralistici e paternalistici sull’educazione contro le discriminazioni e la violenza di genere, o sull’impegno attivo per l’emergenza climatica e la crisi
educativa in corso nel mondo adolescenziale e nella sfera digitale, senza riconoscere la necessità di interventi strutturali declinati per ordine e grado di scuola diversi.
Il provvedimento pare il frutto di una volontà governativa di conquistare un’egemonia culturale sul terreno pedagogico. Come sottolineato dal CSPI la sostituzione delle precedenti linee guida non
era necessaria; ha anzi ignorato il lavoro pedagogico e culturale attuato (e incentivato) nelle scuole negli ultimi anni per l’elaborazione di percorsi di autonomia e in relazione ai territori e agli specifici bisogni delle comunità scolastiche, e per gli studenti e studentesse non prevede la possibilità dialogica e negoziale di esprimere bisogni e di partecipare attivamente al cambiamento.
L’intero progetto sull’Educazione Civica, che non aggiunge risorse sul capitolo, non sembra porsi la questione delle interazioni con altri dispositivi, come Pcto e Orientamento, e con la concreta programmazione didattica delle scuole; è nostro timore che, nell’insieme, se applicato alla lettera, il provvedimento delineato possa mettere in discussione il principio della libertà d’insegnamento contribuendo ad aumentare le difficoltà di esercizio della funzione educativa in un momento particolarmente critico come quello attuale.
