Il Rearm Eu e la vera transizione bellica

Il conflitto russo-ucraino, il genocidio del popolo palestinese per mano di Israele, la campagna militare USA-israeliana contro l’Iran, l’escalation bellica in tutta l’area mediorientale, in Africa orientale e nella regione subsahariana del continente nero. È guerra totale, la terza guerra mondiale che genera immani tragedie umane, sociali ed economiche, alimentata dalla sconsiderata corsa al riarmo e alla militarizzazione dei territori, della produzione e della ricerca dei paesi membri della NATO e dell’Unione europea.

L’UE, in particolare, sta convertendo buona parte del suo apparato industriale alla produzione di armi altamente distruttive: sistemi spaziali e satellitari; munizioni di artiglieria e missili da crociera, balistici e ipersonici; velivoli con e senza pilota; sistemi di difesa antimissile e anti-droni; navi di superficie e sottomarini; grandi aerei per il trasporto di equipaggiamenti o truppe; sofisticate attrezzature per la guerra elettronica e cyber, ecc. Allo stesso tempo, Bruxelles ha dato vita ad una serie di programmi finalizzati alla militarizzazione delle infrastrutture logistiche e trasportistiche, della ricerca, dell’istruzione e dell’informazione.

Il libro bianco European Defence Readiness 2030, pubblicato il 19 marzo 2025 dalla Commissione UE, prevede un piano finanziario quadriennale da 800 miliardi di euro per “riarmare” l’Europa in linea con le nuove strategie della NATO, in vista di uno scontro diretto con i “nemici” dell’Occidente: la Russia di Putin, l’Iran, la Corea del Nord, la Cina1. Centocinquanta miliardi sono stati destinati ad un fondo per “la sicurezza dell’Europa”, il SAFE (Security Action for Europe), per finanziare – tramite prestiti a lunga scadenza ed il concorso di capitali privati – programmi di acquisto di armamenti e di ammodernamento delle forze armate dei Paesi UE.

Al SAFE possono accedere pure l’Ucraina, la Norvegia, la Svizzera, l’Islanda e il Liechtenstein, i paesi in via di adesione e quelli che hanno sottoscritto con l’UE un partenariato in materia di sicurezza e difesa. ReArm Europe consente di avviare programmi di sviluppo militare anche con le industrie di Canada, Regno Unito e Turchia2. Il fondo SAFE può essere impiegato anche per finanziare l’acquisto di sistemi d’arma ed equipaggiamenti fabbricati al di fuori dell’Unione Europea, consentendo l’acquisto soprattutto negli Stati Uniti e in Israele, i principali Paesi extra UE le cui industrie della Difesa sono particolarmente attive sul mercato comunitario.

Nel febbraio 2026 il direttorio di Bruxelles ha autorizzato otto paesi membri dell’Unione all’uso dei prestiti agevolati previsti dall’iniziativa SAFE: Italia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia. Il Governo Italiano ha richiesto ed ottenuto un prestito complessivo di 14 miliardi e 900 milioni di euro in 5 anni al 3% fisso di interesse, con rimborsi che saranno attivati a partire dal 2035 e che si esauriranno nell’arco temporale massimo di 45 anni3. In verità l’accesso ai fondi SAFE ha generato più di un conflitto all’interno delle forze di governo, in particolare tra il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgietti (Lega) e il titolare del dicastero della Difesa, Guido Crosetto (Fratelli d’Italia). Il primo, sostenuto dallo stretto entourage della premier Giorgia Meloni, è propenso a chiedere solo 5 dei 14,9 miliardi di euro disponibili, ma ciò ha suscitato le ire di Crosetto che ha minacciato le proprie dimissioni nel caso in cui venisse concordato di “tagliare” il fondo SAFE.

Per assicurare gli investimenti nella produzione e approvvigionamento di armi e munizioni necessari a coprire la quota restante di 650 miliardi di euro del piano ReArm Europe, la Commissione UE ha previsto l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità (l’accordo tra i Paesi dell’Unione che impone che il deficit pubblico non superi il 3% del Prodotto interno lordo e che il debito pubblico non superi il 60% del PIL). Esiste inoltre la possibilità di utilizzare per il mega piano di riarmo una parte di quei fondi europei già stanziati per altri fini, primi fra tutti i “Fondi di coesione”, destinati principalmente alle aree più arretrate del continente per ridurre le disuguaglianze territoriali4.

L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha calcolato che la cifra- obiettivo di 800 miliardi potrà essere raggiunta solo con una forte crescita del deficit pubblico degli Stati UE. Per quanto riguarda l’Italia, paese già pesantemente indebitato, l’adeguamento al piano di riarmo potrebbe comportare una spesa militare aggiuntiva di 95 miliardi di euro in quattro anni e il deficit pubblico, oggi al 4%, anziché ridursi gradualmente fino al 3% – secondo quanto richiesto da Bruxelles – rischia di crescere fino al 4,6%5. Le proposte riarmiste della Commissione europea comporteranno inoltre un’espansione delle spese militari dei paesi UE fino a 580 miliardi di euro circa entro il 2029. Le quote dei bilanci statali per la “difesa” degli Stati membri avevano già subito una crescita del 31% nel periodo 2021-2024, raggiungendo i 326 miliardi (1,9% del PIL), anche in conseguenza delle forniture militari all’Ucraina in guerra contro la Russia. Si tratta di cifre enormi, di per sé insostenibili, che hanno già prodotto ricadute catastrofiche in termini di accesso ai servizi sociali di base e al welfare da parte della maggioranza della popolazione europea.

Aspetto meno analizzato ma altrettanto dirompente di ReArm Europe è l’ulteriore processo di militarizzazione dei territori che esso genererà in alcune aree, in particolare nei Paesi dell’Europa orientale. Nel Libro bianco si fa esplicito accenno alla creazione di uno Scudo orientale al confine con la Russia e la Bielorussia e di una Linea di difesa del Baltico “per promuovere la deterrenza e contrastare le minacce militari e ibride”. Il rafforzamento dei sistemi di protezione delle frontiere dell’Unione europea, sempre secondo Bruxelles, includerà un “mix completo di barriere fisiche e lo sviluppo delle infrastrutture e di moderni sistemi di sorveglianza”.

Anche le reti trasportistiche e le infrastrutture logistiche sono sottoposte ai piani di intervento finanziario affinché siano rese idonee a svolgere funzioni di mobilità militare. «Sono necessari investimenti significativi per migliorare le capacità di trasporto aereo di merci e le capacità in quanto alle infrastrutture per i combustibili mediante depositi, porti, piattaforme di trasporto aereo, marittimo e ferroviario, linee ferroviarie, vie navigabili, strade, ponti e poli logistici, grazie all’elaborazione di un piano strategico per lo sviluppo della mobilità militare, in collaborazione con la NATO», spiega la UE. «La mobilità militare è un facilitatore essenziale della sicurezza e della difesa europea. Grazie ad essa cresce l’abilità delle forze armate degli Stati membri e degli alleati di spostare rapidamente truppe e attrezzature attraverso l’Unione europea in caso di conflitto o di guerra ibrida intensificata. Per questi trasferimenti, le forze armate hanno la necessità di accedere a infrastrutture critiche che devono essere idonee ad uno scopo duale»6.

Il programma EU Military Mobility è stato lanciato nel 2018 per consentire le operazioni in ambito continentale e le missioni extra-area delle forze armate UE e dei paesi membri, ma anche per rispondere alle richieste NATO. A seguito del conflitto russo-ucraino, il 10 novembre 2022 è stato varato il Piano d’azione per la mobilità militare 2.0 per potenziare e/o convertire a fini bellici le infrastrutture trasportistiche UE e dei partner continentali (Ucraina, Moldavia e paesi dei Balcani occidentali) e per «integrare la rete di distribuzione del carburante a supporto della movimentazione delle truppe in tempi rapidi e su larga scala». Al Piano 2.0 sono state destinate risorse per un miliardo e 700 milioni di euro nel quinquennio 2022-20267.

ReArm Europe ha previsto infine la conversione a fini bellici di ogni settore del sapere, della conoscenza e della ricerca scientifico-tecnologica, a partire ovviamente dal mondo universitario e dell’istruzione secondaria. Nella risoluzione sulla politica di sicurezza e di difesa comune approvata a larga maggioranza dal Parlamento europeo il 2 aprile 2025, nel capitolo su Difesa e società, preparazione e prontezza civile e militare, l’Unione Europea e i suoi Stati membri sono chiamati «a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza» (art. 164). Si chiede, inoltre, «di mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili» (art. 167)8.

Per sostenere la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo di nuove tecnologie belliche, la Commissione Europea ha istituito nel 2017 uno specifico “Fondo europeo per la difesa” (European Defence Fund – EDF). Scopo del fondo europeo è quello di «promuovere l’interoperabilità e la mobilità militare, nonché lo sviluppo di un complesso militare-industriale comunitario», sostenendo «l’innovazione e le tecnologie critiche che rispondono alla formula del dual use, ovvero di usi civili e militari». Nel periodo compreso tra il 2021 e il 2027 l’EDF ha previsto stanziamenti per 7,3 miliardi9.

Il 16 aprile 2026 la Commissione europea ha reso noto che nel corso dell’ultimo anno erano stati promossi 57 progetti di collaborazione nel campo della ricerca e dello sviluppo con una spesa di 1,07 miliardi di euro, prioritariamente per produrre doni e loitering munitions (i cosiddetti droni kamikaze). Nello specifico 675 milioni di euro sono stati destinati a progetti di sviluppo, mentre i restanti 332 milioni per iniziative di ricerca. A questi finanziamenti vanno poi aggiunti quelli previsti dall’EDF Work Programme 2026 (1 miliardo di euro) e dall’European Defence Industry Programme (1,5 miliardi). Nel 2025, per la prima volta dalla loro istituzione, anche l’Ucraina ha potuto accedere ai fondi EDF, e «ciò ha segnato un passo significativo verso l’integrazione della base industriale e tecnologica del settore difesa ucraino nell’ecosistema europeo»10.

Tra i maggiori beneficiari dei programmi di riarmo dell’Unione europea ci sono ovviamente le holding del vecchio continente produttrici di sistemi bellici. Esse stanno rivedendo i propri piani produttivi e stanno dando vita a nuove alleanze strategiche anche in vista della creazione di mega-concentrazioni finanziarie ed industriali. Nel marzo 2025 il gruppo italiano leader del comparto bellico, Leonardo S.p.A., ha presentato l’aggiornamento del proprio piano industriale per il 2025-2029. Nello specifico Leonardo punta ad aumentare le commesse nel quinquennio da 105 a 118 miliardi di euro, con ricavi complessivi per 106 miliardi (contro i 95 previsti nel periodo 2024-2028)11.

Queste stime sarebbero frutto dei nuovi accordi di partenariato che il gruppo Leonardo ha sottoscritto con altre importanti aziende del comparto militare. Il 6 marzo 2025 è stato firmato un memorandum of understanding con Baykar Technologies (la società turca di proprietà di uno dei generi del presidente Erdogan che ha rilevato il gruppo Piaggio Aerospace con sede e stabilimenti in Liguria) per lo sviluppo, produzione e manutenzione di aerei senza pilota presso i siti di Leonardo di Ronchi dei Legionari (Gorizia), Grottaglie (Taranto), Torino, Roma Tiburtina e Nerviano (Milano). La società italiana spera di ricavare da questo accordo più di 600 milioni nel quinquennio 2025-2029. Il 24 febbraio 2025 è stata costituita invece una joint venture con il colosso tedesco Rheinmetall (Leonardo Rheinmetall Military Vehiche). La nuova società italo-tedesca è controllata pariteticamente al 50% da Leonardo e Rheinmetall, ha sede giuridica a Roma presso Rheinmetall Italia S.r.l. e sede operativa a La Spezia presso gli ex stabilimenti OTO Melara del gruppo Leonardo. Alla Leonardo Rheinmetall Military Vehiche è stata affidata dal governo Meloni-Crosetto, senza bando di gara, la produzione di 1.050 cingolati AICS/A2CS e 272 carri armati MBT da destinare all’Esercito italiano12.

Stando all’accordo stipulato dai due gruppi industriali, solo il 60% della produzione dei nuovi sistemi da combattimento terrestri sarà effettuata in Italia. Anche il know how è nettamente a favore dei tedeschi: i cingolati AICS deriveranno dai Lynx Kf-41 progettati e realizzati da Rheinmetall, mentre i carri armati MBT deriveranno dal Panther Kf-51. Il costo dell’intero programma non è stato ancora determinato ma è prevedibile che esso supererà abbondantemente i 23,2 miliardi di euro nei prossimi 15 anni13. Sempre lo scorso anno, Leonardo ha acquisito il controllo di Iveco Defence Vehicles (IDV), già divisione dei veicoli militari del gruppo controllato da Exor presieduto da John Elkann, con sede centrale a Bolzano. Con l’acquisizione di Iveco Defence Vehicles, Leonardo punta a rafforzare il proprio ruolo in ambito europeo nel settore dei mezzi blindati e da trasporto militare. In particolare l’auspicato polo Leonardo Rheinmetall-IDV si è candidato a diventare fornitore unico per il nuovo programma plurimiliardario di trasporto blindato promosso dall’Unione Europea.

Altrettanto dirompenti gli effetti dei programmi di riarmo europei e nazionali in termini di militarizzazione dell’intero territorio italiano. A Torino è in corso la realizzazione della Cittadella dell’Aerospazio, un mega-centro di ricerca, sviluppo e sperimentazione di nuovi sistemi aerospaziali a fini civili e militari, promosso dal Politecnico di Torino, UNITO e Leonardo S.p.A., con il supporto finanziario di Regione Piemonte ed enti locali. Le attività della Cittadella si intrecceranno con quelle dell’hub del programma “DIANA” (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic) che la NATO ha stabilito di collocare nel capoluogo piemontese, ma con “filiali” a La Spezia e Capua, Caserta. “DIANA” è un acceleratore globale per startup e piccole e medie imprese con lo scopo di sviluppare tecnologie “per la sicurezza e la difesa dell’Alleanza Atlantica”14. Sempre a Torino, presso l’aeroporto di Caselle, ancora Leonardo S.p.A. conta di realizzare gli stabilimenti per l’assemblaggio e i test dei cacciabombardieri di sesta generazione in via di progettazione con aziende militari del Regno Unito e del Giappone. Sempre in Piemonte, a Cameri (Novara), Leonardo sta assemblando per conto del colosso statunitense Lockheed Martin i caccia di quinta generazione F-35 “Lightining II” ordinati dalle forze armate italiane e da alcuni paesi europei.

La Cittadella dell’Aerospazio di Torino, gli stabilimenti di Leonardo a Caselle e Cameri sono solo gli aspetti più eclatanti del piano di sviluppo di veri e propri distretti e/o poli militari, aerospaziali, terrestri e navali-sottomarini che sta interessando in particolare Piemonte, Lombardia e Liguria, grazie al contributo finanziario statale e regionale. A ciò si accompagna il sempre maggiore rafforzamento della presenza militare NATO in queste aree territoriali, a partire dal comando dell’Alleanza di Solbiate Olona (Varese) “NRDC-ITA (NATO Rapid Deployable Corps – Italy)” per la gestione di operazioni di pronto intervento terrestri principalmente sul Fronte Sud.

Sempre in Lombardia, a Ghedi (Brescia), sorge una delle due installazioni aeroportuali italiane dove sono state stoccate da US Air Force armi nucleari tattiche di ultima generazione, le B61-12, che possono essere impiegate anche da alcuni reparti specializzati dell’Aeronautica Militare italiana. Il secondo scalo è quello di Aviano (Pordenone), ampiamente utilizzato per le operazioni di rifornimento di sistemi d’arma e carburante dei reparti di volo impiegati dagli Stati Uniti d’America nelle operazioni di attacco all’Iran a partire del 28 febbraio 202615.

Un ruolo di eccellenza nei piani di guerra USA in Europa orientale, Medio Oriente e continente africano è riservato alle basi militari “ospitate” nella città e nella provincia di Vicenza, a partire da Camp Ederle, dall’ex aeroscalo “Dal Molin” (oggi “Del Din”) e dalla ex base nucleare di Longare. In particolare a Vicenza è stato insediata la 173a Brigata Aviotrasportata di US Army, reparto impiegato dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso in tutti i conflitti che hanno visto impegnati gli Stati Uniti d’America (Vietnam, Iraq, Afghanistan, Ucraina, ecc.). Vicenza è pure sede dell’U.S. Army Southern European Task Force, Africa (SETAF-AF), la struttura dell’esercito statunitense per le operazioni nel Sud Europa e nel continente africano. Pericolosi scenari di guerra sono stati prefigurati dal governo italiano e da alcuni alleati NATO anche per il porto di Trieste: in vista del rafforzamento degli “aiuti” economici e militari all’Ucraina in guerra contro la Russia e della “ricostruzione” del Paese dopo l’auspicata fine del conflitto, Trieste potrebbe essere convertita in “Polo logistico portuale internazionale” pro Kiev16.

L’intera regione della Toscana si sta trasformando in un vero e proprio hub strategico per le forze armate italiane, statunitensi e NATO: è in atto il potenziamento dello scalo militare di Pisa San Giusto; la costruzione di una nuova megabase a Pisa e Pontedera per ospitare i corpi d’élite dell’Arma dei Carabinieri; l’istituzione a Firenze (Caserma “Predieri”) di un nuovo Comando per le operazioni della forza di pronto intervento terrestre della NATO (Multinational Division South, MND-S); il sempre maggiore utilizzo della base di US Army di Camp Darby (tra Pisa e Livorno) per il trasferimento di armi e mezzi da guerra nelle aree di conflitto in Medio Oriente.

In Puglia si assiste purtroppo al crescente ruolo strategico e operativo delle principali installazioni militari aeree e navali (gli scali di Amendola, Gioia del Colle, Galatina, Grottaglie e i porti di Taranto e Brindisi), in ambito nazionale, NATO ed extra NATO, nonché al sempre più asfissiante intreccio tra forze armate, aziende del comparto militare industriale (Leonardo, Avio, Boeing, ecc.) e i centri di ricerca universitari della regione.

Il conflitto in corso in Iran e nel Golfo Persico ha reso ancora più evidente la centralità di due grandi infrastrutture militari ospitate in Campania, il Joint Force Command Naples (JFC), il Comando NATO di Napoli-Lago di Patria (Giugliano) e la Naval Support Activity Naples della Marina Militare USA con quartier generale presso l’aeroporto di Napoli Capodichino. L’area di intervento del Comando NATO JFCricopre l’Atlantico orientale fino al Mediterraneo, i Balcani e l’Europa orientale e l’intero Medio Oriente. NSA Naples è il Comando delle forze navali degli Stati Uniti d’America per l’Europa e l’Africa (NAVEUR-NAVAF) a cui spetta il compito di pianificare e coordinare le attività delle unità di superficie, dei sottomarini e degli aerei in un’area geostrategica ancora più estesa: metà Atlantico, Baltico, Mediterraneo, Caspio, Mar Nero e aree costiere africane17.

Più noti al grande pubblico i soffocanti processi di militarizzazione che hanno investito le due grandi isole italiane, la Sardegna con i suoi grandi poligoni di Capo Teulada e Salto di Quirra e l’aeroporto di Decimomannu (Cagliari) impiegato per la formazione dei piloti dei paesi membri della NATO e di alcuni stati mediorientali; e la Sicilia con la grande stazione aeronavale di Sigonella (in prima linea nelle operazioni di intelligence USA e NATO a sostegno dell’Ucraina contro la Russia, di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza e degli Stati Uniti d’America contro l’Iran), il terminale terrestre a Niscemi, Caltanissetta del MUOS (il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare USA), gli scali NATO di Trapani Birgi e Pantelleria. In Sicilia, tra l’altro, è stato avviato il potenziamento infrastrutturale dell’aeroporto di Trapani in vista dell’insediamento della “scuola di formazione” delle forze aeree internazionali che hanno acquistato i cacciabombardieri F-35 e delle basi navali di Augusta (Sicilia) e Messina, onde consentire l’approdo delle nuove unità da guerra italiane e dei paesi partner dell’Alleanza Atlantica.

La rilevanza geostrategica delle principali basi militari USA e NATO esistenti in Italia spiega il motivo per cui nessuna di queste sarà smantellata o ridimensionata nei prossimi anni, nonostante l’establishment di Donald Trump spinga verso una riduzione delle forze armate statunitensi schierate nel continente europeo. L’Italia ha fatto e farà ancora da piattaforma di proiezione avanzata statunitense in quelle aree ricche di fonti energetiche fossili (gas e petrolio), uranio, terre rare, principalmente nel Golfo Persico e nel continente africano18.

Oggi il Mediterraneo centrale con il Canale di Sicilia è forse ancora più rilevante per gli interessi del capitale finanziario USA e occidentale dello Stretto di Hormuz. Oltre ad essere attraversato dalle rotte delle petroliere e dei mercantili che dal Medio Oriente e dall’Africa raggiungono i grandi terminal dell’Europa settentrionale, il Canale di Sicilia è lo stretto marittimo da cui passano le principali reti di cablaggio intercontinentali, dall’Estremo oriente e dalla Cina fino all’Europa e, attraverso l’Atlantico, fino al Continente americano. Ancora il Canale di Sicilia è attraversato dai grandi oleodotti e gasdotti che trasferiscono in Italia le fonti di energia fossile dall’Algeria e Tunisia. Ad essi potrebbe presto aggiungersi un nuovo gasdotto di 3.300 chilometri di lunghezza (il South2 Corridor) che dal Nord Africa dovrebbe trasportare idrogeno all’Italia, all’Austria e alla Germania. Si tratta di un progetto ritenuto “strategico” dalla Commissione europea per garantire l’approvvigionamento del 20% dell’idrogeno che l’UE prevede di utilizzare a fini energetici entro il 203019.

L’importanza della dimensione marittima e soprattutto subacquea del Mediterraneo centrale per il transito delle fonti energetiche e del cablaggio internet o di accesso alle materie prime strategiche è sempre più enfatizzata dagli analisti militari. «A livello globale, il 70% del cibo, dei minerali, del gas e del petrolio per un valore stimato in 400 miliardi di euro si trovano sottacqua», scrive RID – Rivista Italiana Difesa. «Focalizzando l’attenzione sul nostro Paese, il 60% dei collegamenti internet italiani ha origine, o affiora, in sole tre città – Mazara del Vallo, Catania e Bari – e la rilevanza di queste infrastrutture può essere stimata con oltre il 90% dei Big Data passanti al loro interno, per un controvalore, in ambito nazionale, prossimo ai 2.500 miliardi di euro annui, valore in costante crescita. Nelle acque territoriali italiane passano circa 781 km di gasdotti (…) Allo stato attuale, circa il 49% del gas che entra in Italia transita attraverso gasdotti sottomarini, ripartiti rispettivamente al 32% dal TransMed (Algeria-Mazara) che trasporta circa 2,4 mld di m3, al 13% dal TAP (Azerbaijan-Melendugno), con un volume di circa 9,1 mld di m3 di gas annui ed al 4% dal GreenStream (Libia-Gela), con circa 2,8 mld di m3. Il 60% dei punti di affiori dei cavi di telecomunicazione, circa il 50% dei gasdotti sottomarini e il 100% degli elettrodotti transnazionali (operativi o in fase di implementazione) approda esclusivamente in Puglia e in Sicilia»20.

Ecco dunque le vere ragioni per cui è stato dato un nuovo colpo di acceleratore ai processi di militarizzazione dei territori e delle infrastrutture logistiche, specie nel Mezzogiorno, e gli Stati Maggiori nazionali, UE e NATO pongono la “necessità” di esercitare un’attenta azione di vigilanza dei fondali marini e di difesa delle infrastrutture subacquee, definite quest’ultime come Critical Undersea Infrastructure “infrastrutture critiche sottomarine”21. Ad un Convegno nazionale sulla “rilevanza del dominio subacqueo” promosso dal CeSI – Centro Studi Internazionali, dalla Marina Militare e dal Ministero degli Affari Esteri (giugno 2024), l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Enrico Credendino ha auspicato «una corsa agli abissi che segua ciò che è stato fatto con la corsa allo spazio, tenuto conto delle enormi affinità tra i due domini in termini di competitività, congestionamento e contesa tra Paesi»22.

Al summit NATO di Vilnius (luglio 2023) è stato creato il Maritime Centre for the Security of Critical Undersea Infrastructure all’interno del Comando marittimo dell’Alleanza “MARCOM”, con quartier generale a Northwood, Regno Unito. Il 26 febbraio 2024, la Commissione europea ha emesso la Raccomandazione UE 2024/779 sulle “infrastrutture di cavi sottomarini sicure e resilienti” in vista del rafforzamento dei dispositivi di sicurezza e difesa delle reti. In particolare, i Paesi membri dell’Unione sono stati invitati ad “adoperarsi per approfondire ulteriormente la cooperazione con la NATO per quanto riguarda le infrastrutture critiche di cavi sottomarini, in linea con la dichiarazione congiunta sulla cooperazione UE-NATO, promuovendo la complementarità degli sforzi”23.

In ambito nazionale, la Marina Militare ha dato vita a fine 2022 all’Operazione Fondali Sicuri per la “tutela della Energy Security” e il “monitoraggio e sorveglianza delle infrastrutture critiche subacquee”, sotto il Comando centrale della Marina di Santa Rosa, Roma24. Inoltre è stato creato nel 2023 a La Spezia il Polo Nazionale della dimensione subacquea (PNS), che ha come obiettivo principale la valorizzazione del settore militare ed industriale in questo settore, «promuovendo sinergie pubblico-private», tramite la realizzazione di progetti di ricerca, sviluppo e sperimentazione tecnologica di nuovi sistemi d’arma navali e sottomarini25.

Il nuovo Polo Nazionale della dimensione subacquea è forse l’emblema più evidente del processo di “israelizzazione” del comparto militare-industriale-accademico italiano, cioè di riproduzione di quel modello bellico inter-istituzionale che si è affermato nello Stato sionista, con le tragiche conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti a Gaza, in West Bank, in Libano, Siria, Yemen, Iran. Il PNS opera in stretta collaborazione con il CMRE (Centre for Maritime Research and Experimentation) di La Spezia, il Centro di ricerca e sperimentazione marittima della NATO in ambito marittimo e subacqueo; inoltre coopera con grandi, medie e piccole aziende del comparto industriale (in particolare Leonardo S.p.A. e Fincantieri S.p.A.), con start up e centri di ricerca accademici come l’Università di Genova. Dal 21 maggio 2025 il Centro militare è stato trasformato in Fondazione di diritto privato. Tra i soci fondatori compaiono il Ministero della Difesa, Difesa Servizi S.p.A., i ministeri dell’Economia e dell’Università, AIAD (Federazione delle aziende per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), la Conferenza dei Rettori delle Università italiane, AID (Agenzia Italiana Difesa). Presidente è stata nominata Roberta Pinotti, ex ministra della difesa, Pd26.

All’affaire plurimiliardario della produzione di sistemi da guerra underwater guarda con sempre più attenzione la holding della cantieristica a capitale statale, Fincantieri S.p.A.. «La minaccia ai cavi sottomarini e ad altre infrastrutture essenziali è destinata ad aumentare; per questo in Fincantieri stiamo investendo nella difesa e nella tecnologia subacquea, ampliando le nostre capacità industriali», ha dichiarato lo scorso anno l’amministratore delegato del gruppo, Pierroberto Folgiero. L’obiettivo è quello di raddoppiare le dimensioni del business subacqueo entro il 2027, con ricavi stimati a 820 milioni di euro27. Non è certamente casuale che solo qualche settimana fa l’assemblea degli azionisti di Orizzonte Sistemi Navali S.p.A., società partecipata da Fincantieri (51%) e Leonardo (49%), abbia nominato come presidente Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare fino al 28 ottobre 2025 e già Comandante in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) della Marina. Credendino, come abbiamo visto, è tra i sostenitori della corsa al riarmo subacqueo e delle future underwater war28.

Orizzonte Sistemi Navali opera nel settore dell’ingegneria e della sistemistica navale, progettando e realizzando unità navali militari, in particolare corvette, fregate e portaerei. Con quartier generale a Genova, la società ha registrato un fatturato nel 2024 di 176 milioni di euro. La politica delle “porte girevoli”, cioè il repentino passaggio dalla divisa alla leadership aziendale, caratterizza il comparto militare-industriale-accademico degli Stati Uniti d’America ed Israele. Il sistema Italia prova a scimmiottare il modello pur di affermarsi globalmente nell’ignobile mercato dei produttori e dei mercanti di morte.

1 https://www.eeas.europa.eu/eeas/white-paper-for-european-defence-readiness-2030_en
2 https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/sv/statement_25_673
3 https://aresdifesa.it/via-libera-europeo-per-i-fondi-safe-allitalia/ 
4 A. Mazzeo, ReArm Europe. L’UE va alla guerra, in 800 miliardi di motivi per dire NO alla Fortezza Europa (a cura dell’Osservatorio Repressione), I libri di Left, Roma, maggio 2025.
5 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/rearm-europe-ambizione-o-illusione-202521
6 https://www.eeas.europa.eu/eeas/white-paper-for-european-defence-readiness-2030_en
7 https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2023/03/trasportare-la-guerra-mobilita-militare.html
8 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0034_IT.html
9 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/RC-10-2025-0146_IT.html
10 https://www.defensenews.com/global/europe/2026/04/16/eu-pumps-over-1-billion-into-defense-rd-centered-around-ukraine-war-lessons/
11 https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/11-03-2025-leonardo-industrial-plan-update
12 https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/05-11-2025-leonardo-and-rheinmetall-first-contract-to-supply-armoured-vehicles-for-the-italian-army
13 A. Mazzeo, ReArm Europe. NATO e UE si preparano alla Terza Guerra Mondiale, Lavoro e Salute, n. 6, giugno 2025.
14 https://www.diana.nato.int/
15 A, Mazzeo, Basi aeree Usa in Italia: È guerra! C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria”, Umanità Nova, 22 aprile 2026.
16 https://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/nazioni/ucraina/2025/09/09/urso-porto-trieste-come-grande-porto-rinascita-ucraina_db68b588-92be-4217-a08d-1c821856e6a0.html
17 A. Mazzeo, Basi militari e Mezzogiorno. La militarizzazione del Sud Italia, in Su la testa. Argomenti per la Rifondazione comunista, n. 29, aprile 2026.
18 A. Mazzeo, La base di Sigonella negli odierni scenari di guerra internazionali, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, 2026. https://osservatorionomilscuola.com/wp-content/uploads/2026/01/Mazzeo-Sigonella-nello-scenario-internazionale-di-guerra.pdf
19 https://www.messinatoday.it/economia/maxi-corridoio-idrogeno-messina-germania-africa.html
20 https://www.rid.it/shownews/6633/cesi-e-marina-militare-stimolano-il-dibattito-sulla-rilevanza-del-quasi-dominio-subacqueo
21 https://www.analisidifesa.it/2024/01/il-contributo-italiano-alle-operazioni-della-nato-per-il-controllo-dei-fondali-nel-mediterraneo/
22 https://www.rid.it/shownews/6633/cesi-e-marina-militare-stimolano-il-dibattito-sulla-rilevanza-del-quasi-dominio-subacqueo
23 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32024H0779
24 https://www.marina.difesa.it/cosa-facciamo/per-la-difesa-sicurezza/operazioni-in-corso/Pagine/Fondali_Sicuri.aspx
25 https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/433/339/Slides_PNS.pdf
26 https://www.difesaservizi.it/polo-nazionale-dimensione-subacquea-riunito-primo-cda
27 https://www.analisidifesa.it/2025/05/folgiero-a-ft-con-minacce-a-cavi-e-infrastrutture-necessario-potenziare-underwater/
28 https://www.stampalibera.it/2026/06/14/da-super-ammiraglio-a-leader-di-azienda-di-guerra-la-rapida-carriera-di-enrico-credendino/

Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università


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