Pedagogia di guerra e gestione del conflitto: riflessioni sull’inserto Gutenberg di Avvenire “La lingua della guerra”

L’eroismo legato alle circostanze,
giocato sul momento,
non vale quanto il tranquillo ordine
delle quotidiane faccende della vita.
Pitagora

L’opposizione alla guerra è stato sempre un tema che ha attraversato il mondo dei credenti, cristiani, cattolici, protestanti e di altre confessioni. Certo, una sorta di vena che spesso scorreva molto sotto pelle, occlusa dalla prudenza, al peggio, in alcuni momenti della storia della Chiesa di Roma e di altre religioni, coperta da forme di intolleranza guerriera, di proselitismo violento: la guerra era quella degli altri, contro gli altri, fra difesa e redenzione. Oggi, almeno dalla lettura della stampa cattolica sembrano emergere forti opposizioni alle guerre (plurale di obbligo).

Leone XIV affronta nella famosa enciclica il legame con la diffusione della tecnologia. Molte presenze cristiane condividono gli scopi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole delle università. Impegno importante visti i vergognosi balbettii dei lacerti della sinistra italiana che vota i finanziamenti all’aumento delle spese militari, e quando si smarca, lo fa con troppi distinguo. I governi dell’altro tessuto stracciato che è l’Europa scambiano regole internazionali per autorizzazione al sostegno di alcuni contro altri, nel silenzio dei parlamenti: «Nous sommes en guerre» affermò con protervia da tardo bonapartismo Emmanuel Macron, già nel 2020.

L’11 settembre, data emblematica, nel 2001 per l’attentato alle Torri Gemelle e nel 1973 per il colpo di stato in Cile, l’inserto monografico Gutenberg del quotidiano Avvenire, intitolato La lingua della guerra, ha dedicato le sue pagine a riflessioni sulla cultura, sul vocabolario della guerra (https://www.avvenire.it/agora/cultura/la-lingua-della-guerra-tra-storia-linguaggio-e-cultura-il-nuovo-gutenberg-indaga-i-conflitti_112815). Considerazioni capaci di snidare anche gli aspetti oscuri, meno evidenti delle strategie ideologiche che la guerra la diffondono, che alla guerra educano, che alla guerra creano assuefazione.

L’esergo tratto da un aforisma del matematico greco, va allora rivisto: l’eroismo lo lasciamo agli dei greci e romani, ad Achille, Enea, Ettore e ai loro compagni per i quali sulle faccende quotidiane prevaleva il legame fra gloria e massacro. L’ordine pitagorico oggi non è tranquillo nemmeno nel rifugio delle proprie case, nella nube dei luoghi socio-digitali, certamente non nelle strade e nelle piazze dove è mantenuto dai manganelli e dalle armi. Dello speciale Gutemberg, alla cui lettura integrale rimando, commento solo tre articoli quelli che – a mio avviso – meglio toccano le tematiche che siamo usi segnalare sul blog dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.

Lo storico Antonio Musarra sotto il titolo Prima c’è differenza e inimicizia, poi scontro apre ricordando che il conflitto non è guerra, non ne è il responsabile, né tantomeno viene dopo. Le guerre hanno certamente un’origine. Un piccolo incendio, pretestuoso, solleva le fiamme sotto la cenere di scontri sedimentati e più vecchi fra interessi, le guerre hanno dunque scopi a quelli legati, svolgimenti indirizzati non dal fato o dal capriccio di Atena, ma dal rapporto di forze in campo, dal gioco delle alleanze, hanno conclusioni in armistizi e trattati che spesso apriranno altri fronti. Eppure – continua Musarra –

«Una storia del conflitto non coincide con la storia delle guerre: è una storia di come le società hanno cercato di governare l’opposizione, affidandola alla legge, al rito, alla diplomazia o lasciandola precipitare nella violenza».

Vale – sottolineo io, e più sotto Musarra – per il governo della polis e della stasis che la caratterizza. Nella città la stasis è posizione di stato, luogo in cui stare e principio eventuale di soluzione violenta del conflitto fra gli stessi concittadini, per altro sempre latente. Latente, normalmente presente fra noi perché polemos, è differenza fra le parti (le classi sociali) da volgere in politica, da precipitare nella Parola Politica che ne faccia giustizia e spesso compromesso. Secondo Eraclito polemos era un principio, un archè, perché un consorzio umano (la città come metafora di formazioni statali e sovranazionali) non è una massa omogenea e conforme, ma è qualità emergente dalla complessità dell’unione e dello scontro fra individualità, gruppi, classi, comunità nella città compresenti.

«Il polemos non oppone solo stati o eserciti. Attraversa società, famiglie, città, coscienze» e queste parole dello storico richiamano alla mente gli scontri fratricidi delle guerre civili, le diverse posizioni politiche fra consanguinei, gli eccidi genocidari e la pulizia etnica, di cui la Palestina più volte ricordata nelle pagine dell’inserto, è un esempio. “La retorica dell’inimicizia” stravolge a colpi di propaganda la convivenza e il giudizio sulle guerre in atto, si insinua nelle menti delle creature piccole, dei giovani.

Malgrado ciò, anche il male che ci rende vittime, commesso dall’altro ai nostri danni, può negarsi alla vendetta, può aprirsi al riconoscimento e a una riconciliazione dialogante. Non si tratta di perdonare, di dimenticare, ma di spostare l’attenzione verso le motivazioni profonde, quelle che allignano come tratto ontologico, principio alla base di ogni vita. Esperienze praticabili e praticate – aggiungo io – nei tribunali della riconciliazione in Sudafrica, o dopo il cessate il fuoco nei Paesi Baschi. Esperienza culturale e politica profondamente umana, possibile, dove il possibile è apertura e non probabilità della ferrea legge del dato numerico che, soprattutto oggi, sembra smentire ogni speranza. Una sorta di irriducibilità che non a caso chiama in causa l’ontologia, come forma metafisica dell’Essere.

Per il filosofo Roberto Finelli è il realizzarsi come individui nella propria originalità spirituale dentro e nel doppio laccio del dono e del ricevimento, dentro i movimenti politici di giustizia di classe. Per il fisico Federico Faggin è l’irriducibile ontologico, è la realtà profonda che la tecnica vuole stringere in una morsa, spegnendo la coscienza e la stessa percezione sul mondo come terra del Vivente, tutto.

Il cenno alle generazioni giovani e alla cura che dobbiamo alle loro coscienze per crescerle critiche e disponibili verso l’altro, apre la riflessione del giornalista Eugenio Giannetta. In Dal videogioco fino alla guerra Giannetta parte dal chiedersi se la diffusa pratica dei giochi di guerra ci renda violenti. Secondo Dario Bassani, del cui libro il giornalista suggerisce una lettura attenta, pensa di sì, soprattutto perché l’industria ludica, molte pubblicazioni dedicate ai più giovani, dalla fumettistica al racconto, sono ottimi alleati degli eserciti, dell’educazione alla formazione del soldato in armi o in attesa di scendere in campo. Il gaming diventa uno strumento sia di addestramento sia pedagogico (Dario Bassani Giocare alla guerra. Come l’industria ludica militarizza le nostre menti Nottetempo Milano, 2026).

Giannetta ricorda questo nesso nel caso dell’esercito ucraino che, con la gara Drone Bonus (2025), premia il soldato più efficace, quello che uccide più nemici. «I piloti di droni devono caricare su una piattaforma governativa i filmati dei loro attacchi e ottengono un punteggio a seconda del bersaglio eliminato […] i punti accumulati possono esser usati per comprare equipaggiamento […] chi recluta i piloti predilige i candidati che hanno trascorso molte ore di fronte a una playstation». Prontezza, efficacia, efficienza, le principali soft skill propagandate da INVALSI (e altre agenzie di valutazione e formazione a scuola), sono le capacità emotivo-cognitive che fanno un buon soldato e anche un buon manager, un buon venditore, insomma mercato e guerra localizzata e diffusa. Purtroppo anche uno studente meritevole (sic) ne farà uso e le venderà nel suo capolavoro, al termine degli studi.

Pedagogia della guerra e della difesa totale, la creazione del nemico, l’orgoglio patriottico si diffondono nei programmi delle scuole.

Da noi con le destrorse vetero-occidentali Indicazioni Nazionali, con le censure alle lezioni, alle attività sulla pace, sulla Palestina. Succede in Croazia, in Russia, ovviamente negli USA di Trump e di Musk ( clicca qui; oppure qui; o anche qui). Il concetto di Patria, già di per sè con una storia difficile, compromessa in epoca di riconquista del suolo patrio contro lo straniero, si ibrida di violenza nella preminenza giuridica del ius sanguinis, in Italia, nella ex Jugoslavia, nella grande Russia, venato di tragica assurdità nella rivendicazione della purezza etnica.

Disarmare il linguaggio è il monito e l’invito dello scrittore Alessandro Zaccuri nel suo articolo Disarmare il linguaggio con parole di umanità: non è una battaglia persa. Zaccuri analizza l’uso del vocabolario e del discorso bellico – nell’antitesi irrisolta amico/nemico, suolo nazionale/territorio oltre confine – che hanno colonizzato il nostro immaginario. Propone una sorta di inizio con la guerra al terrore di George W. Bush, le truppe in difesa dei nostri modelli occidentali chiamate interposizione fra schieramenti e missioni di pace. Ma ricorda che la rix e l’agon sono anche la lotta e la contesa contro la parte peggiore che alberga in noi stessi, la resistenza alle forze demoniache della tradizione religiosa. Si possono trovare le stesse espressioni, continua, la stessa sequela di figure retoriche, di metafore e analogie in ambito medico e nella pubblicità farmacologica. Anche il cancro si combatte come un’invasione straniera del nostro territorio corporeo, e se il paziente si deprime, se si lascia andare, beh allora la colpa è sua, non è stato un buon combattente.

Lo sottolinea anche la filosofa Donna Haraway e, sulle reazioni al dolore, alle sue immagini e rappresentazioni testimoniali, Susan Sontag. (D.Haraway Manifesto cyborg  Feltrinelli Milano, 1995; Susan Sontag Davanti al dolore degli altri Mondadori Milano, 2003).

Le segnalazioni qui commentate sottolineano la necessità di lavorare nelle scuole per dare altri segni, altre segnature reciproche di cui è fatto l’in-segnare. Una contro- pedagogia, l’attenzione agli effetti della psicopedagogia come avvelenamento quotidiano delle menti, perpetrato attraverso le ritualità nazionaliste, il compiacimento per la protezione pastorale delle forze dell’ordine sull’infanzia (clicca qui; e anche qui), che torneremo a commentare. Forse servirebbe, per smentire e disonorare le bugie e gli onori della guerra, mostrare dei conflitti armati, della loro ferocia, immagini, film, docufilm che ne documentano non solo gli orrori ma anche la fatica. La deprimente stanchezza del soldato, il lascito nel reduce di un sentimento di profonda dolorosa estraneità, di chiusura verso il mondo, in odio a se stessi, spesso nella ossessiva impossibilità di smettere di colpire e uccidere, vanno mostrati ai più giovani.

Amos Gitai nel film Kippur (2000), sulla guerra scatenata dall’attacco di Egitto e Siria allo stato di Israele, nel 1973, giorno della festività ebraica, di questo parla: noia e fatica estrema del lavoro guerriero. Estraneità a se stessi, senso di inutilità. La squadra del protagonista raccoglie i feriti, i cadaveri, i pezzi di corpo, per giorni, sotto il cielo plumbeo, nel momento della tregua in cui è possibile recuperare chi è caduto. Fango, sporcizia, sangue, umori dei corpi sfatti. Nessuna gloria, nessun eroismo solo profonda noia nel suo profondo significato di vita svuotata.

Ho visto il film Palestina 36, Quando tutto ebbe inizio della regista palestinese Anne-Marie Jasir, ricostruzione della Guerra dei Centanni armata dall’Inghilterra con i suoi accordi scellerati in appoggio alla invasione sionista, vero capolavoro diplomatico, maestria che ha consentito – come ricorda ancora Zaccuri citando Tucidide – di cambiare a piacimento il discorso consueto: un’invasione violenta diventa la rivendicazione della Terra dei Padri dell’Ebraismo, la vigliaccheria dei massacri sui civili una serie di atti temerari, la viltà e l’ipocrisia degli alleati europei, prudenza diplomatica.

Al festival di Venezia 2026, il film Naza dei registi israeliani Rachel Szor e Yuval Abraham, vince il premio della giuria. E non so se sia consolante perché comunque segnala che l’attenzione sul genocidio a danno dei Palestinesi è viva, o se sia espressione del lato ipocrita dell’Europa: premiare immagini e parole di altri perché si e smarrito e pervertito il senso delle proprie. Benjamin Natanyahu, i fanatici sionisti, le alte sfere dell’esercito israeliano le hanno trovate e sono minacciosamente efficaci: lavoro intollerabile di due traditori.

Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università


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