È in discussione in Parlamento il ddl 1660 e la maggioranza governativa, nel silenzio assenso delle opposizioni, sta accelerando verso la definitiva approvazione di questo decreto securitario e repressivo.
Senza entrare nel merito del ddl, lo hanno già sviscerato assemblee e seminari di legali e giuristi (clicca qui per una nostra analisi), focalizziamo l’attenzione invece su un aspetto per noi saliente ossia la cultura della guerra e la repressione dei movimenti contro la militarizzazione dei territori.
È indubbio che ormai da lustri, fin dalla affermazione del nuovo modello di difesa 30 anni fa, si è affermata una cultura militarista che ha cercato di operare all’interno di revisionismi storici da un lato e con una operazione pratica per portare militari nelle scuole di ogni ordine e grado cercando di guadagnare il consenso delle giovani generazioni alla ideologia della guerra.
Questo processo ha subito una forte accelerazione all’indomani della guerra in Ucraina, con il documento della “Bussola europea” ed oggi con il “Piano per la produttività” di Mario Draghi (qui una nostra analisi).
Il ddl 1660 non solo colpisce i conflittuali per criminalizzare ogni forma di dissenso organizzato, ma presto si attiverà contro i movimenti in lotta per arrestare i processi di militarizzazione dei territori. È significativa la pena prevista per chi occupi, in concorso con altri, terreni dove sorgano opere di rilevanza strategica per il Paese e nella fattispecie rientrano anche i cantieri per le nuove basi militari come quella del Tuscania, che riguarderà i territori di Pisa e Pontedera.
Fino a 20 anni di reclusione la pena per chi protesti, in modo “minaccioso o violento” , al fine di impedire la realizzazione di “un’opera pubblica” o di “un’infrastruttura strategica” (civile o militare) – in questo caso non saranno ammesse le circostanze attenuanti. Se vogliamo essere espliciti, il Governo pensa alle proteste passate e future, dalla Tav al Ponte sullo stretto di Messina, dalle vecchie alle nuove basi militari, dai rigassificatori agli impianti di pale eoliche, dai presidi contro le fabbriche inquinanti fino alle accampate nei pressi di qualche impianto.
Ma attenzione: a prescindere dalla tipologia delle opere, sono comunque accresciute le pene per i reati di piazza e in caso di resistenza, violenza o minaccia (una mera offesa e parola potrebbe configurarsi come tale) a pubblico ufficiale (anche ad uno solo), o a qualsivoglia corpo dello stato, nel corso di una manifestazione di piazza – dalla solidarietà alla Palestina alle iniziative contro la guerra , dalla difesa dei posti di lavoro alle proteste per la bonifica di un sito inquinato – va da un minimo di 3 ad un massimo di 15 anni di reclusione. Tutte aggravanti pensate per reati compiti da più di 10 persone.
Chi oggi sottovaluta il ddl 1660 o non lo ha letto o non comprende, per partito preso che una volta approvate queste norme non si tornerà indietro, si va ben oltre il Codice Rocco e i Pacchetti di sicurezza, sono pene pensate appositamente per combattere e sradicare i movimenti a partire dalle lotte contro la guerra, la dislocazione degli euromissili, la edificazione di una nuova base o il potenziamento di quelle già esistenti
Il blocco stradale o ferroviario, un mezzo di lotta efficace utilizzato a inizio secolo dai movimenti contro la guerra (ricorderete lo stop train) se fino ad oggi era considerato illecito amministrativo domani sarà invece punito con una pena che va da 6 mesi a 2 anni. E ricordiamo, per chiudere, che commettere un reato nelle vicinanze di una struttura ferroviaria (o di una arteria stradale importante) è un’aggravante tale da far crescere le pene..
Siamo davanti a una nuova e feroce repressione preventiva, acuire le pene per azioni anche simboliche al fine di far passare l’idea nella opinione pubblica che si sta mettendo in serio pericolo la sicurezza nazionale e gli interessi del Paese. Se nel caso della repressione dei movimenti dell’abitare, degli occupanti e dei solidali, è palese la difesa della proprietà privata a discapito dei bisogni sociali come quello di una casa (sono migliaia ormai gli sfratti per morosità incolpevole), nel caso delle lotte contro la militarizzazione dei territori il tentativo di criminalizzazione è ancora più sottile. Organizzare proteste o anche occupazioni simboliche di cantieri diventa un reato grave punito con anni di carcere, queste proteste possono scaturire dalla denuncia contro le nocività provocate da poligoni di tiro che nel corso degli anni hanno inquinato e devastato i territori. La salute e la sicurezza dei cittadini, la difesa di un territorio dalla devastazione ambientale o militare saranno oggetto di feroce criminalizzazione e alla occorrenza potranno ricorrere a un corpo di leggi che seppellirà queste azioni collettive con anni di carcere.
Il ddl 1660 presenta caratteristiche securitarie e repressive molto più accentuate dei Pacchetti sicurezza, il salto di qualità è dato dalla lunga sequela di potenziali nemici dell’ordine e della sicurezza nazionali, tra i quali un posto d’onore avranno proprio le realtà contro la guerra.
È in atto nel paese una svolta securitaria, nei luoghi di lavoro, la cultura della cieca obbedienza viene recepita anche dai contratti nazionali, si stanno potenziando i codici etici e di comportamento nell’ottica di silenziare ogni protesta dei lavoratori e delle lavoratrici.
Il salto di qualità è dato anche dalle accuse per danno di immagine con richieste economiche risarcitorie ai danni di chi denuncerà la asfissiante militarizzazione delle scuole come già accaduto con i lavoratori che nel periodo pandemico prendevano posizione sulle inadeguate misure aziendali a tutela della salute.
E al contempo organizzarsi, anche pacificamente, per difendere i territori dalle servitù militare determinerà accuse e pene pesantissime con l’obiettivo, mai dichiarato, di reprimere ogni forma di conflitto e di dissenso imbavagliando le voci critiche tra le quali troveremo anche le posizioni contro il militarismo, la guerra e le servitù militari.
Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Ringrazio per l’articolo. Mi lascia solo l’amarezza nella parte conclusiva quando richiama il periodo “pandemico”, per le ingiuste accuse di danno di immagine a chi denunciava le inadeguate misure aziendali a tutela della salute. A quel punto sarebbe stato opportuno fare riferimento alla discriminazione e all’ostracismo di quanti si rifiutavano di obbedire a atti e fatti fortemente discriminatori e lesivi delle persone e del corpo sociale, per giunta con riscontri scientifici in totale a sintonia rispetto ai fini dichiarati di questi provvedimenti. Per riscontri scientifici mi riferisco alle pubblicazioni scientifiche reali, mistificare e stravolte
da quegli stessi servi che ora mistificano il conflitto ucraino-russo e le azioni di Israele.