La campagna con cui l’Esercito Italiano prova ad attirare i nostri e le nostre giovani basa il suo messaggio sul rapporto tra guerra e pace, un messaggio che, parafrasando il buon vecchio Mario Draghi, potrebbe essere riassunto così: «Volete continuare a vivere in pace? Allora abituatevi alla guerra!» (clicca qui).
Lo spot si apre con la frase centrale «La sicurezza è poter vivere la quotidianità, la normalità senza paura» a cui fanno seguito immagini di vita quotidiana (semplici persone che escono dall’androne di casa, chicchi di caffè, passanti a passeggio in un corso cittadino, bimbi che giocano in riva al mare) alternate a immagini di soldati impegnati in misteriose e pericolose missioni notturne o nelle nostre strade a presidio del territorio. È un messaggio breve, di soli 30 secondi, ma denso di significato; e il significato sta più in quello che non si dice né si fa vedere che non in quello che viene mostrato.
La prima cosa che scompare, ma che è fortemente sottesa al messaggio, è la guerra: non ci sono bombe o azioni belliche, questi soldati non fanno la guerra, ma al massimo sono impegnati in qualche addestramento che forse nelle intenzioni dell’emittente dovrebbe apparire affascinante. Ma la campagna reclutamento serve, oggi più che mai, ad attirare giovani perché siano addestrati alla guerra, una guerra che è tanto assente in questo spot quanto ben presente a tutti i suoi destinatari; rimuoverla da uno spot di propaganda non riuscirà certo a cancellarla dall’orizzonte di chi potrà prendere in considerazione di fare questa scelta.
La seconda cosa che scompare è il “nemico”: perché queste scene di quotidianità spensierata dovrebbero essere minacciate? E da chi? La minaccia è incombente, potrebbe mettere a rischio la normalità delle nostre vite, ma la minaccia non si vede, è un “qualcosa” che è assenza e proprio perché è assente, non diventa perturbante. Le scene di vita quotidiana non sono in pericolo, il messaggio non punta a farci paura, al contrario vuole essere rassicurante e trasmettere serenità. Il messaggio è: vivi in pace e senza paura grazie alle forze armate. Ma anche questa seconda assenza rimanda, come già l’assenza della rappresentazione della guerra, ad una realtà completamente diversa: da anni lavorano in profondità per costruire cittadini il più possibile terrorizzati, e la paura è entrata nelle menti dei singoli, che vivono il presente con una continua minaccia sul futuro. E così anche questo “nemico”, benché assente nello spot, è ben presente nella realtà e nell’immaginario dei destinatari.
Siamo cioè di fronte a un messaggio che trova i suoi contenuti e la sua centralità più nella dimensione extratestuale che non all’interno del messaggio stesso: chi ascolta e vede sa che la guerra c’è e che la paura esiste, ma questi non vengono mostrati, il perturbante sta nella realtà fuori dal messaggio e non nel messaggio stesso.
In questo modo il messaggio di solidità e di protezione che l’esercito vuol mandare diventa paternalistico: è come un buon padre che vuole che i suoi bambini-sudditi possano continuare a giocare senza che si accorgano del pericolo che stanno correndo; ma questo padre-esercito è sì protettivo, ma come un genitore manipolatorio non spaventa i propri figli, ma vuole che sappiano che è solo grazie a lui che possono continuare a giocare.
I soldati, dunque, ci proteggono da una guerra che non si vede, ma che c’è e da un nemico che non si vede, ma che viene dato per scontato. Ed è qui che i due non detti si uniscono: sappiate che siete minacciati, sappiate che se volete continuare ad avere la vostra vita e i vostri condizionatori, dobbiamo essere pronti alla guerra, sappiate che la sicurezza interna è legata a doppio filo con quella esterna. Mentre continuano a terrorizzarci, contemporaneamente trovano la soluzione nella militarizzazione della società e delle menti.
E questo perché la loro idea di sicurezza è legata a doppio filo con il sistema guerra, l’uno ha bisogno dell’altra; al contrario la nostra idea di sicurezza è legata a doppio filo con la l’idea della pace e crediamo che per uscire tranquilli da un portone di casa serva innanzitutto avere una casa che non costi come metà del nostro stipendio e che per portare i nostri figli al mare servano salari dignitosi; crediamo che le risorse a livello mondiale andrebbero redistribuite secondo criteri di giustizia economica, politica e sociale; insomma crediamo che la vera sicurezza sia fatta di diritti diffusi e universali, e che questa sia l’unica vera garanzia per limitare criminalità interna e per sventare le guerre così necessarie invece a chi impoverisce le condizioni sociali delle nostre vite e continua con la guerra coloniale a depredare il mondo.
Sapremo anche noi narrare ai nostri giovani non un futuro di guerra come voi vorreste, ma la necessità di lottare per un altro futuro, libero dai voi signori della guerra e da voi che vi siete autoproclamati padroni del mondo.
Serena Tusini, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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