“La guerra c’è sempre stata …”
I luoghi comuni più diffusi sulla militarizzazione delle scuole e delle università
Forse per allontanare l’idea terribile e odiosa della guerra, spesso tendiamo a minimizzare i pericoli e la gravità delle spinte verso la militarizzazione dei vari settori della società, militarizzazione riportata in auge dal florido sviluppo del comparto militare-industriale (di cui l’italiana Leonardo SpA è fra le prime aziende mondiali) nel quadro di una situazione geopolitica globale dove la diplomazia è stata abolita a favore di conflitti armati provocati e sostenuti a tempo indefinito. Se pur tranquillizzante, il luogo comune è però insidioso e impedisce di ragionare: perché la guerra contemporanea usa modalità nuove, e la guerra cognitiva manipola le opinioni pubbliche. Abbiamo così deciso di pubblicare sotto forma di articoli alcuni di questi luoghi comuni e proviamo a smontarli per vedere come stanno veramente le cose.
- È davvero necessario parlare di militarizzazione delle scuole e delle università? Non si sta esagerando?
- Ma quale militarizzazione? Le scuole sono libere di scegliere!
- Le forze armate e di pubblica sicurezza sono un baluardo di legalità, rappresentano le Istituzioni.
Su un profilo social della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è apparso il video di un bimbo “bersagliere” che partecipa a una parata militare, con il commento “Ma che forte questo bimbo!?” (foto Bambino bersagliere sul profilo di Giorgia Meloni: quale pedagogia per il nostro Paese?)
Non è un bel commento, è un commento paternalista e strumentalizzante, perché – vista l’età – quel bimbo non è “forte”, quel bimbo sta semplicemente giocando. Nel video si intravede pure un ragazzino più grandicello, “bersagliere” anche lui, che forse non gioca più, ma ha già introiettato che “il bersagliere” sia la cosa migliore che possa fare nella sua vita, e si sta portando avanti…
Si tratta di belle tradizioni? Come quella della scuola dell’infanzia di Vigonovo, che da più di dieci anni festeggia il passaggio alla scuola primaria campeggiando “una notte con gli alpini”, con brande in tenda, rancio ecc.? Forse che le forze armate e di pubblica sicurezza sono un baluardo di legalità e meglio rappresentano le Istituzioni agli occhi dei/delle più giovani?
Facciamo un po’ di chiarezza.
Una caratteristica della democrazia è il continuo processo di miglioramento delle istituzioni e delle leggi in funzione di chi detiene la sovranità, cioè il popolo. In questo laborioso e a volte ambiguo processo di gestione del potere, lo Stato e le sue leggi non sono infallibili e immutabili, anzi possono sbagliare e incorrere in gravi ingiustizie. Gli errori dello Stato sono numerosi e storicamente documentati: la fuga della corte e dello stato maggiore a Brindisi nel 1943, i servizi segreti deviati e la strategia della tensione, i rapporti Stato/mafia, una proposta di legge come l’autonomia differenziata… Il problema è che noi siamo così abituati alla democrazia bloccata e alla Costituzione non pienamente attuata da accettare con rassegnazione lo status quo e dimenticare la vera pratica democratica.
Se poi parliamo di scuola, di legalità e di chi la rappresenta e la vive meglio agli occhi delle giovani generazioni, continuano ad essere illuminanti le parole di don Milani ai suoi giudici: «la scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste. […] non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate» (Lettera ai giudici, 1965).
Ricordiamo che don Milani fu processato per apologia di reato per aver criticato pubblicamente i cappellani militari toscani, che avevano definito l’obiezione di coscienza (che al tempo veniva punita col carcere) come un’“espressione di viltà”.
Quindi rifiutare la guerra e non mettere i giovani a contatto con i militari è legittimo in un’ottica formativa di progresso e di miglioramento “politico“ della società. È la scuola stessa il baluardo di legalità nei confronti delle giovani generazioni. Piero Calamandrei, nel suo famoso discorso del 1950, definisce la scuola un “organo costituzionale”, un “organo vitale della democrazia” (accanto agli altri organi che lui cita: le Camere, il Presidente della Repubblica, la Magistratura). I giovani che frequentano la scuola della Costituzione sono in costante contatto con la legalità e con le Istituzioni. In questo senso un insegnante della scuola pubblica è considerato un “pubblico ufficiale”.
Calamandrei, giustamente, non prevede rapporti fra i bambini o i giovani e le forze armate o di sicurezza, perché queste si trovano ad un livello costituzionalmente inferiore, strumentale. Dunque, l’affermazione che le forze armate e di pubblica sicurezza siano il miglior baluardo di legalità e ben rappresentino le Istituzioni agli occhi delle giovani generazioni è inaccettabile e fa riferimento a un’esperienza storica e a una concezione istituzionale ben diversa dalla democrazia, quella del “libro e moschetto”, quella dello Stato totalitario.
La militarizzazione delle scuole e delle università è un fatto grave e tende a normalizzare l’idea della guerra sin dai primi anni di vita dei bambini e delle bambine all’interno delle istituzioni scolastiche.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
