Il 2 giugno 2026 si è celebrato l’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana. La data ha prodotto due narrazioni incompatibili: quella ufficiale, scandita da parate militari e uniformi, e quella dei movimenti antimilitaristi, che in quella stessa data hanno scelto di occupare piazze, basi e presidi in tutta Italia.
In piazza dei Signori a Vicenza, la celebrazione per l’anniversario della Repubblica ha incluso una sfilata di bambini e bambine delle scuole primarie. Moretto piumato in testa, i piccoli hanno corso in piazza affiancati dal corpo d’arma, riprendendo la tradizionale «corsa dei bersaglieri». Secondo «Il Giornale di Vicenza», si tratta di una scelta alla quale il prefetto «tiene in modo speciale». La cerimonia ha compreso anche l’alzabandiera e l’esecuzione dell’Inno d’Italia da parte della banda di Gambellara insieme al coro del liceo musicale Pigafetta (clicca qui per la notizia).
Le celebrazioni erano promosse, come ogni anno, dalla Prefettura e dal Comune di Vicenza. Il sindaco Giacomo Possamai e il prefetto Filippo Romano sono stati indicati dalla stampa e dalle reazioni politiche come i responsabili diretti della scelta di coinvolgere i bambini in questo ruolo. La presenza dei «bersaglierini» alle celebrazioni vicentine non è una novità di quest’anno: si tratta di un’iniziativa, promossa dai primi anni duemila, dall’Associazione Nazionale Bersaglieri e presentata come veicolo di «trasmissione generazionale dei valori repubblicani».
Il 2 giugno commemora la nascita della Repubblica italiana, nata dal ripudio del fascismo e dalla scelta popolare. La Costituzione che quella data inaugura contiene un principio esplicito: l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11). La pagina web del Ministero della difesa ci ricorda: «Sin dalla sua prima edizione nel 1948, la Rassegna del 2 giugno ha accompagnato e interpretato quei valori di libertà, democrazia e convivenza pacifica, così faticosamente conquistati. Un segnale di fiducia nel futuro e nella volontà di rinascita che tornava a permeare tutta la Nazione».
La parata fu voluta dall’allora Ministro della Difesa Randolfo Pacciardi come atto formale di lealtà delle Forze Armate al nuovo Stato repubblicano. Il significato della parata del 1948 era ben diverso da quello che molti oggi vogliono dare a questa giornata. Un esercito a protezione di una pace conquistata con fatica e sofferenza e non l’esercito come dimostrazione di forza e prontezza alla guerra.
La scelta di Vicenza non è passata inosservata. Rifondazione Comunista Vicenza ha parlato di «profonda amarezza» per la decisione del sindaco e del prefetto di trasformare la Festa della Repubblica in una celebrazione «dal carattere marcatamente militaresco». Nella nota del partito si legge che «l’utilizzo dei bambini per mimare simboli, gesti e ritualità militari è una scelta assolutamente inappropriata, tanto più nel contesto internazionale attuale, segnato da guerre, distruzioni e sofferenze che colpiscono milioni di persone». Sindaco e prefetto sono stati accusati di «miopia culturale e istituzionale» (clicca qui per il comunicato).
La critica converge con quella dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: oggi la Repubblica «merita di essere celebrata attraverso i valori della pace, della democrazia e della partecipazione, ma non attraverso la militarizzazione dello spazio pubblico e, ancor meno, attraverso il coinvolgimento dei bambini in rappresentazioni che richiamano il mondo della guerra».
Nel dibattito pubblico attorno al 2 giugno, Antonio Polito ha pubblicato su 7 – Corriere della Sera del 12 giugno 2026 un articolo dal titolo Leggiamo bene la Costituzione: scopriremo che la polemica contro i militari non è prevista da nessuno degli articoli, in cui ricordava che assistere inerti di fronte alla forza prepotente «non era esattamente l’idea dei costituenti, donne e uomini appena ribellati al nazifascismo». Il richiamo è storicamente fondato: i costituenti non erano pacifisti passivi. Occorre però fare attenzione a come questo argomento viene utilizzato nel discorso pubblico contemporaneo. Il richiamo alla combattività dei costituenti rischia di diventare una legittimazione retorica dell’escalation militare, della spesa in armamenti, della normalizzazione del simbolo bellico nello spazio civico — e nelle scuole. I costituenti ripudiarono la guerra come strumento di potere statale: quella distinzione è il cuore dell’art. 11, e non va offuscata da analogie troppo rapide tra resistenza partigiana e riarmo.
Mentre a Roma i carri armati sfilavano sui Fori Imperiali e a Vicenza i bambini correvano in divisa da bersagliere, il Coordinamento SUBIF promuoveva una giornata di azione antimilitarista diffusa in tutta Italia. Le iniziative hanno toccato realtà molto diverse tra loro: un presidio davanti all’ISAB Nord tra Augusta e Priolo, il No Muos a Niscemi, un presidio a Trapani, una manifestazione a Pontedera, un’iniziativa in sardo — «A Foras is bases, Po is gherras allenas» — a Cagliari, e a Vicenza stessa, in via Ferrarin 71 (la base militare USA, Caserma Ederle / Dal Molin), un presidio intitolato «Dal Del Din a Gaza: disarmiamo la guerra». A Rovezzano, presso la caserma Predieri, la «Festa della Repubblica delle forze disarmate». La geografia di queste iniziative non è casuale: basi militari, industrie belliche, installazioni NATO.
La coesistenza di queste due narrazioni il 2 giugno 2026 rivela una contesa in atto attorno al significato simbolico della Repubblica: chi la abita, con quali corpi, con quali valori, con quali immagini. Da un lato la Repubblica celebrata attraverso i suoi apparati armati, proiettata verso il riarmo atlantico; dall’altro la Repubblica richiamata nei suoi principi fondativi: pace e ripudio della guerra.
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università segue questa contesa con attenzione, perché la scuola — e i bambini che la abitano — ne sono spesso il terreno. Quando i simboli militari entrano nelle aule e nelle piazze scolastiche, non si tratta di folklore o tradizione: si tratta di scelte educative e politiche, che meritano dibattito pubblico e non silenzio istituzionale.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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